– A quelli che “Le liberalizzazioni sì, ma non su questo, né su quello, che è strategico” ( e in questo benedetto Paese non si capisce mai dove inizi e dove finisca l’area dei mercati strategicamente irrecedibili dalle manacce dello Stato), Poste Italiane ha dedicato una campagna ad hoc, dal titolo “Noi siamo strategici, i bollettini postali no. Con il patrocinio del Ministero dell’Economia e delle Finanze, che di Poste Italiane possiede il 100 per cento del capitale sociale (sul finire dello scorso anno ha rilevato il residuo 35 per cento posseduto dalla Cassa Depositi e Prestiti). Servizi bloccati per 4 giorni, gente costretta a file lunghe quanto inutili e inutili pellegrinaggi di filiale in filiale. E nessuno, della dirigenza di Poste Italiane, che pagherà per un disservizio che in un’azienda di mercato gli azionisti avrebbero punito mettendo su una picca la testa del management.

Vi presento il modello del “pubblico efficiente”. Talmente efficiente da tenere in scacco un intero paese per giorni, nonché da meritarsi il rinnovo, per altri 15 anni a partire da questo, dell’affidamento da parte dello Stato del Servizio Universale Postale, che la Poste Italiane Spa “prima azienda di servizi del Paese” oramai svolge nei ritagli di tempo e saltellando sul piede sinistro. E in perdita.

Nonostante la liberalizzazione dei servizi postali imposta da Brussels a partire dal primo gennaio 2011 – da noi recepita, manco a dirlo, all’italiana, cioè con deroghe e riserve talmente sostanziali da annullare la regola – Poste Italiane continua ad essere un giochino appetitoso con cui la politica è adusa baloccarsi, fregandosene della concorrenza prescritta dall’Europa, anzi fregandola. Vuoi mettere le ragioni del mercato e dell’efficienza col divertimento di Tremonti a gingillarsi con sportelli e milioni di risparmio postale nella fantomatica Banca del Sud?

Venuta dunque meno, da gennaio, l’ultima area di attività legalmente riservata al monopolio di Poste Italiane, l’azienda continua però a godere indisturbata della posizione di supremazia conquistata in anni e anni di distorsioni nei settori del risparmio e assicurativo, con i quali la suddetta Spa sussidia le perdite accumulate dall’attività core, cioè lo smistamento di posta (nel 2009 i sussidi incrociati da Bancoposta a Poste Italiane ammontavano a 209 milioni di euro).

Il tutto in assenza, ovviamente, di un’Autorità di regolazione veramente indipendente (come non è il Ministero dello Sviluppo Economico), che permetta di spezzare l’inviluppo tra regolato e regolatore prima che questo sia “catturato”, e che ci costa una procedura di infrazione aperta dall’Unione Europea che si risolverà in una bella multa che pagheranno i contribuenti italiani.

Mutatis mutandis, Poste Italiane è l’epifania sbiadita del fantasma dell’acqua nazionalizzata, che, se possibile, sarebbe anche peggio. Perché quantomeno Poste Italiane è una Spa di diritto privato (benché a totale controllo pubblico) che opera in un mercato che un minimo di concorrenza ce l’ha. Mentre una vittoria dei Sì ai referendum di domenica spedirebbe tutti i servizi locali di interesse economico (non solo l’acqua, ma anche l’immondizia e i trasporti) dritti nelle fauci bulimiche della politica locale, che per gestirli (e guastarli) non dovrebbe nemmeno fare lo sforzo di costituire società esterne cui conferire un affidamento in house, potendo, anzi dovendo (se si interpretano le reali intenzioni dei referendari) erogarli in via diretta tramite gli Enti locali e la fiscalità generale. E’ la versione “leghista” del socialismo, con la collettivizzazione decentrata, su base municipale, dei mezzi di produzione.

Un inferno da cui, una volta arrivati, manderemo una cartolina al resto del mondo. Ammesso che Poste Italiane la recapiti.