– Rispondo alle domande poste da Francesco Linguiti in un articolo pubblicato su Libertiamo.it qualche settimana fa. La teoria della decrescita mi irrita? Sì, ma non per i motivi che si possono immaginare. Non è questione di giusto o sbagliato. È questione di non fare economia come se fosse teatro: l’approccio immaginifico alle questioni di produzione e distribuzione ci ha regalato obbrobri di tutti i colori. Dalla quota 90 mussoliniana al grano di Krushev, dall’anarcocapitalismo estremista al movimento per il basic income, la prevalenza dell’appagamento ideologico, emotivo o estetico sul senso della realtà difficilmente ha prodotto qualcosa di buono. Latouche e i suoi simili, che promuovano la decrescita o il ritorno all’autarchia, il ripristino delle corporazioni medievali o l’abolizione della regolamentazione finanziaria, partono di norma da osservazioni contenenti germi di verità per arrivare a visioni del mondo stravaganti, gradite a chi ama gli slogan, e non di rado totalitarie.

Dice bene Linguiti: il movimento della decrescita parte da una critica al concetto di PIL. La misurazione del prodotto interno lordo non è sufficiente a dar conto del benessere di una popolazione, perché trascura di valutare i beni relazionali, la qualità dell’ambiente, il contenuto etico della distribuzione dei redditi. E quindi: dagli al capitalista in cilindro e guanti gialli, fermiamo la rat race, disinteressiamoci dello sviluppo almeno nei paesi che sono già ricchi, che stiamo perdendo di vista le cose importanti.

La prima parte ha senso. Riprende argomenti che già andavano per la maggiore nell’antica Grecia: la ricchezza materiale è una parte della vita dell’uomo, chi si interessa all’uomo deve tener conto anche di ciò che essa rappresenta al di là del potere d’acquisto, dei suoi riflessi negli ambiti più diversi. Filosofi e teologi potranno e dovranno chiedersi se c’è qualche cosa nella natura del denaro che lo rende nemico del bene; l’hanno fatto per millenni, lo fanno oggi. Più modestamente, chi abbia responsabilità di governo – e con lui i suoi consiglieri economici – farebbe bene a non ignorare le interazioni tra le variabili monetarie e il resto dell’esperienza umana. Tanto per dire, un mondo dove si lavora diciotto ore al giorno abbonderà pure di prodotto, ma manca di tutto il resto: non c’è alcun bisogno di stucchevole neoluddismo per accorgersene. Il salto logico di Latouche viene proprio qui, quando da considerazioni sull’opportunità di un approccio complesso all’economia si passa all’invettiva contro la “civiltà dei consumi”; come se l’unico modo di superare un principio imperfetto fosse sostituirlo con il suo opposto, indipendentemente dalla fondatezza di quest’ultimo.

Tanto per cominciare, giova osservare che nella pur non lunghissima storia del pensiero economico lo schema paretiano – quello degli agenti razionali e ottimizzanti, della diffidenza per la dimensione psicologica, del primato della ricerca di beni materiali su tutto – è un episodio di grande successo ma di durata relativamente breve. Inoltre non ha alcuna pretesa di delineare un ordine morale della realtà: al contrario, si fonda su un’autolimitazione dell’ambito di applicazione dell’economia, che viene in un certo senso declassata da studio umanistico ad ampio spettro a disciplina rigidamente settoriale e quantitativa. Tacciare Bob Lucas di pochezza etica è come accusare un inviluppo di fascismo: manca la adequatio rei et intellectus, ovvero non c’entra assolutamente niente.

I tempi sono cambiati già da un po’. Da almeno tre decenni correnti di pensiero come l’economia comportamentale, l’economia della felicità, la neuroeconomia cercano di ristabilire il legame tra uomo e consumatore che fino agli anni Trenta del Ventesimo secolo si dava per scontato. Queste sollecitazioni sono ormai pienamente accolte dal mainstream: basta pensare al premio Nobel conferito a Daniel Kahneman nel 2002, all’attività di studio della commissione Sen-Stiglitz-Fitoussi in Francia, al lavoro della Commissione Europea su misure complementari al PIL. Di questo, e della convergenza con alcune posizioni tradizionalmente espresse dall’ambito cattolico, ho già scritto in maggior dettaglio in un precedente articolo per Libertiamo.it: non mi ripeto qui.

Le misure di qualità di vita sono arrivate anche nella divulgazione statistica per il grande pubblico, ad esempio nella pubblicazione “Noi Italia” che l’ISTAT diffonde perché ciascun cittadino possa fomarsi una rapida idea dello stato del Paese. Gli accademici e i funzionari delle istituzioni sono ben consapevoli che quando si parla di progresso è necessario tener conto della distribuzione del reddito, della vivibilità delle città, della sostenibilità di lungo periodo (che non è una sciocchezza né il frutto di un complotto plutocratico), del tempo che ciascuno può dedicare alla cura della famiglia e delle relazioni sociali. D’altronde, al contrario degli appassionati della decrescita, nessuno che davvero abbia la responsabilità di formulare politiche economiche ardirebbe dire che l’incremento del prodotto è irrilevante o, ancor peggio, indesiderabile: e non lo direbbe perché è falso. Un maggior guadagno accresce – anche se con effetto di intensità decrescente all’aumentare del reddito – l’utilità soggettiva, come misurata dagli indici di life satisfaction. Centinaia di milioni di persone sono uscite dalla povertà assoluta in seguito all’impetuosa crescita dell’Asia. Le aree del cervello che governano le sensazioni di ricompensa e piacere si attivano quando si riceve un premio monetario. È rilevante, anche in senso scientifico, l’obiezione per cui il denaro non è tutto; infondata, invece, quella per cui non sarebbe niente, o ancor peggio un disvalore.