Categorized | Biopolitica

‘Per la vita’. Proclami sì, assistenza no

– “Per mio marito – afferma Irene Sampognaro, 40 anni, insegnante, madre di due figli, uno di cinque e una di un anno – voglio le migliori cure del mondo. Lo Stato dice di essere per la vita ma poi ti abbandona”. “Sono pronta a seguire la strada della famiglia Englaro – continua – siamo in grado anche di dimostrare che [mio marito] aveva esplicitamente detto che se si fosse trovato in queste condizioni avrebbe preferito farla finita.”

Il nuovo caso “bioetico” è quello di Giuseppe Marletta, architetto di 42 anni, che viene ricoverato per una banalissima operazione: la rimozione di due punti metallici applicati dopo l’estrazione di un dente. Oltre al danno la beffa dunque, perché l’uomo non voleva operarsi, era stato il primario a convincerlo sostenendo che con quell’intervento avrebbe risolto il problema che lo affliggeva: una banale sinusite che, ironia della sorte, non è ancora scomparsa. Giuseppe dopo quell’operazione si è svegliato, ma per appena 15 minuti, poi è entrato in coma.

E’ arrabbiata e indignata Irene, chiede giustizia e non solo:

In caso di mancate risposte dalle istituzioni – ha detto – porterò mio marito all’estero per praticargli l’eutanasia: questa non è vita. Io sono per la vita, ma quella vera e sono disposta a tornare indietro sulla mia decisione soltanto se lo Stato si farà carico della cura e dell’assistenza ai massimi livelli”.

Irene, infatti, si prende cura del marito come può, impiegando tutto il suo stipendio da insegnante: mille euro al mese. Si potrebbe obiettare che c’è una stridente contraddizione “morale” tra il desiderio di curare e quello di far morire, tra la volontà di assistere della moglie e quella di non essere assistito del marito e che ha poco senso invocare la seconda se la prima non viene soddisfatta. Ma questa coerenza astratta contrasta con un senso di pietà e sollecitudine umana che porta “naturalmente” a preferire per i propri congiunti una morte liberatoria ad una vita straziata, l’eutanasia – cioè un buon morire – all’abbandono morale e materiale del malato ad un cattivo vivere.

Da censurarsi è piuttosto la doppiezza di una politica che si dichiara a favore della vita ma di fatto abbandona i malati ed i cittadini. Le richieste di un’assistenza più consona, qualificata e presente per i malati sono da anni oggetto di proteste.

La politica dei grandi proclami, che si batte “per la vita”, che pretende di rendere obbligatorie alimentazione ed idratazione forzata per i malati che versano in stato di incapacità, che indice “giornate nazionali” per gli stati vegetativi, poi fa ben poco di concreto per rendere dignitosa l’esistenza di questi malati. Ovviamente, come grida a gran voce la signora Sampognaro, insieme a tutti i familiari delle persone che si trovano in una condizione simile a quella del marito, o si dà a questi cittadini un’assistenza umana oppure gli si impone un calvario che si aggiunge a quello della malattia.

Troppo spesso si parla dei casi limite, dei casi Welby, Englaro, Nuvoli, ma si trascurano la vita ed i casi dei tanti malati terminali che si trovano a combattere con le barriere che proprio lo Stato “disegna” per loro. Ci vogliono sempre degli episodi scatenanti, delle minacce di gesti inconsulti per far riaprire le polemiche, e accendere così i riflettori su mondi nascosti, che segnano però la quotidianità di molti cittadini.

Prontamente il sottosegretario Roccella, nei panni dello Stato, risponde alle critiche dalle pagine di Avvenire:

“Non è vero che lo Stato lascia sole le famiglie delle persone in stato vegetativo”. “L’assistenza sanitaria è in mano alle Regioni. Nei Livelli Essenziali di Assistenza – continua – c’è tutto. Il problema è come vengono messi in pratica. Sulla ricerca abbiamo finanziato il più vasto programma, abbiamo vincolato parte dei fondi distribuiti alle Regioni a progetti sugli stati vegetativi e abbiamo approvato le linee guida per spenderli correttamente.”

Già, ma i fatti parlano chiaro. Malasanità, risorse che vengono stanziate “male” e non arrivano ai malati, incuria, abbandono, casi limite, che sempre meno spesso sono il “limite”.

Un Paese civile e attento a tutti i cittadini non può non tutelare soprattutto le persone più deboli. Questo spera anche Adriano Pessina, direttore del Centro di Ateneo di Bioetica della Cattolica:

“Ci auguriamo che di fronte a questo nuovo caso si cominci a pensare realmente al sostegno delle famiglie e alla qualificazione dell’assistenza. La via breve non può essere nessuna forma di eutanasia, ma un’assistenza adeguata e solidale”.

E ammonisce:

“Il fatto che sia necessario ricorrere a drammatici appelli pubblici per ottenere ascolto, giustizia e assistenza qualificata è indice di un progressivo deteriorarsi del tessuto etico del nostro paese e del lacerarsi delle funzioni stesse delle istituzioni”.

Tutta questa vicenda, purtroppo, diventerà l’ennesimo episodio della telenovela bioetica della legislatura. A fine giugno alla Camera dei Deputati riprenderà l’esame del provvedimento in materia di testamento biologico. Esame che si preannuncia come sempre combattuto e molto lontano da scelte di larga condivisione. Mentre, tanto per fare un paragone, in Gran Bretagna si affaccia l’ipotesi dell’eutanasia “gestita” dai medici di base.

Senza estremizzare, in Italia per rendere la situazione più sostenibile basterebbe una “soft law” in materia di fine vita – lasciar fare alle famiglie e ai medici, senza ingerenze legislative – e un piano realistico per l’assistenza ai malati che i progressi della medicina contendono alla morte ma non restituiscono pienamente alla vita.


Autore: Simona Nazzaro

Nata a Roma nel 1980. Laureata in Scienze della Comunicazione, a La Sapienza, ha curato le campagne politiche e di comunicazione dell’Associazione Luca Coscioni. Collabora con diversi settimanali e quotidiani. La sua grande passione è il basket, e da anni concilia questa con il lavoro: conduce infatti una trasmissione radiofonica di approfondimento sportivo.

2 Responses to “‘Per la vita’. Proclami sì, assistenza no”

  1. Quanto è vero purtroppo!

    Spero di non vedere ” il sondino di stato ” !!

  2. Luigi Di Liberto scrive:

    Anche se non c’è nulla da aggiungere o da contestare a quanto scritto è lo stesso triste vedere solo il commento di Silvana e 45 post sulla questione se sia o meno il caso di votare e come sull’acqua pubblica, è stato degnato di 4 post anche l’articolo sul gayprade bolscevico.

    Chissà sa la signora Roccella si è almeno interessata del caso per capire chi dell’amministrazione locale della sanità debba provvedere ad attivarsi per non tramutare in lunga e penosa tragedia questo sconcertante caso.

    Certo sono più interessanti le discussioni sulle cose che ci toccano da vicino sulle cose quotidiane come l’oppressione fiscale perche si pensa di avere la ricetta miracolosa per uscire dal tunnel, ma queste sono cose che altrettanto da un secondo all’altro potrebbero colpire chiunque e sulle quali non si vuole dare risposte, anche qualora ci fossero strutture adeguate ad ospitare tutte le persone in queste condizioni, non è concepibile mantenerle forzosamente in ancorate ad mondo nel quale non sono più partecipi, specie se la loro volontà era diversa.

Trackbacks/Pingbacks