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L’eredità di Mancuso, che nessuno vuole raccogliere

– Ho conosciuto la figura di Filippo Mancuso per una casualità, mentre ero uno studente universitario.

Durante la preparazione dell’esame di diritto costituzionale progredito ebbi modo di imbattermi nelle sue vicende politiche, quelle che nel 1995 lo portarono a subire (unico caso nella storia della Repubblica fino a quel momento) un’inedita quanto giuridicamente debole mozione di sfiducia individuale, rispetto alla quale egli – fine giurista quale era – provò a resistere sollevando un conflitto di attribuzione davanti alla Corte Costituzionale che però gli diede torto.
Quel caso fu così fuori dall’ordinario che ben presto suscitò l’attenzione di studiosi e “addetti ai lavori”: vennero scritti articoli, tesi di laurea e la mozione di sfiducia individuale divenne un vero e proprio caso di studio da inserire, appunto, nei libri di diritto costituzionale.

Nei ricordi di chi ha memoria di lavori parlamentari resta ancora il discorso pronunciato da Mancuso per difendersi dalle accuse che diversi partiti (non solo di sinistra) gli muovevano, poiché aveva ordinato delle ispezioni al Tribunale di Milano che in quel periodo procedeva ancora a passo di carica con indagini ed arresti, sull’onda lunga di Mani Pulite.

Le parole che l’allora Guardasigilli utilizzò al Senato per difendersi restano, oggi più che mai, un vero e proprio manifesto del garantismo formale e sostanziale, qualcosa di ben lontano da quel garantismo peloso di cui impropriamente si servono certi esponenti politici per mettersi al riparo dalle loro malefatte e che troppo spesso ultimamente è diventato sinonimo di impunità.

Filippo Mancuso non accettò mai quell’atto di sfiducia individuale, percependolo come una vera e propria ingiustizia; quel 19 ottobre 1995 denunciò chiaramente di essere stato isolato dal Governo del quale faceva parte a titolo di Ministro della Giustizia. Le sue accuse erano principalmente rivolte all’allora Presidente del Consiglio Lamberto Dini al quale egli “dedicò” alcune tra le sue più celebri invettive.

Filippo Mancuso era infatti ricordato da tutti per il suo eloquio tagliente, fine, pomposo e per la sua capacità di condensare in poche parole concetti di grande efficacia. Personalità sicuramente complessa, a tratti eccessiva e difficile, era però considerato un soggetto fuori dalle logiche di partito, non condizionato da fattori esterni, tanto che, probabilmente, proprio questo lato del suo carattere gli ha impedito di raggiungere alcuni incarichi di prestigio che gli erano stati invece promessi.

È uscito dalla politica sbattendo la porta, in piena polemica con Silvio Berlusconi (colpevole secondo lui di avergli voltato le spalle e di essere politicamente succube di Cesare Previti) ma anche con certa sinistra giustizialista che non ha mai accettato il suo modo di concepire il diritto e la giustizia in generale.

Ora che è morto, qualcuno lo ricorda come uno strenuo oppositore dell’azione della Procura e del Tribunale di Milano, facendone quasi un precursore delle battaglie portate avanti, oggi, dall’attuale Presidente del Consiglio. Nulla di più sbagliato: il garantismo di Filippo Mancuso, al quale egli ha sacrificato, è il caso di dirlo, un’intera carriera politica, non ha nulla in comune con chi oggi parla di magistrati come cancri, di dittatura dei giudici di sinistra o di amenità simili.

Intanto perché il linguaggio di Filippo Mancuso era di ben altro stile, ma soprattutto perché la sua era vera passione per le garanzie processuali che devono essere concesse a tutti: un interesse senza doppi fini per una visione del diritto che rifiutava i metodi di giustizia sommaria che tanto spesso si invocano oggi, anche per casi fuori dalla politica.

La sua visione era in aperto contrasto con quelli che lui definiva “gli amanti del processo violento che si propongono sempre più proroghe a quest’aura di caccia in palude”.

Oggi, il discorso che ha pronunciato Filippo Mancuso al Senato della Repubblica quel 19 ottobre 1995 dovrebbe essere riascoltato da molti, soprattutto dai giovani studiosi di diritto che hanno approcciato da poco lo studio della legge. Esso rappresenta il suo lascito morale, e chi lo cacciò dichiarando che con quel voto di sfiducia “l’Italia onesta lo mandava a casa” dovrebbe aver il buon gusto di chiedere scusa.


Autore: Luigi De Santis

Romano di nascita, è convinto che le condizioni del diritto e del processo penale siano ottimi osservatori per testare lo stato di salute di una società e che persino l’Italia meriti un sistema giuridico autenticamente liberale. Concorda pienamente con chi ha sostenuto che “il diritto non è accademia : è vita e, se il suo studio non appassiona, significa che non vi è interesse per le vicende umane”.

2 Responses to “L’eredità di Mancuso, che nessuno vuole raccogliere”

  1. Luca Martinelli scrive:

    Una mente fine e una lingua tagliente. Il suo intervento qui riportato andrebbe studiato come esempio positivo di arte oratoria al suo massimo.

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