La mutazione genetica di Greenpeace, nelle parole del suo direttore esecutivo

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Perché tutti mi vogliono? L’ho chiesto all’amministratore delegato di una grande azienda e mi ha risposto: così evitiamo di finire sulla vostra lista nera.

Con questa battuta di due righe, parte dell’intervista rilasciata al settimanale Sette del Corriere della Sera, Kumi Naidoo, sudafricano di origine indiana e direttore esecutivo di Greenpeace International, certifica il passaggio definitivo dell’associazione da lui guidata dall’attivismo ambientalista al lobbysmo in piena regola.
E francamente non ci sarebbe neanche niente di male, se i criteri attraverso i quali un’impresa o un governo possono ricevere questa sorta di certificazione di qualità Made in Greenpeace non si basassero pressoché esclusivamente su un misto di aria fritta scientifica condita con una dose abbondante di populismo e retorica terzomondista:

Con un piano di transizione graduale, possiamo arrivare entro il 2050 al 100% di produzione energetica da rinnovabili

Bum. Basta affermare, ovviamente, mai dimostrare. E ripetere fino alla noia, ché tanto la credibilità e la popolarità di Greenpeace non sono mai in discussione. Si fondano sulle azioni della vecchia guardia, quella stessa vecchia guardia che oggi guarda con malcelato fastidio il new look dell’associazione e che spesso, come il suo fondatore Patrick Moore, ne prende apertamente le distanze. Ma non importa. I tempi sono cambiati ed è giusto adeguarsi. Come dice lo stesso Naidoo

è tempo di lavorare attraverso nuove alleanze. Ci siamo seduti con i religiosi e abbiamo appena stretto una specie di patto con la Confederazione sindacale internazionale, che per la prima volta è guidata da una donna, l’australiana Sharan Burrow. Abbiamo concordato di lavorare insieme per una transizione equa verso una nuova economia. Non è più tempo di conflitti tra red, i sindacati “rossi”, e green, gli ambientalisti “verdi”. È giusto proteggere l’ambiente ma creando nuovi posti di lavoro.

Perché se una volta l’ostacolo maggiore delle campagne ambientaliste era rappresentato dai conflitti che potevano crearsi laddove la tutela e la salvaguardia ambientale si scontravano con le rivendicazioni sociali che passavano spesso attraverso la richiesta di maggiori investimenti industriali, oggi il problema è risolto alla radice: c’è la Green Economy che promette pane e felicità per tutti, c’è la “rivoluzione energetica” da compiere, l’hanno detto gli scienziati dell’ONU (allora siamo a posto…) lo dice Greenpeace. Lo dicono i sindacati, a cui dirlo non costa nulla, lo dicono anche le imprese, timorose di finire sulla famigerata lista nera. Basta affermare, non serve dimostrare.

Finiscono per dirlo anche i governi, a condizione che li si becchi nel momento giusto:

Il momento migliore per visitare un Paese è 4-6 mesi prima di una elezione politica importante. Né prima, né dopo…

Chapeau. Ma non è che per ottenere il placet di Greenpeace molte imprese ricorrono ad operazioni di facciata, il cosiddetto greenwashing? Maccheccefrega, “a dire il vero neppure noi siamo sicuri al 100 per cento delle reali intenzioni di molte compagnie” si lascia sfuggire Naidoo. E quando l’intervistatrice gli chiede chi li paga, i costi di questo benedetto miracolo della Green Economy, Naidoo glissa.
Mai dimostrare, a volte neanche rispondere. Solo affermare, e ripetere, ripetere, ripetere…


Autore: Giordano Masini

Agricoltore, papà e blogger, è titolare di una azienda agrituristica nell'Alto Viterbese e si interessa prevalentemente di mercato, agricoltura, scienze e sviluppo curando il blog lavalledelsiele.com. Prima di tutto ciò è nato a Roma nel 1971, ha studiato storia moderna e ha provato a fare politica qua e là, sempre con scarsa soddisfazione.

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