La confusione tra i concetti di ‘politica’ e ‘sociale’

– Ai recenti Seminari di Libertiamo a Pescara è venuto fuori un problema concettuale, frequente anche tra i liberali. Si tratta apparentemente di una noiosa questione di definizioni, di quelle che piacciono a chi dà più importanza alle parole che alle idee, ma non è così.

“Politica” in senso proprio indica l’insieme delle scelte prese dalla collettività e imposte ad ogni cittadino, le cosiddette “scelte collettive”. Questo è anche il concetto di politico usato nella teoria delle scelte pubbliche. Quando però si usa lo stesso termine in ambiti culturalmente più “conformisti”, si contrappone la vita politica alla vita individuale, sottintendendo di norma che quest’ultima sia basata sull’egoismo.

La confusione tra le due nozioni ha effetti politici importanti: dipinge il liberalismo e il mercato come forme di egoismo, ed esalta al contrario la politica creando l’illusione (ideologica) che questa sia l’unica forma di  interazione sociale basata sull’altruismo, la solidarietà e l’impegno. Quando nasce un’associazione di volontariato, però, non c’entra la politica, tant’è che nel Paese civile meno statalizzato di tutti, gli Stati Uniti, il volontariato è molto più diffuso che in una società iper-politicizzata come quella italiana.

Una tale confusione rende impossibile la comprensione del liberalismo: quando Mises e Hayek parlano di libertà come cooperazione e coordinazione tra individui, quando Constant contrappone la libertà dei moderni a quella degli antichi, quando Fred Foldvary parla di “Beni pubblici e comunità private” (IBL Libri), di cosa stanno parlando? Gli americani che “si associano di continuo” di Tocqueville, e le “friendly societies” anglosassoni cosa sono? Non è politica: sono forme di cooperazione sociale basate sugli sforzi individuali. La fallacia collettivista secondo cui “pubblico”, “cooperativo” e “sociale” sono sinonimi di “politico”, “statale” e “collettivo” rende concettualmente impossibile pensare il liberalismo, esattamente come la Neolingua orwelliana preveniva a livello lessicale e concettuale l’opposizione al Grande Fratello.

Le conseguenze dell’espansione dello spazio del politico ad ogni aspetto della vita sociale sono deleterie per la vita sociale: mentre in una società libera, come ci ricorda Tocqueville, ogni individuo deve imparare a cooperare con i suoi concittadini, nelle società contemporanee il “sociale” viene politicizzato, allontanato dai cittadini, ed affidato alla classe politica.

La politica odierna  è una corsa ad accaparrarsi privilegi legali e fondi pubblici a spese del resto della società, e ogni istanza sociale si trasforma presto in una richiesta di maggiori costi a carico del contribuente. L’abilità della politica di atrofizzare le capacità sociali delle persone, e di sostituire alla cooperazione tra individui indipendenti la coercizione pubblica, rappresentano un pericolo per la libertà: la politica fa perdere “capitale sociale”. Il cittadino democratico è un “accattone che di mestiere fa l’elettore” (Antiseri), che non si relaziona con i suoi simili se non attraverso l’intermediazione della politica e la minaccia della coercizione pubblica, e che devolve ogni decisione ad un settore pubblico sin troppo desideroso di privarlo della sua autonomia decisionale e liberarlo dal peso delle sue responsabilità.

Nel corso del XX secolo lo Stato ha trionfato sulla società, lasciando agli individui solo il diritto, ovviamente limitato e condizionato, di occuparsi dei propri affari privati, e politicizzando l’intera “sfera pubblica”. Il grande problema politico oggi per un liberale è come ristabilire un equilibrio tra Stato e società, che con il tracollo del liberalismo all’inizio del secolo scorso si è spostato enormemente a favore del politico.

Non serve più “partecipazione”: questa è solo una forma di politica. Serve più libertà, sia per perseguire i propri fini privati, che per perseguire finalità di interesse pubblico: le scelte o sono individuali o collettive, i rapporti politici sortiscono e atrofizzano le relazioni sociali.


Autore: Pietro Monsurrò

Nato a Roma nel 1979, ha un Dottorato in Ingegneria Elettronica e ha studiato economia alla London School of Economics. Ha scritto per l’Istituto Bruno Leoni, per Liberal, per Chicago-Blog e per Liber@mente.

4 Responses to “La confusione tra i concetti di ‘politica’ e ‘sociale’”

  1. luciano pontiroli scrive:

    Monsurrò, alla LSE ha conosciuto Kenneth Minogue?

  2. Pietro M. scrive:

    No, però ho letto “The servile mind” poche settimane fa e mi sto procurando “the liberal mind”, recentemente tradotto da Liberilibri. Un autore interessante, anche se troppo conservatore per i miei gusti. Certamente la democrazia corporativa e il democraticismo ideologico presentano pericoli di corruzione morale ed intellettuale in grado di cambiare la faccia della società. In peggio, ovviamente.

  3. lodovico scrive:

    Pima di approfondire i termini “politica” e “sociale” si dovrebbe precisare il concetto di “libertà di” e “libertà da” e degli ulteriori aspetti della libertà che sfuggono ai pimi due e poi porsi la domanda che per i liberali é fondamentale: cosa appartiene allo Stato?
    (la giustizia, l’etica, la scuola, la sanità, etc)

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