– All’Aia l’ex generale Ratko Mladic è ora in attesa di processo, accusato di crimini di guerra e genocidio.
La parola “genocidio” è fortunatamente rara nella storia recente europea. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, si è sentita nominare solo in occasione della Guerra di Bosnia (1992-1995). Ed è proprio per quel conflitto che Radovan Karadzic, dal 2010, e Ratko Mladic, da due giorni, sono incarcerati nell’unità detentiva dell’Onu di Scheveningen, per essere processati. Sono due protagonisti indiscussi della tragedia che costò la vita a 63.687 musulmani bosniaci 24.216 serbi, 5.057 croati. Il terzo protagonista, il più importante di tutti, è morto: Slobodan Milosevic, deceduto nel carcere dell’Aia l’11 marzo 2006, durante il suo lunghissimo processo. Nella gerarchia delle responsabilità per i crimini della Guerra di Bosnia, Milosevic era la mente, Karadzic il suo esecutore locale, Mladic il braccio.

In che senso Milosevic fu il principale responsabile del genocidio bosniaco? Prima di tutto perché fu lui il principale responsabile della guerra. La situazione, nell’estate del 1991, era quella di una generale disgregazione della Jugoslavia: nel bel mezzo del collasso economico del regime comunista, lasciato in eredità da Tito, la Slovenia e la Croazia avevano dichiarato l’indipendenza. La Bosnia-Erzegovina appariva ancora formalmente fedele alla Federazione, ma già il leader musulmano di Sarajevo, Alija Izetbegovic, iniziava a predisporre le prime mosse verso l’indipendenza.

Milosevic, presidente della Serbia, gettò le basi per tutte le future tragedie della ex Jugoslavia: accettò l’indipendenza della Slovenia, quasi del tutto priva di minoranze etniche della sua nazionalità, ma preparò l’annessione delle regioni croate abitate da una maggioranza serba. Nazionalista convinto, Milosevic era convinto che la Jugoslavia, in quanto federazione multi-nazionale, potesse anche essere sacrificata: l’importante era l’unità, sotto un’unica autorità centrale, di tutte le regioni abitate da serbi. La Slovenia riuscì a conquistare l’indipendenza dopo appena 10 giorni di conflitto con l’Armata Popolare Jugoslava. In Croazia, invece, il conflitto proseguì nelle regioni miste a maggioranza serba.

Fu qui che entrò in azione per la prima volta, il “braccio”: Ratko Mladic, allora colonnello dell’Armata Popolare Jugoslava. Il suo compito, formalmente, era quello di mantenere l’ordine, mediando fra le milizie nazionaliste serbe e la polizia croata nella cittadina di Kijevo, non lontano dalla costa dalmata. In realtà, con il pieno consenso dei suoi superiori, le sue truppe sostennero le milizie nazionaliste serbe. Conquistarono il paese, per poi consegnarlo alle “cure” dei paramilitari nazionalisti. E la popolazione croata di Kijevo dovette fuggire. Fu uno dei primi episodi di una strategia che, negli anni seguenti, divenne nota come: “pulizia etnica”.

Il massacro nelle regioni meridionali croate finì nel 1991, soprattutto a causa del riconoscimento tedesco dell’indipendenza croata: da quel momento in poi la Jugoslavia, così come l’aveva riplasmata Tito dopo la Seconda Guerra Mondiale, cessava di esistere e la sua repubblica più potente, la Serbia, isolata diplomaticamente, non aveva più alcuna legittimità di intervenire in un territorio ormai divenuto straniero.
La mossa tedesca diede il coraggio anche ad Alija Izetbegovic, che dichiarò l’indipendenza della Bosnia Erzegovina il 3 marzo 1992
, dopo un referendum stravinto dagli indipendentisti. Anche qui, Milosevic puntò alla riconquista delle regioni orientali, abitate da circa un milione e mezzo di serbi. Non potendolo più fare nel nome di una Jugoslavia che non c’era più, né con un esercito regolare jugoslavo che sarebbe stato visto come una forza d’invasione, adottò una strategia alternativa. Rafforzò il secondo protagonista di questa drammatica vicenda: Radovan Karadzic, presidente delle regioni serbe di Bosnia. Questi era privo di truppe e di soldi. Come testimoniò Borisav Jovic, ultimo presidente della Jugoslavia, Milosevic gli diede le une e gli altri: trasferì tutto l’apparato militare dell’Armata Popolare Jugoslava nelle mani delle autorità locali e mise a disposizione le casse della Federazione Jugoslava per coprire tutte le spese di guerra. La strategia adottata in Bosnia era la stessa sperimentata in Croazia: occupazione delle città musulmane da parte dei regolari, pulizia etnica dei paramilitari nazionalisti, con lo scopo di svuotare tutte le città musulmane incastonate da secoli nelle regioni a maggioranza serba.

Quando Mladic entrò di nuovo in scena nel nuovo conflitto, la tragedia era già iniziata. Due città bosniache musulmane, Zvornik e Bijeljina, erano già state “ripulite” con metodi brutali della loro popolazione. Sarajevo, la capitale, era già sotto assedio.
Divenuto generale dell’Armata Popolare Jugoslava, Mladic fu posto al comando dello stato maggiore delle forze serbe di Bosnia. E al colonnello che comandava le batterie d’artiglieria diede l’ordine di cannoneggiare la città di Sarajevo, con parole che sarebbero diventate tristemente celebri: “Colpisca i quartieri musulmani, là non vivono molti serbi. Li martelli fino a farli impazzire”. La volontà genocida è chiarissima fin da questo primo ordine. Nel resto del conflitto fu sempre coerente.

Il 5 maggio 1993 la sua opposizione fu uno dei fattori determinanti del fallimento del piano di pace Vance-Owen, che proponeva la creazione di una Bosnia federalista. Il suo unico vero ostacolo per il completamento della pulizia etnica e la creazione di una Repubblica Serba di Bosnia etnicamente omogenea erano le “aree protette” dall’Onu: dopo i massacri di Zvornik e Bijeljina, le città musulmane di Bihac, Gorazde, Zepa, Srebrenica e Tuzla, oltre alla stessa capitale Sarajevo, erano protette da contingenti di caschi blu. Nell’aprile del 1994, Mladic testò la determinazione del contingente di pace lanciando un attacco su Gorazde. E vide che affondava la lama nel burro: colpì le postazioni Onu e si beccò un primo raid aereo della Nato per rappresaglia. Poi catturò alcuni caschi blu e li usò come scudi umani. E non subì più nulla di grave fino a un successivo accordo di cessate-il-fuoco. Gorazde si salvò, ma Mladic probabilmente capì da quell’episodio che le truppe Onu non erano un vero ostacolo.

La lezione appresa a Gorazde fu applicata da Mladic, su larga scala, a Srebrenica. Qui le truppe serbe presero la città l’11 luglio 1995. I caschi blu olandesi, che l’avrebbero dovuta proteggere, non si mossero. Mladic dichiarò alle televisioni internazionali che non avrebbe torto un capello alla popolazione civile. In realtà i paramilitari nazionalisti serbi, guidati dal comandante Arkan, stavano già compiendo il massacro sistematico di tutti i maschi adulti. Alla fine ne uccisero 8372, un bilancio probabilmente provvisorio, sebbene alcune associazioni delle famiglie delle vittime parlino di 10.000 morti. Fu il più grave singolo crimine di guerra commesso in Europa dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.
Il copione si ripeté, pari pari, a Zepa: nessun intervento Onu, massacro di parte della popolazione, cacciata di tutti gli abitanti musulmani. Intanto Mladic continuava a “martellare” Sarajevo: la capitale stava subendo l’assedio ormai da tre anni. Con i cecchini serbi che sparavano deliberatamente su donne e bambini e le artiglierie che, al ritmo medio di 329 granate al giorno, colpivano i quartieri musulmani, completamente priva di luce, acqua e gas, la “città martire” aveva subito già 16.000 morti, 10.000 dei quali civili inermi.

Fu un singolo proiettile di mortaio a determinare la sconfitta di Mladic: un colpo sparato contro il mercato di Markale, il 28 agosto 1995 provocò una strage, 37 morti e 90 feriti. Le immagini scioccanti dei cadaveri e del sangue fecero il giro del mondo e aumentarono l’indignazione già resa fortissima dai massacri di Srebrenica e Zepa. E alla fine la Nato decise per l’intervento aereo. In meno di un mese, Mladic perse tutto quello che aveva conquistato in tre anni. Incalzato da una violenta controffensiva musulmana e croata, colpito dal cielo, divenne per poche settimane l’eroe anti-mondialista per eccellenza: “Gli Usa vogliono dipingere tutto il mondo di un solo colore” – dichiarò in Tv in quei giorni difficili – “ma si fermano già di fronte alla resistenza della piccola nazione serba”. Gli Usa non si fermarono affatto. Mladic dovette accettare gli accordi di pace di Dayton, che ponevano fine alla guerra. E alla sua carriera: di lì a poco, il generale sarebbe divenuto un latitante, ricercato per genocidio e crimini di guerra dalla giustizia internazionale. Fino al suo arresto, compiuto a Lazarevo (non lontano da Belgrado) dalla polizia serba lo scorso 26 maggio.

Tuttora i nazionalisti serbi lo considerano un “eroe” e sono pronti a battersi contro il governo di Belgrado per protestare contro il suo arresto e la sua estradizione all’Aia. Per loro è il difensore del popolo serbo. La sua consegna a un tribunale internazionale è vista come un tradimento, puro e semplice. O forse qualcosa di peggio.
E’ il completamento di un quadro paranoico che gli ultimi leader comunisti della Jugoslavia e gli emergenti nazionalisti serbi si erano dipinti alla fine degli anni ’80 per giustificare il loro potere: l’idea di una gigantesca cospirazione occidentale volta a smembrare la Jugoslavia e spartirne le risorse. Di qui la convinzione di dover combattere, armi in pugno, per difendere il nucleo duro della nazione. Ora l’attuale governo liberale serbo che consegna Mladic e vuole entrare al più presto nell’Ue è giudicato come una marionetta al servizio di questa cospirazione. E’ quasi comprensibile. Mezzo secolo di totalitarismo porta a questo: a una mentalità paranoica diffusa, con tutti i crimini che questa induce a commettere.

E’ meno comprensibile il giudizio espresso da Mario Borghezio, della Lega Nord, mai vissuto sotto un regime totalitario, ma pronto a difendere l’ex generale. “I patrioti sono patrioti e per me Mladic è un patriota”, ha dichiarato dopo la notizia dell’arresto. Perché: “i serbi avrebbero potuto fermare l’avanzata islamica in Europa, ma non li hanno lasciati fare”. Dimenticando che Mladic iniziò col massacrare i cattolici, croati, e continuò a combatterli sino al 1995. Lungi dall’essere un “patriota”, il generale della comunista Armata Popolare Jugoslava fu spedito in Bosnia per volontà di Belgrado per compiere un lavoro di “pulizia”. E lo portò quasi a termine, con freddezza e lucidità. Nella sua attività fu più simile a un grigio funzionario sovietico che non a un redivivo Carlo Martello. Ora avrà un processo a disposizione per cercare di dimostrare il contrario.