di PIERCAMILLO FALASCA – Non s’illuda chi pensa che, dopo il 13 giugno, la politica italiana abbandoni i toni elettorali e riprenda a discutere di cose concrete. E’ semmai prevedibile che accada il contrario, e cioè che sia già partita la lunga e indeterminata campagna elettorale per le prossime elezioni politiche.

La frantumazione del PdL in decine di feudi, nominalmente fedeli all’Imperatore ma sostanzialmente autonomi, non dovrebbe mettere a repentaglio la durata della legislatura. Al contrario, da Scajola a Miccichè, passando per alemanniani e Responsabili, tutti hanno un forte bisogno di tempo: chi per organizzarsi, chi per vendersi meglio sul mercato, chi per maturare la pensione.

Solo la Lega Nord può decidere di staccare la spina al governo: imprevedibile capire quando e come, essendo la Lega molto più magmatica e divisa in correnti post-bossiane di quanto suggerisca l’apparenza. Berlusconi sa che non sarà mai più Presidente del Consiglio: probabilmente si consola pensando che, anche se la navigazione di questa legislatura fosse stata tranquilla e ricca di soddisfazioni, la sua battaglia non sarebbe comunque stata la riconferma a Palazzo Chigi, ma la scalata al Quirinale nel 2013.

Per riflesso pavloviano o per inguaribile ottimismo, tra i pidiellini c’è ancora chi ritiene aperta la partita quirinalizia per il Cavaliere. Il quale, non essendo stupido, sa che l’obiettivo è invece meno ambizioso: puntare per il futuro ad un governo appoggiato, tra gli altri, anche da un fronte berlusconiano e sperare in un presidente della Repubblica a lui non ostile, se non addirittura amico. E in questo insieme di cose, ritiene più prezioso il rapporto con la Lega che la dimensione attuale e futura delle truppe del PdL e affini.

Una condizione non eludibile del gioco politico dei prossimi mesi è però la manovra correttiva dei conti pubblici da 40 miliardi di euro per il prossimo triennio. Due sono invece i grandi dossier che potrebbero orientare la dinamica dei partiti: le riforme economiche di cui il Paese ha bisogno (il “pacchetto Draghi”, potremmo definirlo, a partire dalla modernizzazione del mercato del lavoro) e la modifica della legge elettorale.

Sono i paletti a cui Futuro e Libertà e il Terzo Polo potrebbero scegliere di legare la propria strategia futura, le prime per palesare agli italiani l’esistenza di un’alternativa credibile al centrodestra berlusconian-bossiano e al centrosinistra a trazione vendoliana, la seconda per superare il becero Porcellum e “questo” bipolarismo, magari tentando la Lega ad una più rapida risoluzione del rapporto contrattuale con Berlusconi.

Un’agenda politica ed economica, dunque, da costruire e presentare all’opinione pubblica nei prossimi mesi. Se campagna elettorale ha da essere, proviamo a condurla sul merito delle cose e non più sui decibel delle accuse reciproche e sulla contrapposizione “Berlusconi-comunisti”. Anche perché non ci sono più i comunisti. E forse non c’è neppure più Berlusconi.