– “Centinaia di milioni di persone sono uscite dalla povertà assoluta in seguito all’impetuosa crescita dell’Asia. Le aree del cervello che governano le sensazioni di ricompensa e piacere si attivano quando si riceve un premio monetario. È rilevante, anche in senso scientifico, l’obiezione per cui il denaro non è tutto; infondata, invece, quella per cui non sarebbe niente, o ancor peggio un disvalore.”
In un suo, come sempre esemplare, recente articolo per Libertiamo.it Claudia Biancotti smonta le suggestioni à la page sulla de-crescita che Francesco Linguiti aveva provocatoriamente imposto, tempo addietro, alla nostra mensa intellettual-segaiola.

Ecco, è della ricompensa economica che vorrei qui parlare. In particolare, della ricompensa economica per il lavoro prestato. È economicamente sensato un sistema che, per mantenersi in vita, agisce sulla leva salariale sino al punto da privarla di quel valore alla medesima consustanziale – ovvero la capacità di garantire al destinatario sostentamento ed incentivo premiale corrispondente alla capacità produttiva?

Con mille euro al mese non si campa o si campa male. Eppure è questo il compenso di default per una troppo estesa pluralità di soggetti attivi – e produttivi – nel mercato privato.
Nel mercato privato italiano, mi si obietterà, perché lì c’è un inghippo e l’inghippo è la bassa produttività, l’alta conflittualità, la inerziale attitudine alla immobilità, e simili ragionevolissime, oltre che obiettivissime, argomentazioni. Che però non bastano a spiegare tutto.

Questi fattori strutturali, infatti, non toccano ad esempio la dimensione dei free, eppure anche i loro compensi languono: languono al punto da protendere alla funzione di optional dell’attività professionale – è il caso, per dire, dei giornalisti-blogger di cui si ragionava a Pescara, al seminario sull’informazione, insieme a Fabio Chiusi.

In secondo luogo, poi, gli argomenti Italia-based ignorano la questione sistemica del fenomeno, che pure ad una certa inevitabilità tendenziale dovrebbe invece far pensare. L’Asia cresce – certo – ben per lei. Ma cresce in proporzione così sfacciatamente massiccia rispetto a noi anche perché, diciamolo, può permettersi di non garantire salari superiori a quel minimo indispensabile a far stare i  lavoratori dell’era capitalismo-mao-friendly meglio di quanto non stessero gli antenati della stagione total red. Più cresce, l’Asia, e più distribuisce ricchezza e più emancipa dalla povertà i suoi cittadini e più riduce il gap con noi, che cresciamo zero o poco e che, con tutta la buona volontà – e la capacità – di ristrutturare modelli ed orizzonti produttivi, di anoressizzare stipendi e compensi in cambio della maggiore accessibilità a beni di consumo un tempo elitari ora di massa, gli livelli dell’Asia non li raggiungeremo mai.

Quanto potermo spremerli, dunque, quegli stipendi e quei salari? E quanto potremo ancora tollerare il deprezzamento del capitale intellettuale che già oggi – non in una prospettiva remota – equivale all’accettazione di una ricompensa zero in nome, magari, dell’esperienza (è il caso degli stage e dei praticantati) o dell’arricchimento del profilo professionale (il caso di blogger e giornalisti)?

L’esemplarità del caso italiano, a mio avviso, rischia di deviarci dal punto. Il problema a me pare sistemico-epocale, non congiunturale. Non serve una sfera di cristallo, ad esempio, per vedere le implicazioni dei default – inevitabili – di Grecia, Portogallo, Irlanda che abbiamo ritenuto di dover rinviare a domani con la farsesca soluzione del prestito inesigibile; è possibile che quando il giorno della verità finalmente arriverà non ci sarà più un noi ed un loro, nel senso che loro – la Cina, l’India ed assimilati sud-americani – saranno già giunti al nostro capezzale, comprandoci tutti. Il mercato aggiusterà le cose – mi si dirà. Okkey, ma quale mercato, con quali regole ed in quale cornice global-istituzionale?