Quanto vale il lavoro?

– “Centinaia di milioni di persone sono uscite dalla povertà assoluta in seguito all’impetuosa crescita dell’Asia. Le aree del cervello che governano le sensazioni di ricompensa e piacere si attivano quando si riceve un premio monetario. È rilevante, anche in senso scientifico, l’obiezione per cui il denaro non è tutto; infondata, invece, quella per cui non sarebbe niente, o ancor peggio un disvalore.”
In un suo, come sempre esemplare, recente articolo per Libertiamo.it Claudia Biancotti smonta le suggestioni à la page sulla de-crescita che Francesco Linguiti aveva provocatoriamente imposto, tempo addietro, alla nostra mensa intellettual-segaiola.

Ecco, è della ricompensa economica che vorrei qui parlare. In particolare, della ricompensa economica per il lavoro prestato. È economicamente sensato un sistema che, per mantenersi in vita, agisce sulla leva salariale sino al punto da privarla di quel valore alla medesima consustanziale – ovvero la capacità di garantire al destinatario sostentamento ed incentivo premiale corrispondente alla capacità produttiva?

Con mille euro al mese non si campa o si campa male. Eppure è questo il compenso di default per una troppo estesa pluralità di soggetti attivi – e produttivi – nel mercato privato.
Nel mercato privato italiano, mi si obietterà, perché lì c’è un inghippo e l’inghippo è la bassa produttività, l’alta conflittualità, la inerziale attitudine alla immobilità, e simili ragionevolissime, oltre che obiettivissime, argomentazioni. Che però non bastano a spiegare tutto.

Questi fattori strutturali, infatti, non toccano ad esempio la dimensione dei free, eppure anche i loro compensi languono: languono al punto da protendere alla funzione di optional dell’attività professionale – è il caso, per dire, dei giornalisti-blogger di cui si ragionava a Pescara, al seminario sull’informazione, insieme a Fabio Chiusi.

In secondo luogo, poi, gli argomenti Italia-based ignorano la questione sistemica del fenomeno, che pure ad una certa inevitabilità tendenziale dovrebbe invece far pensare. L’Asia cresce – certo – ben per lei. Ma cresce in proporzione così sfacciatamente massiccia rispetto a noi anche perché, diciamolo, può permettersi di non garantire salari superiori a quel minimo indispensabile a far stare i  lavoratori dell’era capitalismo-mao-friendly meglio di quanto non stessero gli antenati della stagione total red. Più cresce, l’Asia, e più distribuisce ricchezza e più emancipa dalla povertà i suoi cittadini e più riduce il gap con noi, che cresciamo zero o poco e che, con tutta la buona volontà – e la capacità – di ristrutturare modelli ed orizzonti produttivi, di anoressizzare stipendi e compensi in cambio della maggiore accessibilità a beni di consumo un tempo elitari ora di massa, gli livelli dell’Asia non li raggiungeremo mai.

Quanto potermo spremerli, dunque, quegli stipendi e quei salari? E quanto potremo ancora tollerare il deprezzamento del capitale intellettuale che già oggi – non in una prospettiva remota – equivale all’accettazione di una ricompensa zero in nome, magari, dell’esperienza (è il caso degli stage e dei praticantati) o dell’arricchimento del profilo professionale (il caso di blogger e giornalisti)?

L’esemplarità del caso italiano, a mio avviso, rischia di deviarci dal punto. Il problema a me pare sistemico-epocale, non congiunturale. Non serve una sfera di cristallo, ad esempio, per vedere le implicazioni dei default – inevitabili – di Grecia, Portogallo, Irlanda che abbiamo ritenuto di dover rinviare a domani con la farsesca soluzione del prestito inesigibile; è possibile che quando il giorno della verità finalmente arriverà non ci sarà più un noi ed un loro, nel senso che loro – la Cina, l’India ed assimilati sud-americani – saranno già giunti al nostro capezzale, comprandoci tutti. Il mercato aggiusterà le cose – mi si dirà. Okkey, ma quale mercato, con quali regole ed in quale cornice global-istituzionale?


Autore: Simona Bonfante

Siciliana, giornalista free-lance e blogger, si è fatta le ossa di analista politico nei circoli neolaburisti durante gli anni di Tony Blair. Dopo un periodo in Francia alla scoperta della rupture sarkozienne, rientra in Italia, prima a Milano poi a Roma dove, oltre a scrivere per varie testate online, si occupa di comunicazione politica e lobbying 2.0.

17 Responses to “Quanto vale il lavoro?”

  1. MauroLIB scrive:

    Dici bene Simona, è un problema sistemico. Ti domandi quanto vale il lavoro. E quanto dovrebbe valere una motocicletta? E una crostata di mele? Perchè nessuno si domanda quale dovrebbe essere il valore ottimale di una candela ma tutti vorrebbero sapere quale sarebbe il salario ‘giusto’ per chi la costruisce?

    Nessuno può dare queste risposte. Solo il mercato può farlo. Il mercato libero però. Perchè se viviamo in un sistema dove qualcuno dall’alto ha deciso qual’è la paga minima di un giornalista ‘assunto e tutelato’ o di un avvocato, deve per forza esistere un giornalista non assunto, e quindi non tutelato o un avvocato esordiente, che faranno la fame. E questo è il caso italiano.

    Veniamo alla Cina (e ai BRIC in senso generale). Mi risulta che abbiano già virato verso la crescita interna. Hanno cominciato a capire che l’occidente è sulla via della decrescita sistemica e che il PIL al 10/12 percento all’anno d’incremento non sarà più possibile contando su America ed Europa affogate nei debiti a cui non riusciranno a far fronte.

    Faranno esattamente come noi che arricchimmo senza i mercati dell’Est. Faranno come Ford che capii che le Model T se le dovevano comperare gli operai americani.

    Si sono resi conto che comprare debito americano per dare agli americani i dollari che useranno per comprare i prodotti che loro producono non può funzionare. Infatti hanno cominciato a incettare oro. I dollari (e gli euro) stampati col torchio sono solo carta straccia. Qui da noi gli stati cominciano a fallire. Non siamo clienti su cui contare troppo.

    E non è vero che fare lo schiavo nell’economia capitalista mao-friendly è peggio che fare il contadino nell’economia totally red. E’ comunque meglio, e infatti le campagne si sono sempre più svuotate.

    Faranno a meno di noi. Sono miliardi di persone. Sbaglieranno, soffriranno ma si arricchiranno. Hanno il tempo e i numeri dalla loro. Poi, da bravi Cinesi, non verranno al nostro capezzale, aspetteranno il cadavere seduti sulla riva dello Yang-Tze (o del Gange).

  2. Simona Bonfante scrive:

    @mauro LB hai ragione: aspetteranno il nostro cadavere :)

  3. Simona, ottimo pezzo, pieno di spunti (nonchè grazie per i complimenti). In questo momento sto in giro per conferenze e ho accesso a internet in modo erratico, appena la situazione è un po’ migliore ti rispondo degnamente.

  4. Pietro M. scrive:

    L’articolo tocca vari temi che hanno diverse cause anche se hanno effetti simili, e ogni diversa causa richiede un’analisi diversa:

    1. il settore autonomo non è rigido ma i salari sono bassi
    2. l’economia su internet dà salari bassi
    3. la concorrenza cinese tiene bassi i salari
    4. l’Europa non è diversa dall’Italia
    5. l’Asia cresce perché ha salari bassi

    Insomma, bisognerebbe scrivere cinque articoli, non un commento, per tutti questi spunti interessanti, ma su molti aspetti più tecnici mi mancano i dati per dire cose sensate e non “astratte”.

    In primis, anche al lavoro autonomo in Italia si applicano i problemi di scarsa produttività e crescita della produttività, elevate tasse, etc: insomma, i salari bassi non sono dovuti alle rigidità, ma alla scarsa produttività. La rigidità genera disoccupazione, ma non necessariamente riduce la produttività.

    Il problema dei media è di organizzazione economica: mentre e-bay e amazon hanno dimostrato che è possibile vendere merci su internet, non esiste un business plan per vendere informazioni su internet. In sostanza, non esiste un meccanismo di mercato per trasformare la domanda di informazioni (cioè la voglia di spendere soldi per informarsi) in domanda di giornalisti. Questo è un problema che richiede un’innovazione imprenditoriale, non è detto che sarà risolvibile, ma ha altre cause rispetto alla produttività bassa di sopra. In parte è legato al fatto che i mercati editoriali sono distorti dai contributi pubblici che incentivano la domanda e tengono bassi i prezzi, in parte è che in Italia nessuno si informa: però anche l’Economist ha dovuto cambiare politica online.

    E’ vero che la concorrenza fa aumentare i salari dove sono bassi e tiene bassi quelli alti, ma è anche vero che tiene bassi i prezzi (e nel caso degli USA, fornisce capitali). L’effetto netto non è autoevidente. Negli USA, senza capitali stranieri sarebbero bassissimi gli investimenti, di fatto il 40% degli investimenti e dello spreco pubblico in deficit è finanziato da non-americani, e senza il commercio estero ci sarebbe una depressione e un crollo dei mercati finanziari. In Europa dove i risparmi ci sono il problema è meno sentito. Non è neanche strettamente vero che la Cina abbassi sempre i prezzi: da un lato c’è la maggiore produttività, dall’altro il maggiore consumo. Finora ha vinto la produttività, e i prezzi sono rimasti bassi.

    Non sono i salari bassi che fanno la competitività: sono i salari rispetto alla produttività: e la Germania è competitiva anche con salari elevati, mentre l’Italia è una tragedia anche con salari mediocri. La Germania non ha problemi strutturali notevoli e ciò la differenzia da Paesi destinati a crisi profonde come gli USA, i PIIGS, e forse la Francia.

    Inoltre l’economia cinese non è l’economia dell’Asia: il livello di vita di Taiwan e Corea del Nord è paragonabile a quello europeo, ormai, come alcuni paesi dell’Europa dell’Est come la Slovenia stanno ormai quasi a livelli occidentali, e presto verremo raggiunti da quasi tutti i paesi ex-comunisti, tranne forse Romania e Bulgaria che stanno più indietro.

    Insomma, l’Europa e gli USA hanno problemi di policy, e l’Italia ha problemi di policy al quadrato, come gli altri PIIGS.

  5. Luigi Di Liberto scrive:

    A me da l’idea che la mancanza di crescita di PIL sia più che altro un problema dei governi che in questo modo non possono più emettere titoli di stato e che anzi devono trovare il modo di rientrare per stare nei parametri europei, visto che già hanno abolito il parametro iniziale del rapporto del 60% sul debito pubblico ed è questo il problema principale di cui tutti ne pagheremo le conseguenze.

    Vedo che comunque non parte il dibattito sui punti focali che Simona ha posto:

    È economicamente sensato un sistema che, per mantenersi in vita, agisce sulla leva salariale sino al punto da privarla di quel valore alla medesima consustanziale – ovvero la capacità di garantire al destinatario sostentamento ed incentivo premiale corrispondente alla capacità produttiva?

    Con mille euro al mese non si campa o si campa male. Eppure è questo il compenso di default per una troppo estesa pluralità di soggetti attivi – e produttivi – nel mercato privato. [cut] Quanto potermo spremerli, dunque, quegli stipendi e quei salari?

    Il mercato aggiusterà le cose – mi si dirà. Okkey, ma quale mercato, con quali regole ed in quale cornice global-istituzionale?

    ________________________

    Mi pare di capire che in questo ambiente si dia la causa dei bassi stipendi alla bassa produttività, il che mi pare una buona ragione, quello che vorrei che mi spiegaste è di chi è la causa di questa bassa produttività: é colpa del lavoratore italiano che è un lazzarone/incompetente/qualche_altro_motivo, oppure è degli imprenditori che non hanno investito i profitti in tecnologia che aumenta la produzione? Non mi dite che a causa delle alte tasse non avevano profitti da investire, altrimenti non capisco come la FIAT abbia potuto comprare le aziende americane o come tante altre aziende abbiano avuto i soldi per spostare le sedi in paesi dove il costo del lavoro è più basso (per poi in diversi casi importare i prodotti in Italia facendoli arrivare prima dell’ultimo passaggio lavorativo per poi mettere l’etichetta Made in Italy).

  6. Pietro M. scrive:

    La bassa produttività ha almeno una dozzina di cause. Alcune sono comuni a tutti i PAesi europei perché l’attività pubblica danneggia quasi sempre la crescita, altri sono particolarmente forti in Italia, o addirittura sono monopolio italiano.

    Faccio una lista non argomentata di cause di bassa produttività.

    1. Spesa pubblica: toglie risorse all’investimento
    2. Pensioni retributive: tolgono la necessità di risparmiare per la pensione e aumentano i consumi dei pensionati subito
    3. Debito pubblico: toglie risorse ai mercati finanziari e tiene alti i tassi di interesse, salvo manipolazioni monetarie
    4. Interventi sindacali: riducono l’efficienza allocativa e l’adattabilità del mercato del lavoro
    5. Regolamentazioni: stesso effetto dei sindacati, ma in tutti i mercati regolati non solo quello del lavoro
    6. Burocrazia: fa sprecare tempo e risorse alle imprese
    7. Protezionismo e limitazioni della concorrenza: riducono l’efficienza produttiva impedendo ai più efficienti di poter offrire beni migliori a minore costo per salvare gruppi economici parassitari
    8. Politica monetaria anticiclica: impedendo alle banche al sistema finanziario e alle imprese inefficienti di fallire garantendo loro credito a basso costo, impedisce al mercato di allocare bene le risorse capitali, che finiscono e rimangono dove è inefficiente che stiano e dunque non vanno dove servirebbe
    9. Tasse: tolgono risorse a chi produce e tolgono incentivi a produrre, tenendo in piedi invece chi non produce e non vuole contribuire a farlo
    10. Giustizia civile: è impossibile adottare il diritto contrattuale sperando che sia rispettato se i tribunali non funzionano, e ciò rende difficile le convenzioni tra imprese e facilita i comportamenti opportunistici
    11. Corruzione e criminalità organizzata: mazzette, permessi, licenze, concessioni condizionati a favori dati ai potenti di turno, racket, balzelli, e altre distorsioni politico-mafiose aumentano il costo di produrre ricchezza
    12. Stato sociale: riduce gli incentivi a risparmiare, lavorare e produrre e aumenta i costi su chi risparmia, lavora e produce.

    Insomma, la politica è la malattia da cui dovremmo curarci. Pressoché tutto quello che i politici fanno è stupido, inefficiente e corruttivo.

  7. Pierpaolo R. scrive:

    La gran parte delle cause indicate da Pietro ostacolano gli investimenti in ricerca e innovazione. Sia a livello privato che pubblico. Tagliare la spesa pubblica è necessario, ma questa deve essere di maggiore qualità.

    Quanto all’Asia, alla Cina in particolare, c’e’ un tema di potere d’acquisto dei salari, da non sottovalutare. Soprattutto se ci sarà la tanto attesa rivalutazione del yuan/renmimbi.

  8. Luigi Di Liberto scrive:

    Abbi pazienza ma tra i punti che hai scritto per motivare la scarsa produttività ce ne sono alcuni che mi sembrano del tutto fuori luogo.
    Se la maggiore produttività dipende principalmente dall’ammodernamento e maggior tecnologizzazione dell’industria, cosa centra il punto 1 (a meno di voler dire che sia lo Stato a dover provvere a quelli ammodernamenti privati)?
    Assolutamente non colgo il nesso delle pensioni.
    Qualcosa potrebbe aver a che fare Il debito pubblico, ma i tassi di interesse da parecchi anni non mi pare che siano poi così altri, anzi sono veramente bassi
    Per ritenendo la corporazione sindacale inadeguata ed a volte anche negativa, gli interventi sindacali non mi pare che impediscano la mobilità o riqualificazione.
    La regolamentazione è presente anche in Germania che a tuo stesso dire è l’isola felice europea e di certo non è meno stringente di quella italiana
    Hai ragione sulla burocrazia.
    Dovresti articolare meglio il punto 7
    parzialmente d’accordo con il punto 8
    Le tasse sono alte anche in Germania.
    Hai ragione sulla giustizia civile, ma non vedo il nesso con l’ammodernamento/tecnologizzazione delle imprese.
    Hai ragione sul punto 11
    Si dovrebbe quindi abolire lo sostegno sociale alle fasce deboli che già sono sotto la soglia di povertà?

    Non è che tutto questa serie di motivazione sia un modo per dire che la colpa della scarsa produttività sia da addebitare ad atro/i e non agli imprenditori che hanno investito in tecnologia di aumento della produttività?

  9. Luigi Di Liberto scrive:

    ERRATA CORRIGE

    Non è che tutto questa serie di motivazione sia un modo per dire che la colpa della scarsa produttività sia da addebitare ad atro/i e non agli imprenditori che NON hanno investito in tecnologia di aumento della produttività?

  10. Pietro M. scrive:

    La spesa pubblica toglie risorse agli investimenti, come ogni forma di spesa che non siano investimenti.

    La giustizia civile impedisce alle aziende di generare reti di produzione complesse perché si costruiscono tramite contratti.

  11. Massimo74 scrive:

    “Non è che tutto questa serie di motivazione sia un modo per dire che la colpa della scarsa produttività sia da addebitare ad atro/i e non agli imprenditori che NON hanno investito in tecnologia di aumento della produttività?”

    Ma cosa vuoi che investano gli imprenditori in un paese come questo?
    Abbiamo una tassazione sulle imprese che sfiora il 70%(in germania è circa 20 punti più bassa),una giustizia civile che richiede in media 8/10 anni per una sentenza definitiva,una burocrazia elefantiaca,una pubblica amministrazione i cui tempi di pagamento sono doppi rispetto alla media europea,un sistema fiscale folle che penalizza chi assume(leggi IRAP) e che ti obbliga a pagare anche se non guadagni nulla(vedi studi di settore),ci sono intere zone del paese controllate dalla criminalità organizzata e il tasso di corruzione è tra i più alti al mondo.
    Io direi che è un miracolo se c’è ancora qualcuno che continua a lavorare e investire in un paese come l’italia che ormai è diventato la barzelletta d’europa.

  12. Simona Bonfante scrive:

    @massimo74 come non convenire
    @pietro M, idem (sulla spesa pubblica che toglie respiro agli investimenti)
    basta a spiegare il perché della decrescita progressiva, tendenziale, ineludibile del valore del lavoro? forse sì.
    nel 2000, in piena bolla internet, chi aveva avuto l’acume di intercettare il trend, professionalizandosi nel settore, passava da un’azienda all’altra – ovvero da un cococo all’altro, semplicemnte perché gli conveniva: gli offrivano di più. si cambiava lavoro per interesse ed opportunità. non esisteva il mito del posto fisso. il posto fisso, al contrario, pareva una eventualità da scongiurare. ecco, questo il contesto nel quale tanti quasi quarantenni di oggi si sono professionalmente formati. i nati (professionalmente) free, e tali rimasti, oggi, pur mantenendo approccio, metodo, impegno flessibile, upgrated ecc si ritrovano a fare praticamente la fame. ora, chiedo: il mercato ha fatto la bolla. ma le bolle esplodono. e dunque? molti di quelli che per scelta hanno fatto i free, di quella scelta oggi si pentono. e questo è drammatico

  13. Luigi Di Liberto scrive:

    Nel vostro ambiente più puramente liberista probabilmente date per scontati alcuni passaggi e sillogismi che ad un Socialista Liberale come me, oltretutto anziano e non acculturato scolasticamente, non lo sono assolutamente.

    Se la spesa pubblica è quello che tutti conosciamo, cioè i soldi che che lo stato incamera (principalmente dalle tasse) e se è vero che la produttività cresce principalmente grazie agli investimenti in ammodernamenti/nuove_tecnologie, dire che la mancata produttività degli imprenditori privati decresce perché la spesa pubblica non spende in investimenti, mi da l’idea che si chieda allo Stato si pagare ai privati gli investimenti di ammodernamento per aumentare la produttività e quindi anche i loro utili. Sono certo che non sia questa la vostra posizione Liberale, quindi se voleste avere la cortesia si far capire ad un tontolone come me cosa intendete quando scrivete che la spesa pubblica toglie investimenti -per aumentare la produttività delle singole imprese (perchè è di questo che stiamo parlando)- in modo che guadagnando di più gli impresari possano adeguare i salari -almeno- al crescente costo della vita, io vi ringrazierei molto.

    Detto questo mi permetto di riprendere le domande contenute in questo ottimo articolo per dirvi che se non date risposte concrete e di speranza a questi quesiti, ho la sensazione che le masse di voti non verranno da questa parte ma si sposteranno da quest’altra parte http://www.luogocomune.net/site/modules/news/article.php?storyid=3765 che in Italia interpreta il movimento 5 stelle

    È economicamente sensato un sistema che, per mantenersi in vita, agisce sulla leva salariale sino al punto da privarla di quel valore alla medesima consustanziale – ovvero la capacità di garantire al destinatario sostentamento ed incentivo premiale corrispondente alla capacità produttiva?

    Con mille euro al mese non si campa o si campa male. Eppure è questo il compenso di default per una troppo estesa pluralità di soggetti attivi – e produttivi – nel mercato privato. [cut] Quanto potermo spremerli, dunque, quegli stipendi e quei salari?

    Il mercato aggiusterà le cose – mi si dirà. Okkey, ma quale mercato, con quali regole ed in quale cornice global-istituzionale?

  14. Massimo74 scrive:

    @Luigi Di Liberto

    “dire che la mancata produttività degli imprenditori privati decresce perché la spesa pubblica non spende in investimenti”

    Veramente io non ho mai detto che la mancanza di produttività nel settore privato dipende dal fatto che non si fanno investimenti pubblici.Semmai è il contrario,cioè la spesa pubblica che ormai è oltre il 50% del PIL sottrae risorse al settore privato attraverso la tassazione e questo porta inevitabilmante ad una contrazione degli investimenti privati e conseguentemente riduce la competitività del sistema economico.La conseguenza di ciò è che la produttività è bassa e i salari non crescono.

    “Il mercato aggiusterà le cose – mi si dirà.”

    Ovviamente sì, ma solo a condizione che lo stato si faccia da parte.

  15. Luigi Di Liberto scrive:

    Massimo, allora non è la spesa pubblica che toglie risorse all’investimento per l’aumento della produttività (anche se io direi che sarebbe più utile investire per il miglioramento dei prodotti in quanto è ciò che rende realmente competitivi [accresce le vendite, il prezzo e di conseguenza il profitto sperando infine i salari proporzionalmente], aumentare solo il prodotto -se poi non lo vendi- accresci i disoccupati), quello che toglie risorse di investimento agli imprenditori sono le tasse troppo alte.

    A parte il fatto che nei paesi del nord Europa hanno tasse alte ma non hanno i nostri problemi ed una assistenza sociale da invidia, mi potresti dire dove taglieresti la spesa pubblica in modo tanto sostanziale da poter nello stesso tempo rientrare dal debito pubblico e poter diminuire le tasse? Aboliresti le provincie e licenzieresti gran parte di quei dipendenti pubblici? Dimezzeresti gli stipendi dei parlamentari con azzeramento di loro privilegi? Aboliresti il finanziamento pubblico ai partiti e giornali? L’otto e il cinque per mille? Le esenzioni fiscali al clero? Divieto di indebitamento per le amministrazioni locali? Io penso che anche tu saresti d’accordo, anche se “solo” questo non basterebbe e bisognerebbe di molto aumentare la lista, ma la questione è che se ti presenti con questo pacchetto di proposte non trovi ne alleanze politiche ne consenso popolare.

    Secondo me la strada più breve, anche se lo stesso impopolare e rischiosa, è il congelamento dei titoli di stato per 5 anni (già solo non avendo più da pagarne gli interessi non ci sarebbe bisogno di emetterne di nuovi, in questi ultimi 2 anni ci siamo indebitati di altri 138 miliardi di euro che sono tutti serviti per pagare gli interessi di quelli già emessi), censimento dei possessori dei titoli che devono dire dove hanno preso quei soldi in rapporto alle dichiarazioni di reddito o comunque darne giustificazione lecita (chi non provvede alla certificazione entro 12 mesi perde i titoli e gia sono del parere che molti li resterebbero nelle casse statali piuttosto di giustificarne la provenienza, le banche da parecchi tempo hanno drasticamente ridotto il loro investimento in titoli), vendita bel 50% delle riserve auree per cominciare a riacquistare, dopo la certificazione, a cominciare dai microinvestitori.

    Si faccia una riforma fiscale in cui le le aliquote massime siano pari a quelle americane, MA SI METTANO ANCHE SANZIONI PENALI E CONFISCHE ALL’AMERIKANA, pur riducendo le aliquote ma facendo emergere l’evasione ed il sommerso in nero, per il timore di fare anni di galera e vedersi tutto confiscato, ci sarebbe un forte aumento del gettito ed un immediato circolo virtuoso, sia per gli imprenditori che per la lotta al riciclo del denaro illecito.

    Secondo me questo e un primo modo per ridurre la necessita di spesa e di ulteriore indebitamento che ci sta conducendo irrimediabilmente al fallimento.

    Io mi sono buttato in proposte concrete su cui certamente troverò lapidazione, ma oltre alle pietre provate anche a tirare fuori proposte eventualmente alternative, non basta genericamente dire che bisogna ridurre la spesa pubblica e ridurre le tasse, sempre tenendo conto dei questi presenti nell’articolo e dei rischi che ho espresso nel mio post precedente.

  16. Massimo74 scrive:

    “Quello che toglie risorse di investimento agli imprenditori sono le tasse troppo alte.”

    Le tasse servono proprio a finanziare la spesa pubblica,pertanto se si vuole ridurre la tassazione è assolutamente necessario tagliare anche la spesa(altrimenti creeresti ulteriore deficit,cosa che in questo momento non potremmo assolutamente permetterci).
    Comunque vorrei farti notare che non esiste paese in europa con il livello di tassazione dell’italia,neanche i paesi nordici che tu citi arrivano ad un livello di tassazione reale che supera il 60%.
    La Svezia anzi ha una tassazione sulle imprese addirittura inferiore a quella degli stati uniti.Inoltre il loro sistema fiscale è molto meno vessatorio del nostro.In Svezia se chiudi il bilancio in perdita non paghi nulla,qui invece vieni automaticamente bollato come evasore e sei assoggettato agli studi di settore.
    Mi chiedi dove tagliare la spesa pubblica?Direi che c’è solo l’imbarazzo della scelta.
    Per fare qualche esempio:

    1)Aumento da subito dell’età pensionabile fino a 70 anni

    2)Abolizione finanziamenti alle imprese

    3)Abolizione sussidi ai giornali e al cinema

    4)privatizzazione di rai,poste,ferrovie,finmeccanica,fincantieri e di tutte le società municipalizzate

    5)Alienazione dell’enorme patrimonio di allogi pubblici(valutato in circa 400 miliardi di euro)

    6)Abrogzione di ministeri totalmente inutili come quello delle pari opportunita,della gioventù,per l’attuazione del programma di governo e per i rapporti col parlamento

    abolizione di tutte le auto blu con l’eccezione di quelle usate dai magistrati antimafia

    abolizione province,comunità montane e accorpamento comuni sotto i 5.000 abitanti

    ritiro dei militari da tutte le missioni all’estero

    dimezzamento parlamentari,consiglieri regionali e taglio del 30% dei relativi stipendi,nonchè soppressione del finanziamento pubblico ai partiti.

    accorpamento dei vari corpi di polizia

    Ecco queste sono solo alcune proposte che si possono realizzare se si vuole veramente tagliare la spesa pubblica in maniera strutturale e ridurre di conseguenza l’indebitamento dello stato,avendo così le risorse necessarie per un drastico taglio delle imposte in grado di far ripartire l’economia di un paese fermo da troppi anni.

  17. Luigi Di Liberto scrive:

    Allora avevo ragione a contestare a Pietro che il punto 1 era assorbito o contestualizzato dal punto 7 sul quale convenivo.

    Anche tu hai una bella lista ma su alcuni non mi trovi d’accordo

    1) Aumentare l’età pensionabile crea in prospettiva aumento di disoccupazione, il problema del tracollo del sistema pensionistico si risolve mettendo il calmiere massimo alle pensioni senza ridurre il prelievo dai redditi da lavoro

    4) Pririvatizzare le aziende come Finmeccanica, Poste ed altre che producono buoni utili mi sembra quanto meno bizzarro, si privatizzano o dismettono le aziende deficitarie

    5)Le case popolari sono indispensabili per quella fascia sociale che non può permettersi altro, inoltre da parecchio ormai dopo 10 anni vengono alienate ai residenti, ma è comunque una toppa sociale che non può essere dismessa sull’altare di un po di cassa nell’immediato.

    Il ritiro dei militari dalle missioni, pur non essendo io un antimilitarista_guerrafondaioma neppure un pacifista, e una cosa che meriterebbe un maggiore approfondimento a che porti a prefigurare un esercito europeo unico.

    Beh, vedo che dea iniziali forti divergenze sulla prima discussione abbiamo trovato parecchi punti condivisi e sono certo che anche su quelli che ci vedono ancora distanti si potrebbe con la buona volonta trovare almeno una mediazione, sempre che si voglia uscire dagli stereotipi convenzionali e provare a passare a quella che da tempo sto meditando come il Riformismo Rivoluzionante di matrice LiberalSocialista

    Vedo però che nessuno prova a dare risposte ai quesiti che ha posto simona

    _______________________________

    È economicamente sensato un sistema che, per mantenersi in vita, agisce sulla leva salariale sino al punto da privarla di quel valore alla medesima consustanziale – ovvero la capacità di garantire al destinatario sostentamento ed incentivo premiale corrispondente alla capacità produttiva?

    Con mille euro al mese non si campa o si campa male. Eppure è questo il compenso di default per una troppo estesa pluralità di soggetti attivi – e produttivi – nel mercato privato. [cut] Quanto potermo spremerli, dunque, quegli stipendi e quei salari?

    Il mercato aggiusterà le cose – mi si dirà. Okkey, ma quale mercato, con quali regole ed in quale cornice global-istituzionale?

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