– Si è soliti datare la nascita dell’e-book nel lontano 1971, quando Michael Hart ha lanciato il progetto Gutenberg, ossia la costruzione di una biblioteca di versioni elettroniche di testi scritti.

Da allora ad oggi sono stati compiuti passi da giganti. Le industrie dell’ICT hanno ricorso l’obiettivo di garantire la massima portabilità dei contenuti digitali. Più conoscenza in poco spazio: questo l’imperativo delle nuove tecnologie. Ma una questione si è ben presto posta al mondo del digitale: come risolvere i problemi inerenti la tutela dei diritti d’autore e di proprietà intellettuale.

Sono molti a sostenere che le nuove tecnologie dell’informazione segnano la fine del diritto d’autore. Altri, come Kirby e Basen, già nel 1989 intuivano che la perentorietà dell’affermazione secondo cui il digitale uccide la proprietà intellettuale non considera la vera complessità del fenomeno. Se da un lato i nuovi strumenti ICT moltiplicano le possibilità di riprodurre, anche illegalmente, e far circolare le opere protette, dall’altro forniscono gli strumenti adatti a racco­gliere maggiori informazioni sull’utilizzo delle stesse e renderle tracciabili.

Il caso degli e-book, nell’era di Google e Amazon, è emblematico. L’acquisto di un libro digitale implica la sottoscrizione di un accordo che tutela efficacemente i diritti d’autore. Le restrizioni tecniche alla diffusione dell’opera e la segretezza del formato dei file vanno incontro alle esigenze degli autori. È legittimo che chi ambisce a vivere offrendo al pubblico i propri contenuti culturali è disposto a cedere una copia di un suo libro a patto che il consumatore interessato corrisponda un prezzo in cambio della fruizione dell’opera. Ogni scambio si fonda su un accordo liberamente stipulato tra le parti. Una parte propone le proprie condizioni, l’altra accetta o rifiuta.

Risulta quindi una nota di merito il fatto che l’efficacia delle nuove tecnologie della cultura digitale scateni polemiche come quella accesa da Richard Stallman, propugnatore della free-software philosophy, in un suo recente articolo. A suo avviso, il fatto che l’acquisto di un e-book obblighi la trasmissione dei propri dati e impedisca la riproduzione (a scopo di lucro o meno) dell’opera rappresentano due svantaggi per il consumatore. In realtà la richiesta di informazioni sull’acquirente si impone in ogni transazione dove la mancanza di un contatto visivo e l’assenza di carta moneta non consentirebbe di difendersi da una truffa. Quanto alle restrizioni alla riproducibilità dell’opera, va detto che i risultati conseguiti dalle ICT per tutelare il diritto d’autore sono ottimi da un punto di vista dell’efficienza, oltre che dell’efficacia.

Permettono, infatti, di abbattere i costi normalmente sostenuti dalle società di intermediazione per raccogliere i proventi da distribuire tra gli autori e vigilare sul rispetto del diritto d’autore. In Italia, complice una situazione di monopolio pubblico legale, la SIAE (sezione OLAF) sottrae agli autori di opere letterarie un quarto delle somme raccolte. Mandare i propri funzionari a ispezionare le fotocopierie costa, specie se non si vogliono fare economie.

Con l’avvento dell’era digitale, si può fare a meno di ispettori e controlli e i mezzi di tutela sono meno mediati, a tutto vantaggio dell’industria culturale.

Per finire, non possiamo che definire patetico l’appello rivolto da Stallman nel preambolo del suo pamphlet, che dice:

In an age where business dominates our governments and writes our laws, every technological advance offers business an opportunity to impose new restrictions on the public. Technologies that could have empowered us are used to chain us instead”.

Per poi concludere:

Ebooks need not attack our freedom, but they will if companies get to decide. It’s up to us to stop them. The fight has already started”.

Oggi autori e consumatori possono mettersi d’accordo per consentire o meno la riproduzione dell’opera. Se l’autore vuole ricevere un compenso per ogni copia, gli ebook reader glielo consentono. Altrimenti, nessuno vieta loro di pubblicare su internet e consentire a chiunque l’accesso e la riproduzione dei contenuti messi così a disposizione. Eppure Stallman chiede di opporsi a questa libertà riconosciuta agli autori e al pubblico. Meglio sarebbe per la free software philosophy, se le piattaforme digitali facessero profitti rapinando le menti degli autori per cederne i frutti ai propri utenti. Se questa è libertà…