di CARMELO PALMA – Nell’ultimo quindicennio, tra un sesto e un quinto degli elettori non sono andati a votare per il rinnovo della Camera e del Senato. Nel 2008 si è registrata la maggiore crescita dell’astensionismo dal 1946 ad oggi, dopo quella del 1996 .

Dal precedente referendum sul nucleare – era l’autunno del 1987, ed è passato poco meno di un quarto di secolo – in una sola occasione più di tre italiani su quattro sono andati a votare per i referendum. Avvenne nel 1993, a suggello del crollo politico e “morale” della Prima Repubblica. In tutte le altre occasioni i referendum validi non hanno portato al voto più di due italiani su tre.

Nell’ultimo decennio – quando la strategia astensionista ha iniziato ad essere utilizzata in modo scientifico – a nessun referendum ha partecipato più di un italiano su quattro. Nei due referendum costituzionali del 2001 e del 2006, il quorum (peraltro, in questo caso, non richiesto) del 50 per cento più uno dei votanti fu raggiunto (di un soffio) solo nel 2006. Nel 2001 sul “federalismo all’italiana” approntato dal centro-sinistra andò a votare poco più di un italiano su tre .

Con buona (e generosa) approssimazione possiamo dire che oggi, al netto delle strategie elettorali dei partiti, un italiano su cinque comunque non vota per le elezioni politiche, ed uno su tre per i referendum. E non vota a prescindere da ciò che gli viene chiesto e proposto.

Il fatto che da tempo si usi l’astensione sul referendum per vanificare il risultato della consultazione e se ne rivendichi la legittimità in base all’articolo 75 della Costituzione conferma che alla politica – come a larga parte della società italiana – delle “norme” interessa non ciò che è regola, ma ciò che è impreveduta e malaccorta eccezione, non la funzione, ma la disfunzione, non l’ordine, ma il disordine che è possibile portarvi, ad usare in modo furbo e sleale dei suoi meccanismi, quando questi presumono, come spesso accade, la buona fede dei “giocatori”.

L’Italia è pur sempre il Paese in cui la legge elettorale maggioritaria successiva al referendum del 1993 – il mitologico Mattarellum – venne usato dai partiti maggiori (a destra come a sinistra) in modo da sterilizzare il cosiddetto “scorporo” e quindi produrre effetti opposti a quelli previsti dal legislatore, di minore e non maggiore proporzionalizzazione del voto.  Non c’è sorpresa, dunque, che si sia usato – e anche in questo caso indifferentemente “da destra” e “da sinistra” – il meccanismo del quorum come dispositivo anti-referendario. Alle elezioni le liste-civetta. Al referendum l’astensione. Unicuique suum.

L’articolo 75 della Costituzione prevedeva che venisse vanificato l’esito di un referendum negletto dalla maggioranza degli elettori, non che al non voto dei negligenti si sommasse quello degli opportunisti, a quello dei disinteressati quello degli interessati “minoritari”, fino a capovolgere l’esito della consultazione.

La strategia del “non quorum” ha inaugurato la stagione del voto “disuguale”, in cui, stando ai dati dell’ultimo referendum valido – quello del ‘95 – ai sostenitori del Sì per vincere occorre portare a votare il 50 per cento più uno degli elettori, mentre a quelli del No basta convincere al non voto meno del dieci per cento degli elettori “impegnati”.

L’argomento della legittimità – che vale in tribunale – ha scarso senso nell’agone politico. E’ anche legittimo – come ha fatto Berlusconi – comprare i voti dei parlamentari con la promessa di benefici non esclusivamente venali: un sottosegretariato, mica una mazzetta. E’ legittimo – come ha fatto Bersani – rinnegare la proposta di liberalizzazione della gestione dei servizi idrici pur di servirsi di un referendum cretino nella “battaglia epocale” contro il Caimano. Ma si tratta pur sempre di mezzi che, per il fatto di essere leciti, non sono meno politicamente “sporchi”. E visto che tra i fini e i mezzi esiste – come crediamo – un’implicazione più profonda e meno strumentale di quanto appaia,  c’è da credere che così si finisca non per giustificare la “forma”, ma per lordare la “sostanza” della lotta politica.

Per altro, basta guardare agli esiti dei referendum degli ultimi decenni per vedere come le grandi “vittorie”referendarie non siano stati conseguite con la strategia astensionista, ma con una sfida in campo aperto. Oggi possiamo dire che gli italiani hanno sonoramente bocciato i referendum sul punto unico di contingenza (1985) e contro le tv commerciali (1995), non che abbiano “democraticamente” rigettato la riforma in senso maggioritario della legge elettorale (1999) o della legge sulla fecondazione assistita (2005).

Per questo, senza nessuna simpatia per i promotori dei referendum e per i referendum promossi, pensiamo che il 12 e 13 giugno chi abbia un’idea sui referendum e intenda farla valere debba andare a votare senza affiliarsi, per convenienza, ai renitenti. E “debba” – sia chiaro – non nel senso dell’obbligo giuridico, ma del “dovere” politico di partecipare al gioco democratico ad armi pari, quando si voglia dire qualcosa, piuttosto che nulla.