– Si dice che la regolamentazione del mercato del lavoro serva per difendere i lavoratori, e ciò provoca prediche moralistiche ogni volta che si parla di riforme. Si afferma di voler difendere i lavoratori, ma la disoccupazione, spesso di lungo termine, colpisce soprattutto le minoranze, le donne, i giovani, i meridionali: è una strana protezione quella che impedisce ai più deboli di guadagnarsi da vivere.

Queste evidenze però non intaccano minimamente il numero di lezioncine morali che si devono subire. Sembrerebbe quasi che i “diritti” di cui si ammanta la retorica politica non servano a migliorare la condizione di chi dovrebbe goderne, ma per far star meglio chi li enuncia.

La prima cosa che si impara in economia è che la domanda tende a ridursi col prezzo e l’offerta ad aumentare, dunque se il prezzo è alto l’offerta supera la domanda e rimane insoddisfatta. Se comprare una casa costasse il doppio di oggi, se ne comprerebbero di meno. Questo lo sanno tutti, ma poi si arriva al mercato del lavoro e ci si dimentica dell’ovvio per fare ideologia spicciola come “il lavoro non è una merce”: significa forse che le leggi dell’economia non si possono applicare?

L’economia può aiutare a capire perché i lavoratori a più bassa produttività soffrono la disoccupazione più di quelli ad alta produttività, per cui i salari minimi non sono un vincolo stringente, perché la disoccupazione è di lungo termine, dato che la produttività non aumenta con l’inattività, perché intere regioni non sono competitive, visto che l’elevato costo del lavoro non vi rende conveniente investire.

Le conseguenze di queste politiche sono che milioni di persone non hanno una fonte di reddito e dunque non possono essere autonome, che sono costrette a diventare “clientes” di chi è in grado di elargire favori, in genere politici o mafiosi, che il livello di rispetto della legalità, e dunque anche la sicurezza contrattuale, cala man mano che si scopre che l’unico modo per guadagnarsi da vivere è il lavoro nero. Ma questo non basta: la bassa competitività causata dall’eccesso dei costi del lavoro infatti fa scappare le aziende, e dunque la trappola della povertà si perpetua, e produce una pletora di spese e assunzioni pubbliche che fanno aumentare le tasse, il debito e il potere dei politici sulla società.

C’è da chiedersi come sia possibile andar fieri di questo, eppure quando si parla di mercato del lavoro si subiscono spesso prediche sui “diritti dei lavoratori” e altre parole che non corrispondono ai fatti, o che servono a giustificare una realtà molto meno rosea.

Nel dibattito politico non si fanno ragionamenti, ma prediche, non contano i risultati, ma le intenzioni. Dunque è naturale che si parli soprattutto al cuore, al fegato e allo stomaco degli elettori per titillarne i sentimentalismi, le paure e gli interessi, anziché ragionare per cercare di capire le cause dei problemi. Non date peso alle buone intenzioni: servono spesso solo a dimenticare i cattivi risultati.