Da ‘zingaropoli’ ai ‘padroni dell’acqua’. La politica è paura, a destra come a sinistra

– Terminata l’ennesima campagna elettorale si sarebbe potuto sperare, finalmente, di discutere apertamente del merito dei problemi che affliggono il Paese. La realtà che ci troviamo di fronte è, purtroppo, ben diversa. La contesa si è spostata sui referendum indetti per il 12 e il 13 giugno. Ma lo schema della discussione, il modus operandi della politica è rimasto inchiodato ai medesimi clichè.

Un concetto espresso più volte, anche nell’ultima campagna elettorale, è stato l’utilizzo della “paura” nella strategia del consenso. Accusa che è stata rivolta molto spesso nei confronti del centrodestra: infondere nei cittadini il timore per lo straniero, lo “zingaro”, l’omosessuale, il diverso. Non si può negare che ciò abbia un minimo di fondamento, basti pensare a certi manifesti comparsi a Milano.

Tuttavia, si può notare come la paura sia ormai strumento e “capitale” di ogni parte politica e, anzi, come abbia contagiato la stessa società civile e ne guidi le reazioni di fronte ad ogni evento, percepito sempre primariamente come “minaccia”. Gli esempi in tal senso sono moltissimi e denotano una situazione davvero preoccupante, in grado di minare seriamente l’obiettivo di una società aperta e libera.

Si tratta di paure che possono avere diversi significati, ma hanno tutte un comune denominatore: producono reazioni di chiusura, inducono le persone a chiedere protezione da qualcosa che viene percepito come un pericolo. Questo però implica, inevitabilmente, la riduzione degli spazi di libertà.

La forte opposizione all’energia nucleare – non solo in Italia va detto – è forse l’emblema più evidente  di questo atteggiamento. Non c’è dubbio che la tragedia giapponese abbia profondamente influenzato l’opinione pubblica, ma una buona politica, a prescindere dallo schieramento, dovrebbe sapere che ogni decisione va presa riflettendo in modo adeguato e valutando con attenzione vantaggi e svantaggi, costi e benefici. È il contrario di ciò che sta avvenendo oggi, dove i partiti lottano per la propria rendita di posizione e non si fanno scrupolo di soffiare sulla polemica e di alimentare l’irrazionalità.

Ma se il nucleare rappresenta un caso estremo, vi sono altre situazioni più “normali” in cui la paura prende il sopravvento col risultato di indurre alla conservazione o, peggio, alla marcia-indietro.  Si può citare il caso degli ogm, ostracizzati da maggioranze trasversali e dipinti come uno “sporco interesse” delle multinazionali. Che infatti investono sempre meno in questo paese, come molti studi hanno dimostrato. Del resto perché rischiare il proprio denaro se moltissimi, politici e non, altro non fanno che attaccare il capitalismo stesso, portatore di tutti i peggiori mali? Impossibile attirare capitali nel paese del “piccolo è bello”, dove la legislazione e il fisco disincentivano la crescita dimensionale delle imprese.

Certo, qualcuno dirà che questa è la tradizione italiana, tanto a sinistra quanto a destra. Ad essi si potrebbe obiettare che la crescita complessiva è sempre modesta, ma a quel punto – per giustificare la situazione e addossare ad un nuovo nemico una nuova paura – viene in soccorso il “nemico cinese”, la speculazione, i manager che pensano solo ad arricchirsi e via dicendo…

Nel referendum sui servizi idrici sembrano compendiarsi tutte le peggiori caratteristiche della cattiva politica. Il “progresso” a quanto pare impone di bloccare una legge che, timidamente, tenta di aprire un settore rimasto saldamente chiuso a ogni forma di concorrenza. È impossibile non capire razionalmente quali danni farebbe l’eventuale vittoria dei sì (come dimostra bene quest’articolo comparso recentemente su Libertiamo o i numerosi contributi raccolti su Chicago-Blog sotto l’efficace titolo “Il buco nell’acqua”), così come non è difficile capire che l’acqua, anche se il cosiddetto decreto Ronchi rimanesse in piedi, resterebbe sempre e comunque a disposizione di tutti i cittadini. Anzi, forse sarebbero proprio i meno abbienti a guadagnarci, se gli enti locali lasciassero ad aziende specializzate il compito di far funzionare meglio gli acquedotti e le tariffe incentivassero un utilizzo più efficiente delle risorse idriche.

Si tratta per altro di una consapevolezza ampiamente diffusa nel mondo politico, tanto più che un’iniziativa in tal senso era giunta già nella precedente legislatura a firma dei maggiorenti delle forze politiche oggi referendarie (il cosiddetto disegno di legge Lanzillotta). L’Ocse, inoltre, pochi giorni fa ha richiamato l’Italia a liberalizzare i servizi idrici. Ma perché perdere tempo a ragionare? È molto meglio sfruttare la paura, la mancata preparazione della gente comune e raccogliersi dietro slogan semplici quanto menzogneri come “acqua pubblica” e evocare spietate multinazionali pronte ad arricchirsi sulla pelle di ognuno. Tutto vale, se posso raccogliere consenso a spese del mio avversario. Magari anche contraddirsi. Oppure farsi beffa delle evidenze scientifiche, giungendo addirittura ad attaccare uno studioso quale Umberto Veronesi, reo di essere favorevole all’energia nucleare e accusarlo di fare propaganda nelle scuole.

Poi c’è l’argomento più suggestivo, buono per ogni evenienza, quello “complottistico”: il pericolo delle mafie, delle “cricche”, delle lobby. Ogni qualvolta si proponga la realizzazione di un’opera, in Italia, subito vi è chi si oppone acriticamente denunciando oscure trame e interessi da parte di presunti gruppi organizzati. Si badi, le infiltrazioni criminali esistono e sono un tema da non dimenticare mai. Ma è inammissibile alimentare una cultura del sospetto generalizzata, un bieco qualunquismo che pone in cattiva luce ogni attività imprenditoriale in sé. Tutto ciò, ovviamente, a causa dell’aperta ostilità verso il libero mercato, quando è proprio la concorrenza, la competizione, a migliorare l’efficienza e la trasparenza delle decisioni (e dell’utilizzo delle risorse pubbliche)

Se continua a seguire queste traiettorie, la politica abdica completamente alla propria funzione, rinuncia a discutere per trasformarsi in rissa continua. E, quel che è peggio, lo fa a spese di tutti lasciando ogni giorno che passa un paese più chiuso, meno competitivo e soprattutto immobile, costringendo le giovani generazioni ad emigrare o ad accettare una realtà profondamente ingiusta.

Ciò che serve non è un salvatore, un nome nuovo, un diverso leader carismatico. Né servono governi degli onesti, dei migliori o dei tecnocrati come pensa chi invoca pasticciate soluzioni consociative. È invece necessaria buona politica, quindi idee, proposte concrete e non sogni ingannevoli di chi promette una irrealizzabile società felice e sicura. E tutto ciò non può che partire dagli individui, dalla libera iniziativa di chi vuole rischiare e non aspettare che tutto gli sia dovuto, di chi allo Stato chiede efficienza e non protezione o assistenzialismo. Si può iniziare fin da subito, rimettendosi in gioco.


Autore: Stefano Iuretich

Nato a Gorizia nel 1984, laureato in Giurisprudenza nel 2008 presso l'Università degli Studi di Trieste. Nel 2011 ha superato l'esame di abilitazione per la professione di Avvocato. Attualmente vive in Svezia e frequenta il Master in European Business Law presso l'Università di Lund. Da sempre orgogliosamente liberale e liberista.

3 Responses to “Da ‘zingaropoli’ ai ‘padroni dell’acqua’. La politica è paura, a destra come a sinistra”

  1. Vero, occorre buona politica!

  2. claudio scrive:

    Permettetemi di dissentire. L’unico esempio di acqua privatizzata viene da Latina e non mi sembra che i cittadini ne siano contenti… e questo non lo dico io che non ho voce, ma Emma Bonino che ben conoscete! A presto, Claudio

  3. Paura della diversità, di ciò che non si conosce…. l’articolo a mio avviso è iniziato bene, ma strada facendo, attraverso voli pindarici, ha accomunato le situazioni più disparate. Concordo sul discorso dell’accettazione della diversità, come fattore arricchente di ognuno di noi. Un po’ diverso è il discorso sul nucleare, sugli ogm e sull’acqua. Nucleare: se in Italia si sono costruiti ospedali con cemento depotenziato, per lucrare al massimo, come facciamo ad essere sicuri che altrettanto non si faccia per la costruzione delle centrali nucleari? Servizio di erogazione dell’acqua: pubblico o privato che sia, c’è comunque il rischio delle infiltrazioni malavitose, di corruzioni o di concussioni col sistema politico, a prescindere. Forse, allora, prima di stabilire se privatizzare o meno il servizio, occorre mettere dei paletti per evitare che qualcuno speculi in un qualsivoglia modo, su un servizio che dovrebbe essere utilizzato da tutti. A Parigi, per esempio, dopo alcuni anni di privatizzazione del servizio idrico si sta tornando al pubblico. Sono ammattiti tutti improvvisamente o che altro? Ogm: io non sono contrario alla loro diffusione, purché avvenga in ambienti diversi dall’agricoltura tradizionale, in modo che le due non si contaminino. Sono anche dell’idea che occorra indicare sulle confezioni degli alimenti, se e quali ogm sono stati utilizzati, in che percentuale. Insomma, lasciamo poi che la massaia o il direttore d’azienda, che vanno ad acquistare gli alimenti al supermercato, decidano consapevolmente cosa acquistare. Non cerchiamo di imbrogliare scrivendo sulle confezioni ingredienti diversi da quelli reali. Controlliamo in modo più accurato la veridicità di quanto indicato e, nel caso di frodi, facciamo chiudere le aziende inadempienti!

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