Il diritto del lavoro protegge la disoccupazione, non i lavoratori

– Si dice che la regolamentazione del mercato del lavoro serva per difendere i lavoratori, e ciò provoca prediche moralistiche ogni volta che si parla di riforme. Si afferma di voler difendere i lavoratori, ma la disoccupazione, spesso di lungo termine, colpisce soprattutto le minoranze, le donne, i giovani, i meridionali: è una strana protezione quella che impedisce ai più deboli di guadagnarsi da vivere.

Queste evidenze però non intaccano minimamente il numero di lezioncine morali che si devono subire. Sembrerebbe quasi che i “diritti” di cui si ammanta la retorica politica non servano a migliorare la condizione di chi dovrebbe goderne, ma per far star meglio chi li enuncia.

La prima cosa che si impara in economia è che la domanda tende a ridursi col prezzo e l’offerta ad aumentare, dunque se il prezzo è alto l’offerta supera la domanda e rimane insoddisfatta. Se comprare una casa costasse il doppio di oggi, se ne comprerebbero di meno. Questo lo sanno tutti, ma poi si arriva al mercato del lavoro e ci si dimentica dell’ovvio per fare ideologia spicciola come “il lavoro non è una merce”: significa forse che le leggi dell’economia non si possono applicare?

L’economia può aiutare a capire perché i lavoratori a più bassa produttività soffrono la disoccupazione più di quelli ad alta produttività, per cui i salari minimi non sono un vincolo stringente, perché la disoccupazione è di lungo termine, dato che la produttività non aumenta con l’inattività, perché intere regioni non sono competitive, visto che l’elevato costo del lavoro non vi rende conveniente investire.

Le conseguenze di queste politiche sono che milioni di persone non hanno una fonte di reddito e dunque non possono essere autonome, che sono costrette a diventare “clientes” di chi è in grado di elargire favori, in genere politici o mafiosi, che il livello di rispetto della legalità, e dunque anche la sicurezza contrattuale, cala man mano che si scopre che l’unico modo per guadagnarsi da vivere è il lavoro nero. Ma questo non basta: la bassa competitività causata dall’eccesso dei costi del lavoro infatti fa scappare le aziende, e dunque la trappola della povertà si perpetua, e produce una pletora di spese e assunzioni pubbliche che fanno aumentare le tasse, il debito e il potere dei politici sulla società.

C’è da chiedersi come sia possibile andar fieri di questo, eppure quando si parla di mercato del lavoro si subiscono spesso prediche sui “diritti dei lavoratori” e altre parole che non corrispondono ai fatti, o che servono a giustificare una realtà molto meno rosea.

Nel dibattito politico non si fanno ragionamenti, ma prediche, non contano i risultati, ma le intenzioni. Dunque è naturale che si parli soprattutto al cuore, al fegato e allo stomaco degli elettori per titillarne i sentimentalismi, le paure e gli interessi, anziché ragionare per cercare di capire le cause dei problemi. Non date peso alle buone intenzioni: servono spesso solo a dimenticare i cattivi risultati.


Autore: Pietro Monsurrò

Nato a Roma nel 1979, ha un Dottorato in Ingegneria Elettronica e ha studiato economia alla London School of Economics. Ha scritto per l’Istituto Bruno Leoni, per Liberal, per Chicago-Blog e per Liber@mente.

26 Responses to “Il diritto del lavoro protegge la disoccupazione, non i lavoratori”

  1. Luigi Di Liberto scrive:

    Sul tema del lavoro e connessi sono parecchio distante sia da voi che dagli amici radicali. Non mi ha mai convinto l’aumento dell’età pensionabile in quanto ciò fa aumentare la disoccupazione, era molto meglio mettere un tetto massimo agli assegni pensionistici per ridurre la spesa (nel frattempo aumentare quelli minimi anche per chi non ha versato contributi o non abbastanza per maturare la pensione); Se le pensioni fossero tutte tra un minimo di 800€ ed un massimo di 1500€ (comprese quelle dei parlamentari, magistrati etc.) il sistema funziona e non fallisce. Anche la questione che pongono gli amici radicali sui contributi silenti mi lascia perplesso; se chi non raggiunge gli anni di contributi chiede indietro i versamenti con quale faccia poi si pretende l’assegno sociale?

    In queste condizioni, anche grazie alla sempre maggiore automatizzazione e meccanizzazione, la disoccupazione andrà sempre aumentando, per cui è il momento di fare una nuova epocale riforma che riduca gli orari di lavoro portandoli 30 ore settimanali per tutti. Anche gli straordinari (che paradossalmente vennero detassati) dovrebbero essere aboliti almeno fino a quando la disoccupazione non viene completamente riassorbita. Lavorare di meno e lavorare tutti, facendo meno ore di lavoro si guadagna di meno ma se in famiglia ci sono più persone che lavorano si guadagna di più.

    La vergogna massima è comunque il fatto che il lavoro precario sia pagato meno di quello stabile, chi ha contratti a termine deve guadagnare almeno il 20% in più degli altri e con tutte le garanzie sociali che hanno gli altri lavoratori, le agenzie del lavoro in questo modo sono caporalato legalizzato e favoreggiamento allo sfruttamento della mano d’opera.

  2. Luigi Di Liberto scrive:

    EDIT

    La vergogna massima è comunque il fatto che il lavoro precario sia pagato meno di quello stabile, chi ha contratti a termine deve guadagnare almeno il 20% in più degli altri e con tutte le garanzie sociali che hanno gli altri lavoratori, le agenzie del lavoro in [QUESTO] modo sono caporalato legalizzato e favoreggiamento allo fruttamento della mano d’opera.

  3. Pietro M. scrive:

    Prima delle riforme del mercato del lavoro la disoccupazione era al 12% e in salita. Poi è scesa.

    Il motivo per cui è scesa è che il costo del lavoro era eccessivo rispetto alla sua produttività, e la flessibilità ha consentito di trasformare molti disoccupati in sottoccupati.

    Il motivo per cui i lavoratori flessibili sono pagati meno degli altri è che prima molti non avrebbero comunque ottenuto un lavoro e sarebbero diventati disoccupati di lungo corso.

    Il tuo argomento fu fatto inizialmente da Stiglitz, secondo cui a produttività ovviamente un lavoro più rischioso deve rendere di più.

    Il problema è che per la base sociale da cui sono stati presi i “precari”, spesso ex disoccupati, non valeva l’ipotesi di parità di produttività, dunque l’argomento non era valido.

  4. Luigi Di Liberto scrive:

    Le percentuali che danno la disoccupazione in calo sono frutto delle statistiche alterate dal fatto che danno NON disoccupate le persone che durante i 12 mesi hanno svolto qualche mese di precariato, fosse anche uno solo.

    In Germania i precari hanno salari superiori a quelli normali, questo lo so per certo perché mio fratello li ci vive da oltre 30 anni, per cui quando il datore di lavoro trova un buon elemento è interessato ad assumerlo definitivamente per pagarlo di meno, invece in Italia, costando il precario di meno, c’è l’incentivo a non assumerlo ed eventualmente cambiare precario, facendo così lievitare le “drogate” statistiche dell’occupazione e dimostrare come questa riforma del lavoro abbia dato buoni risultati.

    L’argomento per cui essendo una persona disoccupata la si possa pagare di meno con il precariato perché è meglio poco che niente, a mio modo di vedere, è una motivazione squallida per non dire di peggio.

    Detto questo sono invece d’accordo con il fatto che i datori di lavoro possano licenziare quando hanno esuberi, in modo che possano senza patemi assumere quando ne hanno la necessita senza dover passare attraverso le agenzie iterinali, invece di gravare sullo Stato con la cassa integrazione che dovrebbe essere sostituita da un assegno di disoccupazione uguale per tutti fino a quando perdura lo stato di non attività, meglio ancora sarebbe istituire il reddito di cittadinanza a livello nazionale, come già alcune regioni hanno fatto, eventualmente vincolato allo svolgimento di mansioni di pubblica utilità sociale.

  5. Michele Liati scrive:

    La “tesi” secondo cui il lavoro “precario” dovrebbe essere pagato di più, aveva un sostenitore precedente a Stiglitz e anche più illustre; dico sostenitore ma sarebbe più giusto dire semplicemente “osservatore” perchè per il personaggio in questione quello era un FATTO (almeno ai suoi tempi, e in genere sui fatti era abbastanza attendibile) e spiegabile con ragioni economiche.
    L’altrettanto evidente FATTO che oggi, in Italia, non sia più così dimostra ancora di più i molti problemi del nostro sistema economico, produttivo e del mercato del lavoro.
    Ha ragione Luigi, come ha ragione Pietro: laddove ci sono molte possibilità di occupazione, scegliere tra un lavoro precario ma meglio pagato e uno stabile ma meno pagato è solo una delle possibili scelte; le cose cambiano e di molto quando ci sono scarse possibilità di scelta, ovvero, come dice Pietro, quando la scelta è tra lavoro precario pagato poco e non-lavoro.
    In estrema sintesi: il problema è che l’Italia non è la Germania.
    Concluso.
    Ah,no.. non vi ho detto chi era il personaggio in questione:
    Adam Smith!

  6. Luigi Di Liberto scrive:

    Verissimo, l’Italia non è la Germania, difatti in Germania durante la fase cruciale della crisi gli operai della WW hanno accettato di ridurre l’orario di lavoro per non licenziare nessuno e non gravare sulle spese sociali dello Stato. Ho citato la Germania per il semplice fatto che ne ho la certezza, ma sono dell’idea che anche in altri paesi il lavoro precario sia pagato di più di quello stabile.

    Bisognerebbe anche provare a frequentare le agenzie del lavoro per vedere chi sono le persone che in maggioranza frequentano quegli uffici, la gran parte sono immigrati per cui forse si potrebbe provare a trarre qualche altra considerazione per rispondere alla domanda che pone Pietro nel suo articolo “L’economia può aiutare a capire perché i lavoratori a più bassa produttività soffrono la disoccupazione più di quelli ad alta produttività”

  7. enzo51 scrive:

    Concordo ed applaudo in pieno le osservazioni di Luigi delle ore 12.34 – 12.36 – 18.29 del 04/06/2011.

    Domanda: Si avrà la forza ,in modo democratico ,di ottenere almeno attenzione a quanto prospettato da Luigi o aspettiamo che la cancrena sociale sfoci in aperta e rivoluzionaria contapposizione tra i pochi beneficiari di questo sistema e i tantissimi che soffrono letteralmente il disagio esistenziale dovuto alle argomentazioni del bravissimo Luigi?

    Ho timore che se non ci sbrighiamo gli eventi anche esterni ci porteranno ad una guerra non dichiarata non solo tra italiani ma….

  8. lodovico scrive:

    Con ogni probabilità, Di Liberto, crede nella società e nella capacità della politica, attraverso leggi, di regolamentare valori,finalità, modi di prosperare etc. Altri credono nella libertà o meglio in quella degli uomini e nella capacità di questi di trovare assieme possibili soluzioni per indiviuare migliori ma non definitive soluzioni ai problemi.
    p.s. siamo sicuri di aver trovato tutte le soluzioni al problema energetico con le fonti rinnovabili? Di Liberto é certo che dalle scelte politiche nasca la soluzione?

  9. Luigi Di Liberto scrive:

    Se non credessi nella Società e nella Politica, ovviamente attraverso le leggi, di regolamentare al meglio possibile la civile convivenza ed esistenza, non sarei venuto a scrivere su queste pagine, ma allo stesso tempo credo che solo attraverso la libertà individuale ed al continuo confronto di possa ciò ottenere. Sembra che Lodivico mi abbia incasellato in una categoria di pensiero, non chiaramente definita ma che potremmo dire massimalista, contrapponendomi ad un’altra categoria che potremmo definire Liberale, io invece non vedo questa contrapposizione in quanto non sono prettamente un liberale come altrettanto non sono un socialista, sono semplicemente un LiberalSocialista.

    Si sono certo che siano le leggi a determinare la soluzione o l’aggravarsi dei problemi.

    Il comunismo ha fallito, anche se la metamorfosi cinese in atto potrebbe tra qualche tempo stupirci, ma anche il capitalismo ha ormai da tempo mostrato tutti i suoi limiti ed ora anche evidenzia le negatività

    Sulla questione energetica c’è un’altra discussione e sarebbe meglio eventualmente continuare la, ma io non certezze sulle fonti rinnovabili, benché pensi sia ovviamente la strada maestra da seguire, difatti dico che la priorità è il risparmio energetico.

  10. Massimo74 scrive:

    @Luigi di Liberto

    Dire che i contratti precari dovrebbero costare di più non’è nient’altro che pianificazione di stampo socialista ed è una cosa che porterebbe ancora più disoccupazione o(nella migliore delle ipotesi) lavoro nero.

  11. Pietro M. scrive:

    Qui si sta discutendo di cose poco basate sui fatti, servirebbe qualche numero e qualche ragionamento in più.

    1. La disoccupazione è scesa per un trucco contabile? Può darsi, allora si parli dei numeri “veri”, se li si hanno. E perché ora è aumentata con la crisi? Non potrebbero rifare un altro trucco contabile analogo?

    2. La Germania ha adottato politiche di moderazione salariale negli ultimi dieci anni ed è l’economia più competitiva d’Europa, a fronte di un aumento di produttività. L’economia italiana ha visto aumenti del costo del lavoro relativamente alla produttività e ha perso competitività internazionale, tant’è che è l’unico Paese europeo in cui le importazioni sono ancora abbondantemente sotto i livelli pre-crisi.

    3. L’argomento secondo cui il lavoro precario deve essere pagato di più di quello fisso si basa sull’ipotesi che il mercato del lavoro sia in equilibrio. Questo era palesemente falso in Italia, dunque l’argomento non regge: c’è un eccesso di offerta strutturale rispetto alla domanda di lavoro legata alla scarsa salute dell’economia da ormai quasi venti anni…

  12. Massimo74 scrive:

    @Pietro M.

    Senza contare che la tassazione sulle imprese in germania è di circa 20 punti più bassa della nostra.

  13. Luigi Di Liberto scrive:

    Massimo,
    non credo che sia dispregiativo né il termine socialista né quello liberale, se poi si riesce a coniugarli dando vita a quella corrente di pensiero e politica per troppo ibernata sarebbe la strada futuribile che auspico. Anche in Germania hanno il loro bel tasso di disoccupazione eppure il costo del lavoro precario e trattato in quel modo, potrebbe essere che chi in Germania assume in nero abbia punizioni disincentivanti?

    Pietro,
    1. Che le statistiche sulla disoccupazione siano artefatte in quel modo non è certo una novità, sono anche state contenute in questa crisi dalla cassa integrazione, ecco un altro motivo per cui si preferisce quella misura piuttosto dell’assegno di disoccupazione per tutti che farebbe emergere il vero numero dei disoccupati e limiterebbe il lavoro nero perché sarebbe pesantemente punito anche il lavoratore che avendo l’assegno di disoccupazione opera in nero.

    Per non parlare poi di quelli che pur restando occupati lo diventano a part time: “Sempre dai dati ISTAT emerge che nel quarto trimestre del 2010 gli occupati a tempo pieno hanno registrato un nuovo calo -1,2%, rispetto al quarto trimestre 2009, mentre sono aumentati del 7,9% quelli a tempo parziale, ma si tratta esclusivamente di part-time involontario. Inoltre l’istituto di statistica sottolinea che il calo dei lavoratori con contratto a tempo indeterminato sia il 0,7%, mentre cresce il numero dei dipendenti a termine con un +5,1%”

    2. La Germania ha adottato politiche di moderazione salariale? Come mai allora gli operai della WW guadagnano quasi il doppio di quelli FIAT, ma in generale tutti i dipendenti guadagnano di più? L’aumento della produttività non credo che possa dipendere interamente dalla mano d’opera, la quale senza innovazione non può certo rendere più di quanto umanamente possibile, a meno di voler dire che i lavoratori sono dei lazzaroni.

    3. Che la ci sia un eccesso di domanda rispetto all’offerta non è solo una questione italiana, quindi se non regge per l’Italia non dovrebbe reggere anche per gli altri Paesi. Se il problema è il costo del lavoro allora bisogna sgravare quello e non ridurre gli stipendi a chi già non lavora in modo stabile.

  14. Rispetto alla vastità del tema, mi limito ad alcune osservazioni che a me paiono banali.

    Primo: il costo del lavoro in Italia è alto soprattutto perché è alta la parte che non va al lavoratore ma allo Stato. In altri Paesi europei non funziona così!

    Secondo: in realtà in alcuni casi tale costo del lavoro non è poi così alto. E’ il caso, ad esempio, di imprese che assumono donne con il contratto di inserimento minimo 9 (mesi) + 9. Hanno uno sconto molto forte del costo del lavoro.

    Terzo: sarà anche vero che il precariato è meno pagato (in Italia) del lavoro non precario per i motivi spiegati (molto bene) nel pezzo e nei commenti; resta il fatto che dal punto di vista teorico è inaccettabile che chi rischia di più venga pagato di meno, soprattutto quando non è una scelta ma una necessità. La teoria economica deve essere anche base per politiche che mi permettano di non sentirmi tradito dal mio Paese.

    Ci si deve ricordare che l’obiettivo della Legge Biagi era, per come ce lo descrivevano, un mercato del lavoro flessibile e quindi più dinamico e ricco di opportunità, non un mercato del lavoro flessibile e quindi più rischioso senza adeguata remunerazione del rischio (presente con lo stipendio e futura con la pensione).

    Anche perché nella vita reale ci sono centinaia di migliaia di persone che guadagnano la metà o un terzo dei colleghi con cui dividono la scrivania, ma con la stessa produttività, non con produttività inferiore.

  15. Pietro M. scrive:

    2) Dalla domanda che poni parrebbe che non distingui salari e produttività. Moderazione salariale significa che i primi salgono meno della seconda, non che i primi scendano, e neanche che siano bassi. Per un Paese ad alti livelli di capitale e di investimenti i salari saranno alti e in aumento, ma se aumentano meno della produttività, la competitività rimane elevata. In Italia i costi sono aumentati ma la produttività no.

    Si guardi la figura sotto il paragrafo “Productivity is the key”

    http://fistfulofeuros.net/afoe/is-italy-not-spain-the-real-elephant-in-the-euro-room/

    Chiaramente, se il costo del lavoro è eccessivo rispetto alla produttività, gli investimenti diminuiscono perché non rendono. Dunque la trappola del sottosviluppo si perpetua. E’ il problema della competitività del Mezzogiorno: perché l’Est Europa cresce e il Meridione no? Perché i salari sono bassi e quindi conviene investire, e quindi i salari sono in aumento. Ovviamente esistono anche altre cause.

  16. Pietro M. scrive:

    Melley: secondo Ichino, la Legge Biagi avrebbe irrigidito il mercato del lavoro e aumentato la disoccupazione, probabilmente si è trattato di un’esagerazione, però di certo il mercato del lavoro non ha ripreso a funzionare nonostante le riforme Treu e Biagi.

    L’economia dice o cerca di dire perché le cose stanno come stanno. In un contesto di salari eccessivi la domanda di lavoro è inferiore all’offerta, la coda sinistra dei lavoratori, i più deboli, è fuori mercato persistentemente. Non c’è molto da fare, se c’è uno squilibrio l’unica è abbassare il costo. Il problema reale è la produttività: se fosse alta, salari maggiori sarebbero compatibili con la competitività, come in Germania.

    Purtroppo la produttività non si crea dal nulla, anche se numerose politiche concorrono ad abbatterla: rimuovere queste non risolve il problema subito, ma permetterebbe di iniziare ad attutirlo e poi a risolverlo. In fin dei conti, 2% in più di crescita della produttività significa, a parità di competitività, 25% in più di salari in un decennio, e 35% in un quindicennio. Non è poco. Il problema è che in Italia la competitività cresce all’incirca dello 0% annuo.

    Dunque non esiste nessuna politica che consente di ottenere salari alti ed occupazione contemporaneamente. Per alzare i salari occorre aumentare la produttività, e serve un decennio per vedere i frutti. Per aumentare l’occupazione occorre diminuire i salari rispetto alla produttività, e se questa nel breve termine rimane costante, l’unica è ridurre i salari.

    Si può ridurre il cuneo fiscale, si possono ridurre le tasse, si può anche pensare ad un’integrazione di reddito per i lavoratori più deboli. Non si può semplicemente svegliarsi una mattina e vedere la produttività aumentata del 30% in una nottata. Dunque salari bassi e/o disoccupazione saranno inevitabili anche se oggi le politiche diventassero efficienti e lungimiranti.

    Il presente è insalvabile, insomma, e lo status quo sacrifica un futuro potenzialmente migliore sull’altare di un presente mediocre. Purtroppo ogni politica concepibile per risolvere i problemi di lungo termine avrà costi di breve termine. Non esistono pasti gratis.

    Si deve pensare a come attutirli, ma anche se l’Italia ripartisse ci vorranno 10-15 anni per vederne gli effetti per bene. E la politica non può fare nulla, tranne impedire, come sta facendo, che l’Italia riparta.

    Bisogna pensare ad ammortizzatori sociali “dinamici” e poco costosi che aiutino nella transizione i più deboli. Ma per motivi politici valgono sono gli interessi di chi è “insider”, non degli outsider, che rimarrà povero per mantenere lo status quo altrui.

  17. Pietro (ti chiamo per nome, io, eheh), sono abbastanza d’accordo con la tua risposta. Delle tue parole sottolineerei il fatto che l’Italia non cresce (se crescesse, molti dei problemi di cui stiamo discutendo sarebbero ben minori e non ci farebbero nemmeno discutere).

    Sottolineo poi, di nuovo (non amo ripetermi) ciò che ho detto prima, alla fine: nella vita reale ci sono centinaia di migliaia di persone che guadagnano la metà o un terzo dei colleghi con cui dividono la scrivania, ma con la stessa produttività, non con produttività inferiore.

    Caro Pietro: questo si traduce in espusione dalla città in cui si vive, espulsione da una pensione decente, espulsione da determinati consumi, inserimento in guerra tra poveri con conseguenti sentimenti xenofobi, sensazione che gli anni dell’università sono stati anni buttati (il che non è vero, ma la sensazione è psicologica e non puoi svitare il cervello alla gente), problemi con cui chi governa deve fare i conti. E tutto questo perché?

    Perché non sappiamo trovare il modo di crescere! (Ok, è una semplificazione, ma mica più di tanto).

    Ma ti rendi conto?

  18. Luigi Di Liberto scrive:

    lo so che in Germania i salari sono aumentati meno in questi ultimi 10 anni (in particolare negli ultimi due in cui li hanno del tutto bloccati) rispetto al periodo precedente, ma se il reddito di un operaio della WW ora è quasi doppio a quello di uno della FIAT, quando 10 anni prima era una volta e mezzo, vuol dire che in Italia la moderazione salariale è stata anche più alta che in Germania e se la produttività non è aumentata non credo che si possa dare la colpa all’operaio ma piuttosto va dato alla mancata innovazione che riesce a farla aumentare. Se il datore di lavoro non investe per far crescere la produttività lo stipendio non aumenta (magari si deve anche ridurre), nel frattempo il costo della vita aumenta progressivamente erodendo il potere di acquisto di tante persone, ma e se le persone non hanno soldi da spendere è inutile che aziende producano.

    Il fallimento del capitalismo sta proprio in questa breve sintesi in cui sempre più poche persone hanno le disponibilità economiche nelle banche e sempre più molte persone hanno nel portafoglio meno soldi da spendere portando l’economia allo sfacelo.

    Mi fai delle statistiche per le quali aumentare la produttività del 2% comporta l’aumento del salario del 25% in dieci anni prospettandole come rosee, ma se in questi 10 anni -a forza di inflazione al 2/3% annuo- il potere di acquisto di questi salari diminuisce del 10% continuiamo e regredire.

    Comunque per la questione della occupazione io ho inizialmente chiaramente dello quale sarebbe la medicina ideale, quella di diminuire le ore di lavoro per far lavorare tutti e mi pare che questa prospettiva la avanzino anche altre persone come si legge nella introduzione di questo interessante libro http://www.editoririuniti.net/enrico-grazzini-il-bene-di-tutti/

    Interessante invece quando scivi “Si può ridurre il cuneo fiscale, si possono ridurre le tasse, si può anche pensare ad un’integrazione di reddito per i lavoratori più deboli” ed i due ultimi paragrafi del tuo post che condivido pienamente, ma vorrei anche invitare a riflettere sulla proposta di reditto universale di cui si sta discutendo in Svizzera http://www.criticamente.it/economia-e-finanza/18223-le-intuizioni-del-prof-giacino-auriti-in-parlamento-svizzero

  19. Massimo74 scrive:

    @Luigi Di Liberto

    Il fallimento del capitalismo?Ma se siamo un paese con un economia di stampo sovietico,dove la spesa pubblica è al 50% del pil,la tassazione reale è ben oltre il 60%,ci sono corporazioni,authorities,antitrust,contratti nazionali di lavoro,art.18(che in molti casi significa impossibiltà di licenziare), burocrazia asfissiante e tu mi parli di capitalismo?

  20. Luigi Di Liberto scrive:

    Io parlo di fallimento di capitalismo in generale nel mondo ma anche quello italiano non è certo da meno anzi è proprio quello più abituato a privatizzare i guadagni e socializzare le perdite.

    Si va bene hai ragione tu siamo uno stato di tipo comunista anche se siamo stati sempre governati da anticomunisti.

    Se la vostra ricetta per il lavoro è quella di diminuire ancora gli stipendi in modo che le aziende non delocalizzino ed alrtre venfgano ad investire ditolo chiaramente agli elettori e vedete quanti voti prendete.

    Buona fortuna.

  21. Massimo74 scrive:

    “Io parlo di fallimento di capitalismo in generale nel mondo”

    Spiegami dove avrebbe fallito il capitalismo nel mondo.Io vedo che dove c’è maggiore libertà economica,dove ci sono meno tasse e meno burocrazia e dove i diritti di proprietà vengono tutelati, c’è anche un maggiore benessere e crescita dell’economia.La cina ad esempio, da quando si è aperta al capitalismo e al commercio mondiale ha portato oltre 300 milioni di persone fuori da uno stato di povertà assoluta e lo stesso si può dire di molti altri paesi come ad esempio la russia, l’india o l’irlanda.
    Per quanto riguarda la ricetta per il lavoro, io non voglio diminuire i salari, nè voglio aumenentarli, semplicemente perchè il salario è un prezzo che come qualsiasi altro dovrebbe essere deciso dal mercato, cioè dalla legge della domanda e dell’offertà.Aumentare o diminuire artificialmente i salari per legge significa solamente provocare distorsioni nell’economia di mercato.Del resto non penso ci sia bisogno di ricordare cosa succedeva in unione sovietica dove il governo decideva a tavolino i prezzi di ogni bene economico.La soluzione pertanto è solo quella di abrogare i contratti nazionali e liberalizzare completamente il mercato del lavoro abolendo qualsiasi salario minimo d’ingresso.Solo così l’economia può ripartire e solo così il sud potrà finalmente attrarre nuovi investimenti ed aumentare il proprio prodotto interno lordo.

  22. Luigi Di Liberto scrive:

    Mi da l’idea che non hai letto l’introduzione di quel libro che ho linkato qualche post sopra quindi provo a darti il link più diretto a quella pagina http://www.editoririuniti.net/wp-content/uploads/2011/05/IBDT-Introduzione1.pdf
    A me pare che tu confondi capitalismo con libero mercato, che a mio modo di vedere non può comunque essere deregulation o iperprotezionismo come nel caso assurdo del copyright, e sono oltremodo lieto che la Cina, pur restando al momento un regime politico comunista e illiberale, si sia aperta al mercato di cui sta favorevolmente godendo (difatti accennavo a qualche possibile sorpresa nel futuro di come un regime comunista -proprio grazie a quel sistema iniziale- potrebbe evolvere in modello virtuoso). Più attento starei a citare come buoni i modelli russi e irlandese (quest’ultimo ultimamente sull’orlo del baratro come del resto l’Italia se non fosse per i risparmi privati) ma dimentichi di citare tutti i paesi del nord Europa in cui vige il libero mercato temperato da politiche socialiste ove il sistema di vita è molto più equilibrato e nessuno viene abbandonato.

    Per la questione dei salari siamo evidentemente su sponde opposte. La tua visione di lasciare al mercato determinare i salari minimi, fino a quando la domanda è superiore all’offerta, comporta uno scompenso insanabile che già sta verificandosi di aziende che propongono lavori a 3 € all’ora http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/05/23/b-delocalizza-i-ministeri-ma-dimentica-i-call-center/113098/ la stessa cifra che pagano i caporali del lavoro nero gli immigrati per la raccolta dei pomodori. Riequilibriamo la domanda/offerta attraverso leggi che impongano l’orario di lavoro a 30 ore settimanali senza possibilità di straordinari e poi possiamo eventualmente liberalizzare il costo del lavoro.

  23. Massimo74 scrive:

    Ho letto qualcosa del libro che hai linkato, ma devo dire che mi sembrano i soliti luoghi comuni sul mercato che da solo non funziona,sulla colpa dei cattivi speculatori e sul fatto che ci voglia l’intervento dello stato per garantire maggiore giustizia sociale.All’autore del libro in questione consiglierei qualche buona lettura di Mises o Hayek,così magari potrà farsi un idea del perchè si creano le bolle finanziarie e del perchè queste sono sempre causate non dall’eccesso di libertà nei mercati(che tra l’altro oggi non esiste in quanto la finanza è uno dei settori più regolamentati in assoluto),bensì dall’intervento pubblico nell’economia di mercato e in particolare alle politiche dei bassi tassi di interesse praticati dalle banche centrali.

    Vorrei anche farti notare che l’irlanda fino a quindici anni fà era un paese estremamente povero ed era al 25° posto nel mondo per pil procapite e che in soli 10 anni (dal 95 al 2005)è passata al quarto posto nel mondo raggiungendo un pil procapite di circa 38.000 dollari rispetto ai 17.500 dollari(praticamente la metà) del 95′ e questo grazie ad una poltica di bassa tassazione e burocrazia ridotta al minimo.Il fatto che oggi poi sia un paese fortemente indebitato così come lo sono la grecia, il portogallo, la spagna , l’italia ma anche paesi come la germania e la francia significa solamente che i loro politici spendono ogni hanno più di quanto incassano.Tutto questo con il libero mercato se permetti,non centra nulla.

    Per quanto riguarda i salari, mi sa che hai le idee un pò confuse.Se aumenta la domanda di manodopera da parte delle aziende anche i salari tendono ad aumentare,viceversa se l’offerta di manodopera supera la domanda, i salari tendono a calare.
    Aumentare artificialmente per legge il salario minimo serve solo a creare disoccupazione e maggiore povertà, danneggiando proprio coloro che in teoria si vorrebbero aiutare.
    Per aiutarti a capire meglio ti posto un articolo molto interessante che spiega perchè cercare di regolamentare per legge il mercato del lavoro è sempre controproducente.

    http://2909.splinder.com/post/7234974/contro-il-salario-minimo

  24. Luigi Di Liberto scrive:

    Vabbè, se leggi solo qualcosa e lo definisci luoghi comuni posso anche io fare altrettanto sulle letture che mi consigli. Su quel testo è spiegato molto bene ed in modo semplice il problema delle bolle, in particolare come sono state risolte grazie agli interventi dello Stato con soldi pubblici, se poi mi dici che il problema lo creano le banche centrali con i tassi bassi, che hanno il pregio di non far lievitare a dismisura il debito pubblico, far costare meno il denaro che si prende a prestito e limitare l’inflazione, proprio non riesco a seguirti o quanto meno a prenderti sul serio, per questo motivo dopo questo post smetterò di risponderti.

    Secondo te ha fatto bene l’Irlarla e ridurre le tasse ed ad indebitarsi in questi 10 anni tanto da arrivare al fallimento? Che non centra nulla con il libero mercato lo so bene, io ho semplicemente risposto ad una tua osservazione che mi faceva notare come l’Irlanda fosse un paese virtuoso. Niente invece mi dici dei paesi nordici ove hanno le tasse più alte e dove le cose funzionano bene ed anche dove sono subentrati Governi di DX, come in Svezia, si sono ben guardati dal ridurle e tagliare servizi sociali.

    Per quanto riguarda i salari nel merito di domanda/offerta non sono io ad avere le idee confuse ma piuttosto sei tu che non sai leggere quello che scrivo, il ho detto “Riequilibriamo la domanda/offerta attraverso leggi che impongano l’orario di lavoro a 30 ore settimanali senza possibilità di straordinari e poi possiamo eventualmente liberalizzare il costo del lavoro.” Questo vuol dire che si creano almeno il 30% di posti di lavoro per cui la domanda supera l’offerta e quindi il prezzo del lavoro andrebbe ovviamente al rialzo.

  25. Massimo74 scrive:

    Evidentemente non conosci la scuola austriaca di economia e non hai mai sentito parlare di economisti illustri come Von Mises o Von Hayek(quest’ultimmo è stato anche premio nobel),perchè altrimenti capiresti che le bolle finanziarie si creano quando le banche centrali portano i tassi di interesse al di sotto del tasso naturale di mercato, facendo appparire profittevoli tutta una serie di investimenti che invece non lo sono affatto e che pertanto nel medio termine devono essere abbandonati,provocando tutta una serie di fallimenti a catena che portano inevitabilmente alla recessione dell’econmia.I bassi tassi di interesse a differenza di quello che pensi tu,non sono affatto un mezzo per ridurre il debito pubblico,ma semmai sono un incentivo ai politici per indebitarsi ulteriormente.Inoltre un basso costo del denaro si traduce inevitabilmente in un aumento della liquidità nel sistema,che alla fine si traduce in aumento dell’inflazione che come sappiamo è una tassa occulta che colpisce principalmente le categorie a reddito fisso.

    L’irlanda non si è indebitata perchè ha ridotto le tasse,infatti le entrate fiscali sono sempre aumentate nel corso degli anni,se sono in questa situazione è solo perchè hanno speso(a mio parere sciaguratamente) ingenti risorse per salvare dal fallimento il loro sistema bancario che era pesantemente compromesso con i cosidetti “titoli tossici” legati al mercato dei mutui americani.

  26. Luigi Di Liberto scrive:

    Mi ero ripromesso di non continuare questa discussione e posto solo per portare acqua alla questione che il capitalismo ha fallito (spero non mi dirai che la fonte è “comunista”) report di ieri ha proposto un documentario che difficilmente altri ci avrebbero fatto vedere.

    http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-0c344117-f8df-44ee-85ba-eb97f0ee57b0.html

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