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Questa riforma elettorale (maggioritaria) s’ha da fare

– La legge elettorale; croce e delizia di ogni politico italiano. Proporzionale sì, ma magari con una spalmatina di maggioritario. Liste bloccate sì, liste bloccate no. Che belli che erano i bei tempi andati delle preferenze, che brutti che erano i governi che si formavano categoricamente dopo le elezioni, tra un ministero, una promessa e un pentapartito di cagionevole salute.

Il livello di discussione in materia di legge/sistema elettorale ha raggiunto livelli estremamente bassi (riducendosi spesso a slogan o a formulette vuote).
Una sola cosa è sicura: l’attuale Porcellum non piace proprio a nessuno. C’è chi lo vorrebbe correggere, c’è chi lo vorrebbe archiviare definitivamente e c’è chi lo vorrebbe usare come trampolino per un futuro DDL. Purtroppo a questa insoddisfazione generale si accompagna uno spaesamento, una paura, un titubare continuo riguardo a un’alternativa da mettere seriamente in campo.

Questo documento ad opera del costituzionalista Augusto Barbera (e presentato innanzi alla Commissione per gli Affari Costituzionali del Senato, il 4 Maggio 2011) costituisce una rarissima eccezione in materia; personalmente, lo ritengo un testo che fotografa con precisione e imparzialità i sistemi elettorali “in lizza” – tra cui l’attuale Porcellum – cercando di indicare le possibili vie di una futura (e quantomai necessaria) riforma elettorale.

Il paper muove le sue argomentazioni da un principio che ritengo di importanza vitale; qualunque scelta politica si deciderà di compiere in materia elettorale, essa dovrà tendere al rafforzamento del bipolarismo. Come tutti i sistemi elettorali, anche il bipolarismo presenta problemi e lacune, ma è bene ricordare che, nella storia d’Italia, solo dall’avvento del maggioritario si sono avuti cambiamenti di governo per effetto diretto del voto degli elettori, e non per decisioni partitiche dietro porte chiuse.
E’ solo dopo il 1993 che si è avviato un processo di vera alternanza politica e di allargamento delle basi della democrazia parlamentare, che non hanno inficiato (bensì rafforzato) la tenuta dei governi nazionali e delle amministrazioni regionali/locali. Buttando lo sguardo al di là delle Alpi, notiamo che nei sistemi bipolari assistiamo a una maggiore capacità decisionale delle istituzioni di governo, un minore ricorso all’indebitamento e al deficit di bilancio. Non è un caso che l’intero panorama europeo sia orientato in senso bipolare. Generalmente e politicamente parlando il grande vantaggio del bipolarismo è che la forte competizione tra i due poli non degeneri mai nell’estremismo (vista l’influenza vitale dell’elettorato moderato), ma che nemmeno si pieghi all’asfissiante nullismo della palude centrista, del Marais.

Si deve infine ricordare che un sistema bipolare non impedisce affatto il sorgere (quando la storia l’ha richiesto) di una terza forza politica, magari decisiva. Dove ciò è avvenuto, l’obiettivo di quelle terze forze non è mai stato quello di costituire il democristiano ago della bilancia, bensì di sostituire una delle due principali forze politiche in lizza. Questo non impedisce certo alleanze post-elettorali; basti pensare all’attuale governo Cameron-Clegg in UK. Ma sono alleanze programmatiche e improntate al perseguimento di determinate politiche, pena l’annichilimento elettorale a favore dei due poli “tradizionali”.

Se si vuole traghettare definitivamente l’Italia sulle sponde di un sistema bipolare e maggioritario tout court, un sistema proporzionale puro non è la soluzione, ma il problema. La soluzione proporzionale senza premi di maggioranza non farebbe altro che alimentare la formazione di un partito/polo di centro ballerino, oggi pronto a sostenere un governo di centro-destra, domani uno di centro-sinistra. Si formerebbe un sistema tripolare, e non un sistema bipolare. Lo ripeto: anche in un sistema bipolare è possibile (e spesso necessaria) la formazione di una terza forza (magari determinante). Ma essa concorre nella soluzione delle issue politiche con proprie soluzioni, senza mai limitarsi al ruolo di ago della bilancia e coltivando aspirazioni maggioritarie. Cosa ben diversa rispetto a un Centro – statico ed immobile – pronto a dispensare (s)fiducie secondo la bassa logica negoziale del “quante-poltrone-mi-offri?”. E temo che sia questo il disegno che la (triste) scena politica ci sta offrendo. Ma non è accettabile; serve un segno di discontinuità, non un romantico nostalgismo verso la politica della Prima Repubblica.

Le alternative sono due: sistemi proporzionali con premi di maggioranza, o sistemi uninominali. Tertium non datur. Provare a mettere una pezza sulla Legge Calderoli è – d’altro canto – impossibile e rischia di fare più male che bene. Certo, il Porcellum qualche merito l’ha avuto; ha favorito l’alternanza fra schieramenti mantenendo la tensione bipolare del sistema e permesso la scelta diretta delle maggioranze di governo. Ma è stato il Porcellum a cancellare con un colpo di spugna la quota uninominale (nonostante i referendum del 1993). E’ stato il Porcellum a determinare risultati divergenti nelle elezioni di Camera e Senato nel 2006. Ed è sempre stato il Porcellum ad estromettere i cittadini dalla scelta/controllo dei candidati e a scaricare tutta la competizione nelle coalizioni invece che tra le coalizioni. Con gli effetti destabilizzanti che tutti conosciamo.
L’esperienza della Legge Calderoli è dunque da archiviare. E in fretta. A poco serve la proposta (a matrice quagliarielliana) di istituire un premio di maggioranza nazionale al Senato; la proposta si espone a forti critiche di incostituzionalità, vista la evidente contraddizione di un premio di maggioranza nazionale per un’assemblea che deve essere eletta su base regionale, come prescrive l’Art.57 della Costituzione, e i suoi risultati pratici sono tutt’altro che sicuri.

E’ dunque necessaria una soluzione totalmente nuova, innestata in una logica saldamente maggiorataria-bipolare. Personalmente ritengo che la soluzione sia da ricercarsi in nell’uninominale secco (più conosciuto come: first-pass-the-post), attualmente vigente nel Regno Unito, sganciandosi definitivamente dal sistema proporzionale. Non è da scartare, nemmeno, la soluzione di un uninominale a doppio turno di collegio.

Il sistema uninominale sarebbe in grado – in aggiunta al trasformare l’Italia in un sistema bipolare – di lenire appieno quella sofferenza democratica che oggi patiscono gli elettori, sempre più lontani dagli eletti. I listini bloccati su base nazionale – vista la cronica assenza di democrazia interna nei partiti italiani – sono dannosi quanto le preferenze (terreno foriero di clientele, fondi neri e di corruzione); avrebbero senso solo se fossero liste bloccate in collegi corrispondenti alle attuali province (come in Spagna – terra di un proporzionale a carattere fortemente maggioritario – dove ogni lista bloccata contiene una media di 7 candidati). Una soluzione del genere migliorerebbe il rapporto tra cittadino ed eletto, ora impossibile con la maxi-lista della spesa.
La soluzione proporzionale spagnola (spiccatamente maggioritaria e bipolare) è anch’essa meritevole di attenzione, anche se personalmente ritengo preferibile la soluzione “inglese” (con un occhio puntato al sistema australiano dell’alternative vote).

Insomma: le soluzioni sul tavolo sono tante. Urge aprire una discussione ma seguendo sempre e comunque la stella polare del bipolarismo e del maggioritario. Fare diversamente significa trascinare l’Italia nel passato e imprigionarla nel presente; un passato di proporzionale e governi affidate ad alchimie parlamentari e un presente di bipolarismo mozzo e carismatico, tutto pro/anti-Berlusconi. E’ necessario andare oltre. Spezzare le catene di un circolo vizioso che ha visto crescere la partigianeria (di una e dell’altra parte) e l’estremismo; questa riforma elettorale s’ha da fare; ma o è maggioritaria, o non è una vera riforma.


Autore: Michele Dubini

Nato a Mariano Comense (CO) nel 1990, ha conseguito la maturità classica e studia Giurisprudenza presso l'Università di Milano - Bicocca, privilegiando particolarmente le materie penalistiche. Ha scritto per Fareitalia Mag e The Front Page.

8 Responses to “Questa riforma elettorale (maggioritaria) s’ha da fare”

  1. Luigi Di Liberto scrive:

    Condivido questo articolo ma per pietà lasciate perdere il sistema spagnolo che indirettamente avalla le provincie le quali sono istituti e burocrazie da eliminare al più presto. Credo che la sola soluzione possibile e valida in questo momento sia il maggioritario alla francese.

  2. Andrea Bosio scrive:

    Non sono molto d’accordo sulla via bipolare; penso che l’Italia sia più idonea a un sistema proporzionale, che garantisca maggior rappresentanza anche a forze politiche di minor cabotaggio, evitando che alcune voci vengano “zittite” dal monopolio delle grandi aree.
    Comunque sono sceso un po’ più nei dettagli sul mio blog: http://gattogemellianarchici.wordpress.com/2011/06/03/bipolarimo-e-legge-elettorale/

  3. Andrea Benetton scrive:

    Se è vero quanto dice il mio amico Michele che tertium non datur tra maggioritario e uninominale è anche vero che esistono molti flavour di ciascuno dei due sistemi. Il maggioritario secco consoliderebbe solo la guerra civile permanente che c’è in questo paese. E’ molto meglio anche dal punto di vista della democrazia un sistema elettorale come quello australiano http://it.wikipedia.org/wiki/Sistema_elettorale_australiano peraltro già circolato su Libertiamo http://www.libertiamo.it/2010/12/20/un-voto-%E2%80%98alternativo%E2%80%99/
    Tale sistema favorisce la vittoria del partito con la posizione più ragionevole e un modo di fare politica meno rissoso e più diretto ai contenuti …

    Contrarissimo invece alle soglie di sbarramento, abbiamo bisogno di maggiore concorrenza (nel merito) per sbloccare un sistema bloccato.

  4. ivan scrive:

    Perche in germania c’e bipolarismo con il proporzionale?

  5. pippo scrive:

    Il Parlamento deve essere selezionato in modo da avere rappresentate le idee del popolo, il Parlamento fa le leggi e controlla il Governo.

    Ci possono essere posti in parlamento che si selezionano in ambito Comunale se il Comune ha almeno 200.000 abitanti altri in ambito Regionale se la Regione ha almeno 4.000.000 abitanti e il rimanente per completare i posti vacanti in ambito nazionale.

    I partiti sono associazioni che si occupano di politica e si finanziano con i propri iscritti ma per accedere al Parlamento partecipano canditati con la propria storia e non con liste formate da partiti. Al Parlamento si può essere membri al massimo per 8 anni. Si vota nell’ambito comunale o regionale allo scadere di ogni singolo mandato di 4 anni o in caso che il posto assegnabile si libera.
    Le elezioni per integrare i posti liberi avvengono una volta l’anno.

    I cittadini hanno quindi interesse ad avere Comuni e Regioni grandi ma c’è ugualmente rappresentatività per chi si trova in Comuni e Regioni piccoli. Tutti partecipano alla selezione dei posti nazionali.
    Un candidato si può presentare per concorre in un solo ambito Comunale Regionale Nazionale.
    Un Parlamentare non può ricoprire cariche elettive in Comuni o Regioni. Le provincie sono da abolire.

  6. Luca Argentin scrive:

    In Germania non c’è un proporzionale puro. Esistono due soglie di sbarramento e accesso che rendono il sistema elettorale tedesco un proporzionale “a trazione maggioritaria”: 5% dei voti a livello nazionale ed elezione di almeno tre deputati nei collegi uninominali.

  7. inutile scrive:

    Maggioritaria? IL FLI dove si schiera?

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