di MARIANNA MASCIOLETTI – Let’s make it clear, come dicono gli anglosassoni. Chiariamolo, chiariamoci subito.
Su questo sito, e in particolare in questo articolo, non troverete scritto da nessuna parte che drogarsi sia una passeggiata di salute. Non troverete nessun invito al consumo di droghe, legali o illegali che siano. Non troverete alcun tentativo di minimizzare le conseguenze mediche dell’abuso di droghe vietate, né alcun incoraggiamento ad abusare di quelle permesse.

Troverete invece, questo sì, qualche riflessione sulle conseguenze delle politiche globali adottate finora per la questione droga.

Come molti di voi già sapranno, infatti, la Global Commission on Drug Policy, il 2 giugno scorso, ha pubblicato un rapporto che va in tutt’altra direzione rispetto alla politica di “guerra alla droga” promossa dall’ONU e da moltissimi singoli Stati nel corso degli ultimi quarant’anni. Nel documento, la Commissione afferma sostanzialmente che le politiche di repressione del consumo e della compravendita di sostanze stupefacenti hanno completamente fallito il loro obiettivo di “un mondo senza droga”, e che è tempo di cambiare direzione, legalizzando le sostanze più leggere come la cannabis e regolamentando il commercio e l’uso di quelle più pesanti.

Questo invito all’inversione di rotta è stato accolto da alcuni con grande perplessità: ma come, ci arrendiamo? La diamo vinta ai dannati fricchettoni?
Capiamo bene che un mutamento così improvviso sugli stupefacenti possa lasciare, perdonate il calembour, stupefatti: dopo anni e anni in cui sul problema droga si è promosso un atteggiamento di muro contro muro, e lo si è giustificato dicendo di essere sempre a un passo dalla spallata finale, cominciare improvvisamente a parlare di riduzione del danno e di approccio medico e non poliziesco non è il massimo della linearità.

E’ però, secondo le conclusioni della Commissione, un segnale di ragionevolezza, e qui di seguito proviamo ad argomentare sul perché.
Noi tutti sappiamo perfettamente che le droghe fanno male, che possono uccidere, causano criminalità, rovinano la vita di moltissime persone, muovono guerre, comprano armi, generano profitti per le mafie.
Ma… un momento. Come facciamo a saperlo? Dopo cinquant’anni di politiche proibizioniste a livello globale, non ci è mai venuto il dubbio che, se dobbiamo ancora, e spesso, rapportarci con questo tipo di problemi, allora forse quelle politiche non hanno avuto tanto successo?

Let’s face it. Quella droga che tanto male fa agli individui e alla società, che si compra e si vende a caro prezzo in ogni angolo del mondo, che consente alla mafia di campare lussuosamente e causa la morte prematura di molti giovani, beh, signori, quella è la droga proibita.

Se proibirla fosse servito a qualcosa, visto che sono quaranta e più anni che a livello mondiale si va avanti con il ritornello della War on Drugs, probabilmente non esisterebbe più un “problema droga” da porsi. Invece, secondo le statistiche citate nel report della Commissione, il consumo e la compravendita di stupefacenti nel mondo vanno aumentando, e la lotta è decisamente impari: per ogni grosso traffico sgominato, infatti, moltissimi nuovi ne nascono. Risultato, si impiegano, in operazioni tanto impegnative e pericolose quanto, nei fatti, inutili, moltissime risorse delle forze dell’ordine, distogliendole così da altri settori del crimine. Vanno in galera (e ci restano per parecchio tempo, contribuendo al sovraffollamento carcerario) non solo i grandi spacciatori, ma anche tanti piccoli consumatori che, se le droghe leggere fossero legali, non si sognerebbero neanche di andare a cercare contatti con il crimine organizzato.

E’ stato davvero un buon affare aver proibito tout court, e quindi lasciato de facto nelle mani delle mafie, sia le droghe pesanti che quelle leggere, criminalizzando praticamente allo stesso modo il ragazzo con due piantine di marijuana e il grosso spacciatore d’eroina? O non è stato, forse, un po’ presuntuoso pensare che bastasse qualche tratto di penna del legislatore e qualche calcio rotante alla Chuck Norris per cancellare per sempre gli stupefacenti dalla faccia della Terra?
Che li si voglia vedere o meno, i danni di una politica criminogena del genere sono evidenti. In questo articolo per Newsweek, risalente al 1972, il mai dimenticato Milton Friedman ricorda, a proposito del proibizionismo degli anni ’20 che avrebbe dovuto eliminare la piaga dell’alcolismo dagli Stati Uniti:

Fu necessario costruire nuove carceri per accogliere i criminali generati dall’aver fatto diventare il consumo di alcolici un crimine contro lo stato. Il proibizionismo minò il rispetto per la legge, corruppe i poliziotti, creò un clima di decadenza morale, ma non fermò il consumo di alcol. Nonostante questa tragica dimostrazione pratica, sembra che la nostra tendenza sia quella di ripetere esattamente lo stesso errore, quando ci occupiamo di droghe.

La situazione, oggi, mutatis mutandis, è esattamente questa. Nonostante la droga sia proibita, praticamente chiunque la cerchi riesce a trovarla: se gli va bene si sarà fatto beffe delle forze dell’ordine e avrà provato il brivido del proibito; se gli va male, per contro, rischierà pene assolutamente sproporzionate all’incidenza del suo comportamento sulla società, venendo di fatto trasformato in un criminale.

Constatato amaramente, dunque, che vietandoli non spariscono, cosa cambierebbe legalizzando gli stupefacenti più leggeri e regolamentando gli altri? In primo luogo si toglierebbe un gigantesco business dalle mani delle mafie, che ad oggi fanno enormi profitti sul traffico di droga; in secondo luogo, si toglierebbe alla “roba” il fascino del proibito, iniziando a valutarla per quello che è e non per tutta la retorica che ci gira intorno.

E’ giunta l’ora, anche in Italia, anche (umilmente suggeriamo) all’interno di FLI, di aprire una riflessione seria, non ideologica, su come ridurre il più possibile la pericolosità del problema droga. Il proibizionismo, abbiamo constatato empiricamente, non è una soluzione, anzi, forse è parte del problema. Serviranno pragmatismo e buona volontà, servirà comportarci da persone e non da pecore, ma soprattutto servirà tenere a mente le conclusioni a cui giunse Friedman ormai quarant’anni fa:

Per le droghe, come per altro, è assai probabile che la persuasione e l’esempio siano più efficaci che impiegare la forza per rendere gli altri uguali a noi.

Non mettiamoci altri quarant’anni per rendergli giustizia.