Qualche volta anche con la cultura si mangia. E si cresce.

– Nell’alveo dei liberali e dei liberisti si storce spesso il naso di fronte a discorsi sugli investimenti nella cultura. Ogni euro speso dal settore pubblico è infatti sottoposto (giustamente) a pesante radiografia etica (è giusto che lo Stato spenda quei soldi?) ed economica (frutteranno?). Il settore culturale spesso non “passa l’esame”, perché non è sempre facile dimostrare quanto e per quanto tempo gli investimenti daranno frutti accettabili anche a fautori dello Stato Minimo.

Nel perdurare della crisi economica, poi, è diventato sempre più difficile trovare privati che si trasformino in moderni mecenati e intervengano attraverso le sponsorizzazioni per finanziare interventi sulla cultura. E’ delle scorse settimane, per esempio, la notizia che non sono stati ancora reperiti i soldi (c’è chi parla di 50 milioni, chi addirittura di 150) necessari per trasferire l’Accademia di Belle Arti di Brera, a Milano, dalla sede storica che ora condivide con la Pinacoteca all’ex caserma di via Mascheroni, dove troverebbe spazi più adeguati alle attività d’insegnamento delle arti.

Il trasferimento era stato annunciato a fine 2009 dall’allora ministro Sandro Bondi, e doveva esser gestito dal direttore generale per la valorizzazione dei beni culturali presso il ministero, Mario Resca, con un passato di top manager nel privato, appositamente nominato commissario straordinario per la Grande Brera.

Ma non è di questo che vogliamo parlare oggi. Vogliamo invece portare esempi di possibili investimenti virtuosi nella cultura, per sfatare, appunto, il mito secondo cui con la cultura si mangia poco o non si mangia affatto. La camera di commercio di Monza e Brianza ha diffuso una ricerca sull’indotto annuo turistico di cui i territori beneficerebbero in seguito al restauro di beni architettonici “dimenticati”. Sono stati scelti 15 “luoghi del cuore”, come li chiama il Fai, sparsi un po’ in tutta la Penisola. In particolare ne sono stati considerati tre in Lombardia e uno per ciascuna regione in Piemonte, Veneto, Emilia Romagna, Toscana, Marche, Abruzzo, Lazio, Campania, Basilicata, Puglia, Calabria e Sicilia.

Vediamo alcuni esempi d’indotto. Si va dagli 89 milioni di euro per Villa Marioni Pullè a Verona ai 230mila euro per Villa Ponam a Rieti. Degne di nota le cifre relative al castello di Ivrea (42 milioni), alla Villa Aldini di Bologna (39,850 milioni), alla dimora del Petrarca a Milano (17,900 milioni di euro), anche se vanno poi rapportate ai luoghi: molto alto appare l’indotto stimato per la chiesa di san Claudio al Chienti (2,300 milioni), visto che insiste su un comune, Corridonia (Mc), di 15mila abitanti. Così come il Duomo Normanno di Naro (Ag), 8mila residenti, dall’indotto stimato in 8 milioni. Meno rilevante, forse, l’indotto di 970mila euro per le chiese rupestri di Matera, fondate nel Medioevo e impreziosite da affreschi simbolo della religiosità popolare dell’epoca, che insistono in un territorio già molto vivo turisticamente.

L’indotto totale stimato dalla Ccmb per questi 15 monumenti dimenticati è di 250,900 milioni di euro, di cui quasi 170 milioni in spese d’alloggio, più di 35 milioni in ristorazione e più di 28 milioni in shopping. 250 milioni di euro possono sembrare pochissimi rispetto alle paventate manovre di 40 miliardi, ma probabilmente di luoghi del genere, sparsi per il Paese, ce n’è cento volte tanto, e comunque non si sta parlando di dove reperire i fondi che l’Europa ci chiede di trovare per salvare i nostri rating, ma di come rilanciare almeno un pezzo dell’economia.

Manca, nella ricerca, la quantificazione del costo dei restauri, il che ci impedisce di concludere con certezza che il gioco vale la candela, anche se possiamo ipotizzare, date le cifre sugli indotti, che valga eccome. La Ccmb però parte dal presupposto che a farsene carico dovrebbero essere soprattutto soggetti privati, tanto che ha appena aperto il primo sportello “Sponsorizzazioni beni e attività culturali” d’Italia, dedicato alle piccole e medie imprese che desiderino legare il loro nome e la loro reputazione a interventi a beneficio della collettività, appunto le sponsorizzazioni culturali. Lo sportello fa una cosa molto semplice: fornisce il supporto normativo e operativo alle imprese che desiderano investire in cultura. Fa incontrare l’impresa con il bene e anche con il committente istituzionale, assiste l’impresa nelle fasi della sponsorizzazione e la aiuta a pianificare la conseguente campagna di comunicazione. E’ a costo zero per l’impresa e, essendo gestito da una camera di commercio, anche per la collettività.

In un momento di massima urgenza nel trovare varchi di crescita dell’economia, il Paese dovrebbe considerare di più le enormi potenzialità del turismo d’arte, che è, secondo un’opinione largamente condivisa, la nostra più preziosa “materia prima”.


Autore: Massimiliano Melley

Nato a Milano nel 1975, si è laureato in Scienze Politiche a Milano e ha conseguito un master in Spettacolo Impresa Società alla Bicocca (facoltà di Sociologia). Ha scritto di politica lombarda ed estera su "L'Opinione" e attualmente collabora con il quotidiano online "Milano Today".

3 Responses to “Qualche volta anche con la cultura si mangia. E si cresce.”

  1. Tommaso scrive:

    La cultura e’ centrale. E colpevolemnte assente dal Documento Economico del governo di Aprile.

  2. Andre scrive:

    Non discuto le cifre perchè sono certamente frutto di studi seri, ma mi sembra strano prevedere così alti guadagni quando siti ben più importanti, Pompei ad esempio, danno meno delle loro reali possibilità. E poi c’è il problema di quali beni restaurare e quali no (impossibile fare investimenti su tutto il patrimonio italiano, purtroppo). Non ci resta che sperare nell’intervento di privati e sul buon cuore degli italiani a salvaguardare ciò che è vicino a casa loro (federalismo culturale).

  3. lodovico scrive:

    Villa Aldini in Bologna…… accoglie gli estracomunitari.

    Il problema ancora una volta é sapere cosa si vuole fare.

Trackbacks/Pingbacks