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Ius soli/2 – I figli di immigrati in Italia sono figli italiani

– Nel suo discorso di ringraziamento alla LUISS durante la cerimonia che gli ha concesso la laurea honoris causa, Robert Putnam ha condiviso con un piccolo ed attento pubblico alcuni pensieri che potevano suonare quasi banali per molti osservatori esterni all’Italia: il fatto che la tolleranza, sia religiosa, nazionale ed etnica, possa a lungo andare far nascere delle società più coese, ricche e creative anche se in un primo momento tali fenomeni demografici – che portano i venti della diversità di idee e colti culture –  creino sentimenti di sfiducia e diffidenza nelle popolazioni che accolgono tali flussi.

Il concetto del capitale sociale a cui Putnam si riferiva è infatti un concetto semplice, ma che non deve essere assolutamente dato per scontato. Nella sua definizione, la qualità democratica di un popolo è direttamente proporzionata al livello di networks sociali che esistono all’interno di una nazione, una specie di indicatore di fiducia sociale. Quando la fiducia si abassa, un chiaro campanello d’allarme dovrebbe suonare in modo che governi e iniziative sociali possano lavorare insieme per ricucire i legami fra i cittadini. Qui inizia il discorso legato alla diversità. Infatti,  come Putnam ha chiaramente detto, alcuni dei sentimenti essenziali per costruire un coeso e funzionante capitale sociale sono quelli di non aspettarsi che il ‘diverso’ diventi come te e nemmeno che il diverso non abbia niente a che fare con te, ma piuttosto che ci sia una specie di metamorfosi fra entrambi, in modo che il nuovo cittadino che nasce da questa fusione sia infatti un risultato ancora migliore dalle parti che lo hanno ideato. Un paese che abbia come obbiettivo aumentare il suo proprio capitale sociale deve far si che tali legami si rafforzino grazie all’azione di governi lungimiranti, ovvero attraverso l’approvazioni di leggi con obiettivi di lungo periodo attente agli interessi generali.

A questo punto si arriva al nocciolo della questione che riguarda la seconda generazione di figli di immigranti nati (o venuti giovanissimi) in Italia e il dovere politico di riconoscerli come pari cittadini attraverso lo ius soli (la legge che concede la cittadinanza per quelli nati sul territorio dello stesso paese).  Per più di un millione di questi ragazzi e ragazze la legge vigente sulla cittadinanza è uno strumento arcaico ed  arretrato anche rispetto ad altri paesi europei. I figli di immigrati nati in Italia possono solo sognarsi la cittadinanza fino ai 18 anni e poi devono fare domanda mentre in Francia viene concessa automaticamente una volta raggiunta la maggiore età. In Italia,  la domanda deve essere presentata entro 1 anno dal compimento del 18esimo anno e intanto si è costretti a vivere con un permesso di soggiorno in attesa di una risposta.  Mentre la maggioranza dei coetanei, figli di italiani (o di almeno un genitore italiano) con cui sono cresciuti e con cui anno condiviso gli stessi valori possono godersi dei passaggi importanti nella vita, come l’università o i viaggi, senza maggiori preoccupazioni, i figli di immigrati di lungo corso vivono una vita governata dall’incertezza del limbo burocratico in cui si trovano, che li costringe a crescere più in fretta degli altri.

In Germania ad esempio, la legge è ancora più avanti da questo punto di vista. Basta che uno dei due genitori stranieri risieda legalmente in territorio tedesco ed abbia vissuto lì per almeno 8 anni per concedere al loro figlio il diritto alla cittadinanza tedesca al momento della nascita. Certo, non entro nemmeno nel merito dei paesi del “nuovo mondo” dove lo ius soli è automatico, indipendentemente dal tempo di permanenza dei genitori stranieri nel loro territorio.

Insisto su un punto importante che riguarda la legge attuale (1992) dello ius sanguinis (che trasmette la cittadinanza per legami di sangue). L’Italia é stato un paese di emigrazione fino a poco tempo fa. In tale contesto, lo ius sanguinis aveva senso visto che l’Italia voleva tutelare i diritti dei suoi cittadini sparsi nel mondo. I numeri dell’emigrazione italiana sono così impressionanti che basta guardarsi intorno per capire che sono moltissime le famiglie italiane che hanno parenti all’estero.

Il punto è che bisogna guardare avanti e capire i cambiamenti sociali del nostro tempo. Anche se vi sono forze conservatrici che si rifiutano di accettare le nuove regole del mondo contemporaneo, la realtà sta cambiando sotto i loro occhi ed è solo una questione di tempo. Putnam, che conosce bene l’Italia, ne è consapevole e ha fatto un appello chiaro alla fine del suo intervento: “Quando uno dice pazienza, il cambiamento eventualmente arriverá, bisogna guardare avanti con coraggio e dire “impazienza!” il cambiamento lo facciamo noi”. Ossia,  siamo noi i responsabili per costruire un capitale sociale più ricco per i nostri figli e l’Italia deve affrontare la sua nuova realtà con l’obiettivo di aumentarne la coesione. Una sana politica pubblica dovrebbe guardare a questi indicatori sociali e investire sul nuovo capitale di un paese che ha tante potenzialità, ma che deve anche essere in grado di cogliere socialmente e politicamente i cambiamenti del XXI secolo senza troppa demagogia.


Autore: Melissa Rossi

Nata a Petropolis, Brasile nel 1980. Laureata cum laude in scienze politiche al Saint Anselm College, ha conseguito un master in relazioni internazionali alla Suffolk University di Boston con una specializzazione in organizzazioni internazionali e studi Latino Americani. Ha lavorato come assistente di ricerca alla Notre Dame University e insegnato in corsi sulla transizione democratica in Brasile alla Metropolitan University Prague.

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