– In questi giorni si sente parlare con sempre maggiore insistenza di un possibile riduzione della tassazione e quantomeno di un riordino del sistema fiscale.

Tra i vari balzelli che i cittadini italiani si trovano a corrispondere allo Stato c’è il canone Rai, che porta nelle casse erariali circa 1,6 miliardi di euro all’anno. Anche questa è tassazione, benchè di tipo indiretto, a cui sono forzosamente sottoposti i proprietari di un apparecchio televisivo (o adatto a trasmettere, quindi anche uno schermo di PC o uno smartphone).

Se proprio si volesse intraprendere un percorso di diminuzione della tassazione in capo alle famiglie italiane si protrebbe cominciare da qui: è poca cosa, ma si potrebbe farlo senza creare alcun problema alle disastrate finanze pubbliche e senza intaccare l’economicità dell’azienda Rai Spa, che questa tassa incassa per erogare il servizio pubblico.

Il mercato pubblicitario potrebbe supplire senza problemi all’eliminazione del canone. Come? Semplice: basterebbe modificare la cosiddetta Legge Gasparri del 2004, consentendo alla Rai di incrementare la raccolta pubblicitaria della Rai allo stesso livello della concorrente Mediaset. Così facendo, la tv pubblica potrebbe raddoppiare la raccolta pubblicitaria dal 20 per cento del mercato pubblicitario televisivo che oggi raccoglie fino al 40 per cento, in linea con il proprio indice di ascolto (il 40 per cento del totale degli ascolti nazionali.
Semplice, vero? Si modifica una piccola legge e gli italiani onesti che pagano il canone si ritroverebbero con almeno 100 euro in più nelle tasche.

La realtà è, purtroppo, più complicata. Togliere il canone e aumentare l’affollamento pubblicitario della Rai significa sottrarre lo stesso ammontare di ricavi (circa 1 miliardo di euro) a Mediaset, il cui azionista di riferimento è un noto presidente del Consiglio di un noto paese mediterraneo. Proprio in virtù delle norme della Legge Gasparri, a fronte di un indice di ascolto medio del 40 per cento, Mediaset raccoglie dal mercato pubblicitario il 60 per cento circa delle risorse messe a disposizione dagli inserzionisti televisivi: in assenza di un altro operatore nazionale, costoro non possono che rivolgersi alla ditta della famiglia Berlusconi. Per il Biscione significherebbe rinunciare a 1 miliardo di euro di ricavi, praticamente passando da ricchi profitti a perdite certe.

Intendiamoci: non vogliamo il male di un’azienda, dei suoi lavoratori o dei suoi azionisti; solo, non ci piace l’idea che qualcuno benefici di una protezione di legge e lucri dal contribuente.
Facciamocene comunque una ragione: il Cavaliere tiene famiglia, il canone non si toccherà.

Semmai, anzi, è allo studio la proposta di aumentarlo, e di “agganciarlo” alla bolletta elettrica, presupponendo, nella miglior tradizione di inquisizione fiscale, che chiunque abbia l’elettricità in casa debba possedere anche un apparecchio che riceva il segnale televisivo. Ma sì, aumentiamolo, questo canone. Non è vero che potersi emozionare con il filmone su Alberto da Giussano in prima TV non ha prezzo; ce l’ha eccome, e anzi periodicamente, in nome della Rivoluzione Liberale del Governo del Fare, detto prezzo va alzato.

E, qualora invece un conduttore a caso, con la sua trasmissione (discutibile e faziosa quanto si vuole, d’accordo), riuscisse non solo a rientrare delle spese ma a portare anche sostanziosi guadagni pubblicitari, beh, che c’importa? Lasciamolo pure andare a lavorare per la concorrenza senza fare un plissé, tanto siamo un’azienda pubblica, mica campiamo di pubblicità. Per recuperare le perdite possiamo sempre contare sui contribuenti, entusiasti, siamo sicuri, di pagare di più per alimentare il nostro pozzo senza fondo.

Insomma, siamo alle solite. Quando lo slogan “meno tasse per tutti” si scontra con gli interessi personali del suo ideatore, di solito, chissà perché, non vince mai.