La TV ora è il megafono, la realtà nasce in Rete. Il Cav. non lo sa

La sconfitta alle elezioni? Silvio Berlusconi crede che sia colpa della televisione. E legge parte del disastro che l’ha portato a perdere la sua Milano tra le righe di Annozero e delle altre trasmissioni «micidiali» che «hanno dato una visione distorta» del capoluogo lombardo «e delle città in cui si votava». Colpa di servizi che hanno indotto «chi non avesse equilibrio critico» a non votare per la sua coalizione, dice il Cavaliere.

Sbaglia: quei servizi andavano in onda anche durante le sue tante vittorie alle urne del passato. La questione è evidentemente politica, e riguarda un complesso di fattori. Tra cui uno di particolare interesse per questa rubrica: forse Berlusconi non ha compreso l’importanza che la rete ha avuto nel determinare la sua debacle. È difficile dirlo con certezza in assenza di strumenti analitici che permettano di quantificarne la portata, ma ci sono alcuni indizi che portano quantomeno a parlarne come di un’ipotesi di ricerca sensata: la rete, per la prima volta in Italia, ha pesato sul risultato elettorale.

Non è tecno-utopismo. Prima di tutto perché non si sta sostenendo che la rete da sola abbia determinatola sconfitta dei candidati di Berlusconi, Letizia Moratti e Gianni Lettieri su tutti. Il claim è molto più debole: la rete, insieme con altri fattori strutturali, ha contribuito alla sconfitta dei candidati di Berlusconi. In secondo luogo perché almeno alcuni dati parlano chiaro. Secondo la classifica di Daniele Baroncelli, Giuliano Pisapia e Luigi De Magistris, gli sfidanti, hanno guadagnato su Facebook dal primo aprile al 31 maggio rispettivamente 95.500 fan su 111.000, e 82.500 su 213.000. Nessun altro politico ha conseguito risultati almeno paragonabili. Tranne Nichi Vendola, altro vincitore (un caso?) della competizione elettorale. E Grillo, anche lui vincitore, anche lui iper-presente in rete. Per i candidati del centrodestra, invece, è stato un disastro. Moratti, per esempio, dopo aver abbracciato (in una morsa peraltro fatale, vedi #morattiquotes e il caso della moschea di Sucate) i social media, è rimasta impigliata nell’accusa di gonfiare il numero dei suoi sostenitori, fermi comunque a 42 mila scarsi. Lettieri, come ha scritto Linkiesta.it, ha addirittura chiuso la sua pagina Facebook immediatamente dopo la sconfitta.

Ma con la propaganda si raggiungono i propri elettori o poco più. Il punto è che in rete, specie tra il primo turno e il ballottaggio, è successo qualcosa di diverso: sono stati gli utenti stessi a promuovere le campagne elettorali di De Magistris e, soprattutto, Pisapia. Smascherando le bugie degli avversari, trasformandone i colpi bassi in occasioni di satira e in messaggi, immagini e video virali di incredibile successo. Il neo-sindaco milanese ha detto bene: «abbiamo vinto con il sorriso e l’ironia». Entrambi hanno dilagato proprio sul web, a partire da Twitter e Facebook. Un bacino di utenza non indifferente, se si pensa che gli italiani sul social network di Zuckerberg, monopolizzato da Pisapia per quasi due settimane, sono 19,6 milioni secondo le più recenti statistiche di CheckFacebook.com.

Non solo. Dato che i media tradizionali hanno imparato a osservare i social media e annotarne i movimenti con rapidità, tutto quanto è avvenuto è stato trasposto in byte, prima, e carta, poi. Un effetto moltiplicatore che è uscito dalla rete e si è riversato per le strade. Come a Milano, dove avranno certo vinto idee e persone non propriamente nuove, come ha scritto Luca Sofri, ma lo hanno altrettanto certamente fatto servendosi anche di mezzi inediti. Insomma, se trasportare sul web la comunicazione politica tradizionale (unidirezionale, intrisa di messaggi propagandistici e promesse) non sembra pagare, più efficace è fonderla con la creatività di chi la riceve. Non un megafono per moltiplicare i punti di ricezione, ma il punto di partenza di un dialogo che si svilupperà, se si svilupperà, in modi inaspettati. E che, tuttavia, continuerà magicamente a trasportare il significato voluto. In questo caso, «vota Pisapia».

Non serve abbracciare la retorica, sbagliata, della «vittoria su Twitter»: la politica è molto più di un «mi piace» su Facebook o di un tweet. Tuttavia un fine analista dei flussi elettorali come Luca Ricolfi, su La Stampa (1 giugno, Il vincitore nascosto delle elezioni) ha scritto che ad imporsi è stato «il partito di Santoro». Cioè il fronte immaginario composto dai vari Marco Travaglio e Antonio Di Pietro, Nichi Vendola e Beppe Grillo. Tutti soggetti di enorme successo in rete. Su Facebook, per esempio, Travaglio ha circa un milione di fan, Di Pietro 214 mila, Vendola 487 mila, Grillo 680 mila. Di certo, dunque, c’è una correlazione tra il successo alle amministrative e quello sul social network. L’ipotesi di ricerca, tutta da verificare, è se si tratti anche di una causa, e in che misura. Difficile sia ‘Sua emittenza’ a chiedere ai suoi di indagare.


Autore: Fabio Chiusi

MSC alla London School of Economics in Storia e Filosofia della Scienza, è un giornalista e blogger. È redattore per Lettera43.it e scrive di politica, social networking e critica della disinformazione sul blog ilNichilista. Collabora con l'Espresso, Farefuturo webmagazine, Agoravox Italia e il Termometro Politico. Per Mimesis ha pubblicato Ti odio su Facebook. Come sconfiggere il mito dei brigatisti da social network prima che imbavagli la rete (luglio 2010).

2 Responses to “La TV ora è il megafono, la realtà nasce in Rete. Il Cav. non lo sa”

  1. GG scrive:

    Berlusconi ha perso sia per i contenuti (oramai è evidente che la maggior parte delle sue promesse non son state realizzate e i cittadini se ne sono accorti) sia per la comunicazione, che ora passa moltissimo attraverso internet. Concordo purtroppo sul fatto che ha vinto il partito di Santoro, Travaglio, Grillo ecc ecc…perchè hanno saputo sfruttare i nuovi media oltre che la TV. E questo è un pessimo segnale, perchè loro sanno traghettare molto bene l’antipolitica che certo non fa bene ad una democrazia poco in salute come la nostra. La rete, come qualunque altro mezzo di comunicazione, ha tante opportunità ma anche tanti rischi. Un altro rischio è, per esempio, la grande diffusione di slogan populisti da parte di certi opinion leaders (basti vedere quelli sul referendum) sui social network che impediscono un vero confronto e scatenano un “estremismo da tastiera”.

Trackbacks/Pingbacks

  1. […] tutti insieme, questi segnali dicano chiaramente che qualcosa sta cambiando. Dal punto di vista politico, certo. Ma perfino la tivù, attraverso la sempre crescente attenzione dei media tradizionali per […]