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Ius soli/1 – Per un nuovo diritto di cittadinanza

– Una seria riflessione sul concetto di cittadinanza in Italia è oggi più che mai necessaria, non solo in funzione di avere chiare regole per gestire i flussi migratori, ma anche per l’esaurirsi, negli Italiani, della consapevolezza di cosa significa essere cittadino.

Mentre i diritti civili sono universali in tutte le costituzioni democratiche, da sempre “cittadinanza” vuol dire diritto di esercitare i diritti politici. In alcuni ordinamenti esistono poi altri diritti legati alla cittadinanza, come quello di non estradizione in un paese straniero.

Storicamente si sono determinati due meccanismi principali con cui viene definita la cittadinanza. In Francia e in tutto il continente americano vige lo ius soli: vale a dire che la cittadinanza viene riconosciuta ad una persona per il fatto di essere nata sul territorio dello stato. Nelle altre nazioni, tra cui l’Italia, vige lo ius sanguinis, vale a dire che la nazionalità si ottiene nascendo da almeno un genitore in possesso della cittadinanza.

In entrambi i meccanismi, ad eccezione della regola, sono previste procedure di naturalizzazione per gli immigrati. Mi è capitato in questi giorni di analizzare una di queste procedure, quella australiana, che a mio modo di vedere brilla per la chiarezza e la linearità.
In essa vengono previsti, per chi voglia accedere alla cittadinanza australiana, un periodo di residenza nel Paese e un test. Infine, la cittadinanza viene conferita in una cerimonia formale pubblica, per sottolineare il valore di essere diventati cittadini.
Emerge con grande chiarezza la differenza tra chi si dà questo obiettivo e chi invece vuole immigrare per lavorare. In Australia, infatti, non esistono permessi di “soggiorno” (già dal nome ipocrisia tutta italica) ma permessi di lavoro.

Studiando la normativa mi sono reso conto che è il caso di lanciare una provocazione intellettuale.
Vogliamo davvero continuare a definire la cittadinanza sulla base di concetti medioevali quali la discendenza o il territorio? Non sarebbe meglio invece ridefinire un concetto organico di cittadinanza basato su criteri innovativi? La cittadinanza dovrebbe essere strettamente legata al concetto di comunità nazionale, legata alla conoscenza di cosa eravamo e di cosa siamo, capace di valorizzare la pluralità nell’unità. Capace di scegliere quali apporti di altre culture valorizzare, forte di una propria identità e senza paura. In Italia questa è una riflessione che, dai tempi dell’unità, si è sempre evitata, sottoponendola al massimo allo scontro politico del momento.
La provocazione è questa: la cittadinanza dovrebbe essere concessa sulla base di una doppia scelta, quella di una persona di fare parte della comunità italiana e quella della comunità italiana di accettarla in essa.

Vi propongo lo schema di cosa significherebbe in concreto questo approccio.
Fonte dell’innesco della procedura di ottenimento della cittadinanza è la domanda di una persona di ottenerla. Requisiti per presentare la domanda sono un lavoro, oppure essere studenti, e la residenza da un anno in Italia. Nessun automatismo, ma esplicita espressione di volontà e di impegno verso l’obiettivo di diventare cittadini. 

Dopodiché serve un periodo di integrazione nella comunità italiana. Il che può voler dire, a mio avviso, impegnarsi a 5 anni di vita e di lavoro (conteggiando lo studio fino ai 25 anni) in Italia dal momento della domanda, con meno di 12 mesi di assenza complessiva dall’Italia e gli ultimi 12 mesi necessariamente in Italia. Senza commettere reati.
Attenzione: vi ricordo che stiamo parlando di ottenimento della cittadinanza e non di immigrazione a generico fine di lavoro, che a mio modo di vedere andrebbe normata ad hoc, magari prendendo spunto proprio da chi l’immigrazione la gestisce da centinaia di anni.
In Australia, ad esempio, tranne casi eccezionali, per ottenere il permesso di lavoro è richiesta la conoscenza della lingua, che è quindi un prerequisito di fatto del processo di ottenimento della cittadinanza.
Alla fine di questo periodo di 5 anni si sottopongono i richiedenti ad un test, sulla falsariga di quello australiano. Chi passa il test, come ultimo atto del procedimento, deve partecipare alla cerimonia pubblica di concessione della cittadinanza in feste nazionali che si terranno due volte all’anno sostitutive delle attuali ricorrenze che festeggiano guerre passate e non invece gli italiani che guardano al futuro.

L’innovazione della mia provocazione  rispetto a qualsiasi ordinamento è che questo processo non andrebbe applicato solo per gli immigrati come fanno gli australiani: lo applichiamo a tutti, a partire per esempio da tutti i nuovi nati dal 2015. L’universalità di questo processo e il fatto che crea un percorso comune tra richiedenti di origine italiana e straniera è quello che garantisce da qualsiasi discriminazione e che anzi dà uno straordinario impulso all’integrazione. Risolve sul nascere il tema del voto agli stranieri.

Ma la vera ragione per cui deve essere per tutti è per consolidare una coscienza della comunità del popolo italiano che sta evaporando. Senza la coscienza di chi siamo e soprattutto di dove vogliamo andare e cosa vogliamo essere nel futuro, non esiste speranza di creare politiche condivise che diano un futuro. Il parlamento attuale, infatti, rispecchia oggi quello che siamo.
Con una cittadinanza definita dalla scelta e dalla libertà andremmo a definire a tutti gli effetti uno ius eligendi, un diritto in cui la naturalizzazione non è una eccezione destinata agli stranieri ma un processo continuo di definizione dell’identità nazionale, un processo che ci lega alla nostra storia e al territorio ma che ci proietta nel definire cosa vuol dire essere italiano oggi e nel futuro.
In forza di questa libera scelta si prescriverebbe costituzionalmente la responsabilità individuale e sociale dei cittadini, dove ognuno assume le proprie responsabilità e contribuisce secondo le proprie forze alla realizzazione dei compiti della Società.

Per introdurre un tale cambiamento serve una modifica costituzionale che ridefinisca la cittadinanza e che preveda una legge costituzionale che definisca i dettagli di implementazione della stessa tra cui la maggioranza qualificata necessaria per modificarla, come verificare i prerequisiti e l’idoneità ad ottenere la cittadinanza, l’insegnamento della cittadinanza nelle scuole e i corsi per chi lavora. Questo per mettere al riparo principi importanti dalla volubilità della maggioranza di turno.
Tale legge dovrebbe inoltre normare lo status di richiedente, equiparandolo  per tutto ciò che concerne diritti civili e sociali a chi è già cittadino. E bisognerebbe probabilmente individuare meccanismi per penalizzare chi sfrutta lo status di richiedente a tempo indeterminato.

Le sfide che abbiamo di fronte ci richiedono oggi di ripensare dalle fondamenta alcuni concetti che oggi diamo per scontati e su cui stiamo costruendo passo dopo passo una giungla giuridica di eccezioni senza affrontare i veri nodi.
La mia speranza, quindi, è che questa provocazione possa aiutare ad aprire una discussione ed a costruire una visione sul tema.


Autore: Andrea Benetton

Nato a Milano nel 1972. Consulente specializzato in processi aziendali, lean thinking e IT.

5 Responses to “Ius soli/1 – Per un nuovo diritto di cittadinanza”

  1. lodovico scrive:

    Un persona con gravi deficienze intellettive, ancorché intervenute in Italia, potrà diventare italiano?

  2. Andrea Benetton scrive:

    Le persone in questione devono essere aiutate ad affrontare il test esattamente come dovrebbe essere aiutate a poter votare, cosa che oggi non avviene. Dopodichè il termine “gravi” ha una serie di gradazioni. Ci sono persone che con tutto l’aiuto che gli puoi dare (vedi http://www.inclusion-europe.org/uploads/doc/ADAP/Policy_Recommendations_IT.pdf ) comunque non sarebbero in grado di votare.

  3. mick scrive:

    D’accordo nel giudizio sul sistema attuale…addirittura peggiore di quel che potrebbe sembrare, e sullo spirito della proposta. Ma come si fa ad applicare il sistema, supponiamo, ai nati in Italia da italiani. Fino a che non potranno fare domanda (a 18 anni suppongo) più altri 5 anni, restano apolidi?
    Forse mi è sfuggito qualcosa.

  4. Andrea Benetton scrive:

    Io a dire la verità per la presentazione della domanda pensavo ad una età molto inferiore (13 anni) perchè poi ci sono comunque 5 anni di percorso in cui avviene una formazione alla cittadinanza e l’ideale è che sia un percorso parallelo a quello scolastico. A 13 anni si fanno già scelte che impostano il futuro della tua vita come la scuola superiore. Poi il test verrebbe comunque affrontato da 18 anni in poi.

    In questo schema l’apolide potrebbe essere equiparato al cittadino eccetto che per i diritti politici. Oggi il riconoscimento de iure dello stato di apolide de iure (cioè riconosciuto dallo stato) è difficile da ottenere – il ministero pone ostacoli e tempi lunghi per disincentivare questa condizione. Il diritto internazionale da all’apolide de jure il diritto di acquisire la cittadinanza del paese che lo ha riconosciuto come tale. Ma con questo schema non c’è nessun “discriminazione”, l’apolide può ottenere la cittadinanza, se desidera, come tutti gli altri.

    Non pretendo di avere previsto tutti i casi possibili, mi sembra solo che uno ius eligendi renderebbe la situazione molto più “lineare”.

  5. Andrea B. scrive:

    Accontentiamoci di copiare un modello come quello australiano ( ho fatto i test seguendo il link suggerito e pur sapendo poco o nulla di storia australiana ho sbagliato solo una domanda su venti … ci penserò dovessi andare via dall’ Italia :-) ).

    Sul resto non sono d’accordo … piuttosto ripristiniamo un servizio ( militare e/o civile) obbligatorio per tutti, nuovi arrivati compresi.

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