– Signori elettori, cittadini italiani, siamo compiaciuti e al tempo stesso preoccupati di rendervi noto che la stagione del berlusconismo è giunta al tramonto. Più o meno.
Nel complesso, l’espressione “colpaccio completamente riuscito” non sarebbe inappropriata a descrivere il successo elettorale conseguito dallo schieramento di centro sinistra, più o meno passatista, più o meno radicale, nelle elezioni amministrative del maggio 2011.

Siamo compiaciuti perché la politica degli slogan e degli annunci, e soprattutto l’assenza di ogni visione organica e moderna dell’Italia, dello Stato, è stata severamente punita da voi, signori elettori. Preoccupati perché il tramonto del berlusconismo è in qualche modo figlio della crisi socioculturale apertasi a destra, in Italia, negli ultimi anni.

Ernesto Galli Della Loggia sostiene che sia più facile, in generale, parlare di Hitler che di Berlusconi: i rischi sono assai minori. Tuttavia, la consapevolezza delle difficoltà non può far rinunciare all’esigenza di equilibrio che è la sostanza del giudizio politico.

Equilibrio significa in primo luogo non nascondere i meriti di Silvio Berlusconi nell’aver riempito un enorme vuoto sistemico di rappresentanza, costituito da milioni di elettori, generato dalla crisi della cosiddetta Prima Repubblica e dell’insieme delle culture politiche che la hanno caratterizzata, dal cattolicesimo popolare al gramscian-comunismo.

Un vuoto nel quale l’Italia moderata ha premiato il messaggio politico più efficace presente al momento: l’anticomunismo antipolitico che faceva l’occhiolino all’egoismo e allo spirito animale del ceto medio, senza puntare su ciò che non c’era: il contenuto virtuoso di una cultura liberale, con le regole su un piano di superiorità rispetto alla discrezionalità dei governanti.

Berlusconi è riuscito a collocarsi oltre l’orizzonte della politicizzazione di massa, oltre la crisi delle grandi categorie di interpretazione politica che si è riflessa nella crisi e nel discredito crescente dei partiti in generale. Insieme alla politica di massa, sono venuti meno anche i blocchi di classe fissi e consolidati nel XX secolo: tutto è diventato liquido, come oggi è di moda dire, e ciascun elettore è disposto a cambiare partito o voto se questo corrisponde ai propri interessi.

Si tratta della post-modernità della politica, che il Premier in carica ha saputo vedere e interpretare meglio di ogni altro, facendo leva sul desiderio ostinato di quanti non amano essere governati dai “buoni a nulla” professionisti della politica, da chi non è fatto della loro stessa pasta. 

La questione della rivoluzione liberale annunciata ha implicato un decalage molto evidente rispetto al mito dello statalismo largamente dominante in Italia nella seconda metà del novecento. Essa si ripropone oggi in termini rinnovati dopo che la disfatta elettorale ha messo a nudo i difetti e le contraddizioni del berlusconismo.

Relativamente a Futuro e Libertà, si tratta di comprendere se questa organizzazione politica possa avere nel futuro un ruolo “egemonico” all’interno della società italiana. Ruolo egemonico significa comprendere se e in che modo Fli potrà essere interprete delle istanze di trasformazione sociale, tenendo presente che il nostro paese soffre di un deficitario sviluppo liberale.

L’obiettivo di ridurre il livello di statalismo è banale ma rivoluzionario. Ma, come la storia della caduta del berlusconismo insegna, si tratta di un’impresa non priva di insidie, in cui si rischia di incagliarsi nella più sterile autoreferenzialità, di lavorare unicamente sulla superficie e non sulla sostanza, di costruire un gioco di specchi che in fondo non riflettono altro che se stessi.
In questa trappola è caduto il Pdl, una casa del Grande Fratello della politica dove oggi nessuno vive veramente.

Fli vuole altro. Vuole occuparsi di cose molto serie, sostanziali e sostanziose; vuole andare al cuore delle questioni di alto valore simbolico, etiche e politiche; vuole smascherare la sterilità della fiction propagandistica, per uscire dal vicolo cieco che ha paralizzato il paese, impedendo la crescita economica e l’evoluzione positiva della comunità politica.