Acqua pubblica, le superstizioni di Don Ciotti _ Lettera a La Stampa

– Riceviamo e pubblichiamo una lettera indirizzata dai suoi autori al quotidiano La Stampa, non pubblicata, che risponde ad una serie di tesi e congetture pubblicate dal medesimo quotidiano a sostegno del SI al referendum abrogativo della legge Ronchi del  prossimo 12 giugno. Vista la ristrettezza degli spazi di informazione per il fronte del NO, Libertiamo.it mette a disposizione i propri al fine di contribuire alla partecipazione consapevole all’appuntamento referendario.

Gentile Direttore,

il 26 maggio scorso in un articolo a firma di Marina Cassi sui referendum si è offerto grande spazio soltanto alle voci per il SI. Viceversa, noi crediamo che la campagna referendaria sia zeppa di scarsa informazione, molta demagogia e tanti slogan fuorvianti. Non da ultimi vengono anche quelli espressi da Don Luigi Ciotti.

Innanzitutto, il bene acqua resta demaniale, così come l’accesso da parte degli utenti rimane universale. Come ha onestamente riconosciuto l’ex-sindaco di Torino Sergio Chiamparino, convinto sostenitore del NO, in palio c’è la messa a gara per l’affidamento in gestione del servizio idrico (e di tutti gli altri servizi pubblici locali!), con la possibilità che vi partecipino tanto società private quanto società pubbliche. Nulla che somigli ad una privatizzazione dell’acqua.

A differenza delle risorse idriche dei laghi e dei fiumi,  l’acqua potabile ha un suo prezzo, in quanto servizio svolto da un’impresa, pubblica o privata che sia. Nessuno mai si sognerebbe di dire che gas, riscaldamento, luce e cibo debbano essere gratuiti o sottratti alle regole della domanda e dell’offerta. Perché mai ciò dovrebbe valere per l’acqua? La scelta di procedere alla messa a gara della gestione idrica è virtuosa, perché favorisce la concorrenza e può consentire quegli investimenti per l’ammodernamento delle reti, pari a 60 miliardi nei prossimi vent’anni, che la gestione pubblica non è stata in grado, e non è in grado, di fare.

Con il secondo quesito, il referendum intende negare una remunerazione del capitale investito, un po’ per ideologia (il profitto continua a fare orrore a tutti gli statalismi), un po’ perché  prigionieri del pregiudizio che il profitto implichi un aumento delle tariffe. Ma il capitale ha un costo, come dimostra il fatto che nessuno investirebbe mai in un BOT a tasso 0%. Ebbene, se il costo degli investimenti non è coperto dalle tariffe, secondo il principio di pagare quello che si consuma, si continuerà a non sapere il costo dell’acqua che si usa e il costo di quella che si scarica nelle fogne. Ma, come è noto, nessun pasto è gratis e così oggi a pagare sono soprattutto i contribuenti con reddito da lavoro dipendente. Inoltre il finanziamento tramite le tasse non consente alle imprese – pubbliche o private che siano – di comprendere appieno il costo del servizio.

Una prevedibile conseguenza di una vittoria del SI sarà quella di ridurre gli investimenti su una rete colabrodo, che perde in media circa il 37% dell’acqua trasportata, e sulla depurazione degli scarichi di cui buona parte del territorio è tuttora sprovvisto.

Per questo invitiamo i cittadini a non farsi abbagliare dai falsi slogan dei sostenitori del SI e ad andare a votare NO per migliorare il servizio e difendere l’ambiente.

Silvio Viale– Presidente Radicali Italiani e Consigliere Comunale del PD

Giovanni Boggero – Coordinatore dell’Ora liberale di Torino, collaboratore del magazine Libertiamo e di Chicago-Blog


3 Responses to “Acqua pubblica, le superstizioni di Don Ciotti _ Lettera a La Stampa”

  1. miki91 scrive:

    ma perchè ogni realtà non può scegliere ciò che piu si confa ad essa? Perchè devono essere relegate in un oscuro meandro le società in house?

  2. ~jm scrive:

    Meglio stare a casa …

  3. romain scrive:

    stavolta approvo toto corde quello che dice il blog Libertiamo…solo che ha ragione jm: meglio stare a casa (o andare al mare)

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