L’Italia senza strategia è un futuro mancante

“Non dico lucidi ma compatti”. Potrebbe essere il motto da applicare ad alcune, gravi, evidenze della politica italiana.

Il vulnus della contemporaneità è quello di potere, e dovere, riuscire a dare  un senso e una formula interpretativa alla vorticosità dinamica del nostro presente, e poi – soprattutto, tradurre questo senso in una logica progettuale. Il nostro presente è paurosamente trasformativo – lo è a livello economico, tecnologico, sociale, antropologico, identitario. E’ un presente unico, che non ha riscontro in alcuna circolarità storica del passato. E’ un presente, la nostra contemporaneità, che ha la sua forza ed il suo dramma nel suo essere proteiforme. E’ una accozzaglia,fluida e suggestiva, di forme e fenomeni che ibridandosi velocemente, si rendono quasi indecifrabili. Per non farci disintegrare dalle logiche di questo apparente caos, ma per, invece, coglierlo nella sua dimensione di “occasione” e “scelta”, per renderlo un’energia fruttifera attraverso la quale immaginare e costruire il nostro futuro, dobbiamo avere una strategia.

Una strategia per cavalcare la contemporaneità, per trasformare il caos apparente in propulsore di sviluppo.

Ma quali strategie sono presentate agli italiani? Ne vediamo qualcuna chiara? Forse siamo un paese di tattiche, e non di strategie. Ecco perché andiamo avanti a casaccio, ed ecco perché molti partiti e movimenti e molti leader potrebbero essere riassunti nello slogan: “non dico lucidi ma compatti”.

Un Paese senza strategia è un futuro mancante.

Facciamo una digressione. Strategia è un termine militare, viene dal greco stratègia che deriva dal termine strategòs che significa “condottiero di un esercito”, nella definizione militare strategia “è una branca dell’arte militare che consiste nello studio teorico, e nell’applicazione pratica dei metodi di condotta generale delle operazioni belliche e del loro coordinamento in vista dello scopo finale della guerra.”

E poi, in relazione alla strategia, abbiamo la tattica.

Questa è la  “scienza che studia e regola il dispiegamento e il movimento delle forze in campo immediatamente prima, durante e subito dopo un combattimento”. La tattica spazia dai movimenti individuali ai movimenti di interi reparti, ma va sempre vista nel quadro più generale della strategia, che prepara le singole battaglie (con l’attribuzione delle risorse) e regola l’andamento della guerra in generale.
In altre parole la tattica è la tecnica di manovra delle unità militari al momento del combattimento (in una singola battaglia), la strategia è l’organizzazione e la distribuzione delle risorse (uomini, mezzi, armi) e degli obiettivi attraverso l’intera durata della guerra.

Inoltre rientra nella strategia anche l’insieme delle decisioni e delle operazioni, militari e non, condotte prima del conflitto al fine di aumentare le probabilità di vittoria (corse agli armamenti, investimenti in ricerca e sviluppo, diplomazia, ecc.). In altre parole, la tattica è la messa in pratica, in condizioni concrete, della strategia (che definisce obiettivi e spostamenti massicci di truppe senza misurarsi con la realtà).”

La digressione nel lessico militare non è impropria, serve al nostro discorso.

Se noi traduciamo in termini politici, ci troviamo ad intendere come strategia il progetto di trasformazione al quale tendiamo, ed al quale vogliamo arrivare. Il sistema teorico di idee al quale facciamo riferimento e che dà basi e ragioni del nostro punto d’arrivo. Le finalità potenziali del nostro progetto politico e le sue future, teoriche, linee di sviluppo.

E per compiere la nostra strategia, adotteremo delle tattiche. Che in politica non saranno battaglie militari, ma potrebbero anche sembrarlo, e che saranno operazioni di comunicazione, di persuasione, di organizzazione del partito, di articolazioni narrative, di determinazioni di immaginari condivisi, di singole risposte politiche a alle singole azioni politiche dei concorrenti – ma saranno anche leggi, decreti, iniziative.

La politica si gioca sul piano tattico, ma in virtù, ed al servizio, di un progetto strategico.

Ecco. In Italia possiamo tranquillamente affermare che, nel generale, la dimensione strategica del “pensiero lungo” è dannatamente assente, in virtù di una sorta di ipertrofia delle prassi tattiche. Singole operazioni politiche contingenti, che non sono fenomeni strumentali di una teoria, ma sono l’unico orizzonte che la politica riesce ad esprimere. Un filosofo direbbe che siamo in una filosofia politica fatta di fenomeni ma senza ontologia. In poche parole diciamo, viviamo, facciamo cose, campiamo alla giornata senza sapere né cosa ci muove, né dove vogliamo arrivare. Siamo nella logica della prassi. Per fare un esempio storico questa era (in termini di filosofia politica) la logica del fascismo, ossia, una serie di scelte contingenti, differenziate e contraddittorie, che non prendevano le mosse da un manifesto politico (lasciamo perdere quello ex post scritto da Gentile), e che non prefiguravano alcuna coerenza futura. Non ideologia ma prassi. Non sistema di idee “ideali e finalizzate” ma continui scantonamenti e controversioni, e svolte opportunistiche.

Nella politica “la tattica” è il luogo della comunicazione e dell’iniziativa a breve respiro. E la nostra è una politica che fa della comunicazione il suo tempio elettivo e delle iniziative col fiato corto …  i suoi mezzi prediletti. Una comunicazione fine a se stessa, spesso autoreferenziale, opportunistica, e iniziative “tampone”. Che non rispondono a vere strategie. Sono tattiche senza referenti strategici. Singole e disorganiche scelte di azione e comunicazione, e di ripensamento e ricalcolo continuo dell’immaginario, e di  continui riallineamenti ad allontanamenti su temi ed argomenti che di volta in volta vengono  adottati, fino all’eccesso, e poi improvvisamente dimenticati.

Domanda. Quali sono le progettualità “di orizzonte”, a focale lunga, delle diverse identità partitiche? E se ci sono (o meglio, se uscissero dalla loro opacità) cosa si sta facendo per preparare la concretizzazione di questi progetti e finalità? In poche parole, oltre alle tattiche di comunicazione e di azione politica nelle singole battaglie, ed alle contingenze delle singole elezioni, in Italia … quali sono le strategie per la definizione di un paese che verrà? C’è un qualche disegno che riesca ad andare oltre l’occasionale, l’accidentale, il provvisorio?Questa, in fin dei conti, è una domanda con le corna.

Per descrivere, simbolicamente, certe inquietanti accezioni della politica italiana, mi viene in mente un passo del  romanzo “ Il prete bello” di Goffredo Parise.

Il nonno aveva un cancro alla prostata e la custodia biciclette non andava avanti; ribassò i prezzi sul cartello, da 30 a 20 centesimi, ma andò male lo stesso; i clienti erano pochi e i giorni buoni solo quelli del mercato. Io lo aiutavo a mettere le biciclette in fila quando arrivavano e davo ai signori il dischetto di cartone  col numero.

N.B. questo non vuol essere un articolo pessimista, bensì, il suo mood è quello  di una riflessione malinconicamente analitica. La fiducia è che, potenzialmente, da qualche parte, le strategie vi siano – qui, e altrove.

L’Italia, da sempre, è un paese potenziale.


Autore: Francesco Linguiti

Si occupa di produzione culturale. È autore nella produzione audiovisiva. È docente di semiologia del testo.

3 Responses to “L’Italia senza strategia è un futuro mancante”

  1. Andrea Benetton scrive:

    Poniamo il caso che il massimo della “strategia” di un politico sia il conservarsi la poltrona. Se parti con questo assunto vedrai che le tattiche sono perfettamente conformi …

  2. Invece di accanirci pro o contro il nucleare, alla disperata ricerca di energia, perché non ragioniamo in termini di risparmio? Per esempio, quanti lavori potrebbero essere svolti tranquillamente dal proprio domicilio, con risparmio di tempo e di denaro da parte dei lavoratori e di denaro da parte dei datori di lavoro? Perché non potenziamo i mezzi di trasporto collettivo, facendo in modo che l’auto privata sia utilizzata unicamente per le eccezioni? Quanto traffico e quanto smog in meno ci sarebbero? Poi, acquisto di prodotti a km 0, incremento di energie rinnovabili, soprattutto per quelle realtà che sono aperte unicamente nel periodo estivo (per esempio gli stabilimenti balneari). Ancora: perché non eliminiamo definitivamente le vecchie caldaie a nafta? Perché non dotiamo le nostre case, di sistemi che isolino meglio dall’ambiente esterno, in modo da non essere costretti a mettere al massimo i caloriferi d’inverno e i condizionatori d’estate? Insomma con un po’ di accorgimenti quanto riusciremmo a risparmiare collettivamente? Ah, giusto per la cronaca, io sono un telelavoratore felice di esserlo e il tempo che risparmio, posso utilizzarlo a mio piacere, per socializzare con chi mi pare!

  3. Lorenzo scrive:

    Fabrizio, d’accordo con tutto, tranne un aspetto importante: “prodotti a km 0” non vuol dire quasi mai “prodotti a basso impatto energetico”. Ti faccio l’esempio della domanda che incontrai quando vivevo in Belgio: in base alla tua stima dell’impatto energetico, compreresti delle rose cresciute in Olanda o in Kenya? Quasi tutti rispondevano Olanda, non sapendo che il consumo energetico della produzione di rose in serra in Olanda è 6 volte superiore al consumo per il trasporto dal Kenya di rose cresciute all’aperto…
    Comunque l’articolo parlava di strategie e noi discutiamo di tattiche :-)

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