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In Yemen guerra di tribù con la variabile Al Qaeda

– Quando spostiamo il nostro sguardo dalle questioni interne all’Italia, la nostra attenzione è catturata immediatamente dalla Libia e dalla Siria. Sono quelli i luoghi della tragedia in questi mesi primaverili del 2011. Ma spesso non notiamo un persistente rumore di fondo che arriva da Oriente. E’ il rumore dello Yemen in rivolta. Teatro di guerra civile perpetua, diviso dalla Guerra Fredda (lo Yemen del Sud era l’unico esempio di Stato arabo comunista filosovietico) fino al 1990, poi tornato unito, ma lacerato da altri tre conflitti interni, siamo abituati a vedere lo Yemen come un campo di battaglia. Nel febbraio del 2011, è stato uno dei primi Paesi contagiati dalla “primavera araba” in Tunisia ed Egitto. Dopo quattro mesi di scontri di piazza, potrebbe dare una svolta alla sua storia, nel bene o nel male.

La vera novità è che il suo presidente/dittatore, Alì Abdullah Saleh, per la prima volta dal 1978 ha abbandonato il Paese e il potere. Non volontariamente, bisogna dire. Nel corso della più violenta insurrezione dall’inizio dei moti del 2011, lo scorso venerdì è stato ferito gravemente dallo scoppio di un razzo, lanciato contro il palazzo presidenziale. Trasferito in Arabia Saudita per sottoporsi a un urgente intervento chirurgico le sue condizioni sono critiche. Fonti statunitensi affermano che abbia ustioni sul 40% del corpo e un polmone fuori uso. Il posto vacante di presidente è per ora ricoperto dal vice di Saleh, Abd-Rabbu Mansour Hadi. Questi, inizialmente, si dichiarava convinto di svolgere la funzione di reggente solo per qualche giorno, in vista del ritorno del suo superiore. Ma le ultime notizie sulla salute del presidente fanno pensare a una fase di transizione molto più lunga.

L’Arabia Saudita renderebbe sicuramente un ottimo servizio allo Yemen se trattenesse Saleh nel proprio territorio. Perché il Paese era ormai destinato a finire come la Libia, con un dittatore ostinatamente aggrappato al potere e una coalizione di forze di opposizione decise ad andare avanti con l’insurrezione fino alla sua cacciata. Ben tre tentativi di negoziato erano falliti. Il dittatore non ne voleva sapere di farsi da parte. Un quarto era in corso al momento del ferimento di Saleh: il mediatore americano era appena giunto nella capitale Sana’a. La determinazione degli oppositori era ed è tuttora motivata da fattori molto comprensibili.

La violenza della repressione del regime, prima di tutto. Nei mesi scorsi le manifestazioni erano state stroncate con la forza. Erano diventati tragicamente famose le stragi provocate dai cecchini appostati sui tetti della capitale e delle principali città coinvolte dalla protesta, prologo di quello che avremmo poi visto in Siria, da aprile in avanti. Ma la determinazione degli insorti è dettata anche da un’altra circostanza: la possibilità concreta di vincere una guerra civile. Nell’ultima settimana di marzo, subito dopo i massacri provocati dai cecchini, il generale Alì Mohsen (al comando di 40mila uomini) è passato dalla parte degli insorti. E così ha fatto anche uno dei più potenti leader tribali del Paese, lo sceicco Ahmar, a capo degli Hashidi. Nelle mani di Saleh rimane, comunque, il nucleo delle forze armate, comandate dal suo clan familiare: la Guardia Repubblicana e le forze speciali, per un totale di circa 60mila uomini ben addestrati. Troppo pochi per vincere una guerra, abbastanza ben piazzati da far durare a lungo un conflitto civile.

Nel caso di ritorno di Saleh al potere, la guerra potrebbe dilagare. E’ per questo che gli Stati Uniti preferiscono approfittare del momento di assenza del presidente per promuovere una “Pacifica, ordinata, nonviolenta transizione” (le parole sono di Hillary Clinton) che ponga fine alla dittatura e al conflitto. Anche perché si fa avanti un terzo attore, esterno rispetto sia alle forze di Saleh che ai ribelli: Al Qaeda.

L’organizzazione orfana di Bin Laden, nella terra di origine della famiglia del suo storico fondatore, vanta una forza di circa 500 guerriglieri, nucleo della massa di manovra terroristica chiamata “Al Qaeda nella Penisola Arabica”. Quella, tanto per intenderci, che nel 2000 mise a segno l’attentato contro il cacciatorpediniere americano Uss Cole, provocando la morte di 17 marinai. La stessa che tentò nuovamente di ripetere un “11 settembre” sui cieli di Detroit, nel Natale del 2009, cercando di far esplodere un aereo di linea sopra la città americana.  Saleh non era riuscito, o non aveva voluto, arginarla nel corso dell’ultimo decennio. Ora Al Qaeda mira a ritagliarsi il suo spazio di potere, approfittando del caos di una guerra civile. Le città di Zinjibar e Azzan sono nelle sue mani. La provincia di Abyan pare proprio che sia già stata proclamata “emirato islamico”. E anche nella giornata di ieri si sono registrati 15 morti in scontri fra esercito e milizie qaediste. E’ chiaro perché si aspira a una “Pacifica, ordinata, nonviolenta” e rapida transizione? Perché in caso contrario Al Qaeda potrebbe prendere ancor più potere, con gran danno per tutti.


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

One Response to “In Yemen guerra di tribù con la variabile Al Qaeda”

  1. autores scrive:

    di questa variabile non ne sono proprio sicura ma considerato che in uno Stato ci sono diverse Etnie di gruppo puo’ anche essere che lo sia solo che per l’Occidente ma non per l’Asia perche’ comunque Al Qaeda si identifica in un altro modo anche ai nei loro Stati asiatici e arabi. Eppoi come si potrebbe dare la spiegazione di cui e’ l’Inghilterra che ha aiutato e aiuta i Rivoltosi e i ribelli insorti che sono contro alle dittature? io penso che con la caduta dell’Arabia Saudita l’Inghilterra dovra’ dare molte risposte nel riguardo “Israele”

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