di SIMONA BONFANTE – Salvaguardare i saldi fiscali è atto dovuto, non politica economica. È un dato sostanzialmente privo di rilevanza, privo di incidenza se posto come obiettivo in sé. Tremonti invece questo fa – porre il saldo positivo dei conti come azimut della sua amministrazione, rifiutando di credere di poter essere lui – il Ministro dell’Economia – un inibitore di Pil, e di poterlo essere proprio in virtù del rifiuto ad affrontare il problema della nostra non-crescita, che non è dovuto esclusivamente al deficit congiunturale, non al debito, ma alla asfissiante pressione fiscale.

La relazione tra spesa e Pil – spiega chi d’economia s’intende – non prescinde affatto da (ma al contrario è funzione di) come e quanto lo stato spende. E questo vale anche in condizioni di saldo zero, cioè con un deficit ed un debito nulli. Il rapporto tra investimento e spesa, tra pubblico e privato, non si equivale per niente: su 100 di spesa, per dire, il privato investe 15, mentre il pubblico  5. Più risorse in mano ai privati significano cioé più investimenti, più ricchezza, più Pil. Se dunque io riduco i margini di investimento nell’economia nazionale, con un alta imposizione fiscale, trasferendo alla stato parte della ricchezza privata, riduco il potenziale di crescita del paese, pur facendo tornare i conti fino all’ultimo cent.

Il quanto ed il come della spesa pubblica, quindi, conta. Lo ha ribadito giusto ieri il Presidente della Commissione Finanze e Tesoro al Senato, prof. Mario Baldassarri, ad un convegno promosso a Roma da Federmanager, l’associazione dei dirigenti d’azienda, che ha presentato un ‘progetto di riforma fiscale’, visto che per chi è deputato a farla davvero, il Ministro Tremonti, appunto, questa riforma (caldeggiata da economisti, imprenditori, manager…e vittime di Equitalia), ecco, per lui invece non s’ha proprio da fare. Ma si sa, al tributarista valtellinese reinventatosi ministro l’economia non interessa.

A chi, invece, l’economia interessa perché sostanzialmente la capisce, uno tipo il senatore Baldassarri per l’appunto, viene naturale porsi il seguente illuminante dilemma: com’è che negli ultimi trenta anni, nel nostro paese, non c’è stato governo che non abbia “tagliato la spesa” e, nello stesso tempo, sostanzialmente aumentato le entrate, e ciononostante abbiamo il debito che abbiamo?
Ebbene, il fatto è che – ci spiega Baldassarri – quei ‘tagli’ non hanno mai tagliato sostanzialmente un bel nulla, perché vengono calcolati sui valori tendenziali, non sui conti reali.
In pratica, se abbiamo speso 100 (spesa reale), ed il valore tendenziale ipotizzato è di – diciamo – 130 (la spesa teorica per l’anno a venire), il ministro dice: okkey, l’anno prossimo tagliamo 20. Bene, bravo. Peccato solo che così il valore di spesa reale sarà 110, cioè 10 più del valore dell’anno precedente. Ecco, e questo spiega il dilemma, cioè perché nonostante i ‘tagli’, la spesa italiana cresca ed il debito esploda.

Certo, il ministro Tremonti sa tenere i saldi in pari. Ma il problema è che sa fare solo quello, mentre la politica economica presuppone una anche minima sensibilità, appunto, a quello che l’economia sostanzialmente prova. L’economia dimostra ad esempio che il 40% è la soglia oltre la quale  il rapporto tra spesa e crescita va in titl. Da noi la pressione è ben aldilà di quella soglia.
Alla Germania è bastato ridurre la spesa (reale), quindi la pressione fiscale (reale) per crescere. Da noi, il tributarista Tremonti dice invece che tagliare le tasse non si può. E lo dice lui che nella sua lunga esperienza di decisore dell’economia nazionale non ha ancora compreso quel bizzarro meccanismo per cui la spesa pubblica continua a crescere (a dispetto delle sue orizzontali accettate), mentre l’oppressione fiscale ha ormai raggiunto livelli da sollevazione popolare. Ministro, sarà forse il caso di cominciare ad ascoltarli, ‘sti economisti!