– La scelta non è in controtendenza, i sentori c’erano tutti, eppure sono dati che in fondo (e neanche troppo) stupiscono eccome.

E’ un vero e proprio popolo di matricole, quello che, nel momento di iscriversi per il prossimo anno scolastico alle classi superiori, ha optato per un’istruzione di tipo liceale.

Il numero degli alunni che, a partire dalle prime settimane di settembre si iscriveranno ai licei rappresenta una percentuale comprendente la metà del totale degli alunni, raggiungendo il 49,2%.

Certamente un aumento statistico significativo rispetto a quanto fatto registrare lo scorso anno (46,2), nei dati ufficiali rilasciati dal Ministero dell’Istruzione e pubblicati sulla rivista Tuttoscuola.

L’aspetto interessante è che tra i singoli indirizzi proposti dai licei non ci sono affatto grosse variazioni di preferenze.

A crescere, ma in maniera non esponenziale bensì contenuta, è il liceo scientifico, che si presenta alle soglie del nuovo anno scolastico con la novità della opzionale “scienza applicata“; una formula, nel dettaglio, presentata due anni fa dal Ministero della Pubblica Istruzione e che toglie il latino dalla rosa di materie.

Se l’aumento del 2% del liceo scientifico si deve prevalentemente al fattore novità, risultati diametralmente opposti per quel che riguarda il liceo scientifico tradizionale, che registra iscrizioni per il meno 0,8%.

In salita anche il liceo linguistico, con un 1,2% di aumento rispetto all’anno precedente.

Fatta dunque eccezione dei licei linguisti e scientifici, tutti gli altri indirizzi liceali rimangono sostanzialmente stabili, in assenza di aumenti ragguardevoli

Che ne è dell’altro 59% di studenti che non hanno optato per i licei?

Non sfondano gli istituti tecnici che hanno registrato un aumento delle iscrizioni del solo 0,4%.

Continuano invece a inabissarsi, seguendo un trend iniziato da un paio d’anni, gli istituti professionali.

Il dato che segue è preoccupante quanto significativo: – 3,4%, ben suddiviso tra il settore dei servizi, dell’industria e dell’artigianato.

Sebbene la crescita delle iscrizioni totali sia aumentata di un paio di punti percentuali rispetto allo scorso anno, è interessante soffermarsi sul tracollo degli istituti professionali.

La causa principale, è sicuramente da ricercarsi nel quasi completo fallimento della comunicazione politica rispetto agli istituti tecnici e professionali.

I tagli che hanno colpito l’istruzione pubblica nazionale, hanno sortito l’effetto di minare nelle fondamenta la credibilità collettiva dello stesso sistema scolastico.

Puntando molto su licei in parte de – qualificati, complice spesso lo scarso livello dei docenti, è stato completamente accantonato il progetto di rinascita degli istituti tecnico – professionali, che da scuole spesso ghettizzate ed ai limiti dell’emarginazione sarebbero dovute diventare una tangibile alternativa allo studio umanistico, riuscendo anche a relazionare in maniera più stretta il piano dell’istruzione al mondo del lavoro.

Il progetto è decisamente fallito, e gli istituti tecnici si dimostrano sempre meno desiderati (e desiderabili), creando così un vuoto difficile da colmare che non solo sfocia nella grave problematica istituzionale, ma colpisce anche il mondo del lavoro.

Nel documento elaborato dai servizi statistici del ministero dell’Istruzione, si legge che «l’analisi del fabbisogno delle imprese fa emergere che nel 2010 alcune figure professionali non trovano sufficiente risposta alla richiesta proveniente dalle imprese».

In parole povere, in Italia mancano diplomati di qualità, contabili, elettrotecnici e via dicendo.

Certo, la funzione della scuola è di formare a tutto tondo un cittadino nei limiti del possibile “ideale” (ammesso che questa parola abbia molto senso), dotandolo di basi con le quali orientarsi nel mondo lavorativo.

Ciò non toglie che il rapporto dell’istruzione con la possibilità di trovare un mestiere a studi terminati abbia una fondamentale importanza.

Sia a livello economico, sia a livello mentale.

Stando ad uno studio di Almalaurea, la delusione ed il disincanto colpirebbero la metà degli alluni: uno studente su due, al momento della maturità, si dice convinto di aver sbagliato scuola, e confessa che tornando indietro si dirigerebbe verso altre strade, altre soluzioni.

Il dato percentuale dei ragazzi pentiti dalla propria scelta, sale esponenzialmente quando la lente d’ingrandimento si sposta sugli istituti tecnici e professionali.

Non un caso, dunque, che sia proprio questo il percorso scolastico in forte declino e destinato a scomparire senza una riforma coscienziosa.

Il rapporto Istat, mette inoltre in evidenza un dato preoccupante.

Per maturare dentro di sé una sensazione di pentimento, non sempre occorre aspettare l’esame di maturità: un ragazzo su cinque, il 18,8%, abbandona gli studi anzitempo.

L’obiettivo programmatico indicato da Bruxelles per il 2020, indica come obiettivo una diminuzione d’abbandoni scolastici fino al graduale raggiungimento medio del 10%.

Ad oggi, siamo ben lontani da quelle soglie.

In definitiva, un’azione politica responsabile dovrà partire dall’istruzione per consentire un risanamento quantomeno parziale dei valori economici e sociali dell’Italia.

Una delle principali domande che dovrà trovare risposta concreta in tempi brevi è la seguente: come mai, nonostante la domanda crescente da parte delle aziende che cercano profili tecnici, gli istituti tecnico – professionali continuano a non funzionare?

Occorre innanzitutto, tramite comunicazioni efficaci e ben congegnate, chiarire come il liceo non sia una scelta ‘obbligata’ per trovare lavoro.

Per questo obiettivo, occorre lavorare affinché gli istituti professionali ricomincino a preparare gli studenti sul piano lavorativo trasmettendo loro tutta una serie di conoscenze spendibili nell’immediato, dopo il termine di un percorso formativo adatto e qualificato.

Sarebbe inoltre opportuno affiancare agli istituti tecnici e professionali delle esperienze reali di lavoro, concrete, abbinando in maniera fruttuosa e produttiva un’alternanza di studio teorico e pratica sul campo, ottimizzando il piano formativo con stage professionali e prove in aziende ‘associate’, così da rendere lavoro un verbo non morto e lontano, ma vivo e scremato dall’accezione puramente nozionistica.