– “Abbiamo sconfitto i toni duri e le menzogne con l’ironia e il sorriso, una cosa unica”
(Giuliano Pisapia, Teatro Elfo Puccini, commenta a caldo la vittoria al ballottaggio)

Prima i dati, perché è giusto che sia così. Il primo “Effetto Pisapia” è stato che al ballottaggio i milanesi non sono andati al mare. Non proprio nel senso sperato dal centrodestra (“Abbiamo capito il segnale ma ora tutti al voto per far vincere la Moratti”, era il leit motiv delle due settimane di ballottaggio).

Primo turno
Pisapia 315.999
Moratti 273.542
Palmeri 36.502
Calise 21.251
Votanti 673.525

Ballottaggio
Pisapia 365.657
Moratti 297.874
Bianche / Nulle 7.839
Votanti 671.417

Ora però vorrei raccontare una storia diversa. Vorrei che i non milanesi comprendano perché La Russa aveva ragione quando disse: “Dal mio punto di vista, come avversario voglio Boeri tutta la vita”. E tutti a ridere: ma come, Pisapia l’estremista può farti paura? Pisapia il rosso? Pisapia dei centri sociali? Pisapia delle stanze del buco? E invece.

La Russa è una vecchia volpe della politica, conosceva già il collega avvocato (e per un po’ collega deputato), la sua tempra tutta particolare che racconteremo più in là, il suo carattere forte e determinato, ma soprattutto la qualità che più d’ogni altra, sbugiardando i razionalisti che parlano in bocconiano, ha contribuito a questa vittoria, sempre meno inaspettata. L’hanno chiamata “forza gentile” e non avrebbero potuto scegliere un nome e un aggettivo migliori.

Alle primarie si batte contro un Partito democratico che crede sia la volta buona. Si batte convinto di vincere fin dal primo giorno, senza mai apparire il candidato di Vendola. Si sa che Pisapia è il candidato di Vendola, ovviamente. Ma non sembra. All’Arci Bellezza, alla festa per la vittoria alle primarie, una signora sui cinquant’anni lo ferma sulle scale, mentre chi vi scrive lo sta aspettando per intervistarlo in cortile, e intona El pueblo unido jamás será vencido. Uno pensa: al compagno Pisapia brilleranno gli occhi, ora accendo la videocamera e lo colgo in flagrante. E invece no. Guarda la signora, le sorride, ma la canzone niente, non se la fila.

Pochi giorni prima, sotto la pioggia di una piazza gremita nell’hinterland, ai funerali del tassista Luca Massari, me lo ritrovo all’improvviso che (verso la fine della cerimonia) se ne va da solo. Mi sorprendo: possibile, penso, che non gli hanno riservato un posto tra le autorità, dentro la chiesa? Gli chiedo se vuole lasciarmi una dichiarazione, e lui: “Non scriva niente, la prego, oggi non c’è niente da dire”.

Già candidato sindaco, prende a girare la città. Una volta lo seguo in una delle sei o sette enclave etniche di Milano, dove pochi giorni prima un anziano è morto, solo in casa, perché l’Aler non aveva fatto la messa a terra dell’impianto elettrico. Quando arriva nella piazza del quartiere si stacca dalla nuvola di gente (per lo più sindacalisti) che un po’ lo proteggeva e un po’ lo teneva stretto e comincia a stringere ogni mano che vede. Prende poi un megafono e si mette a dire degli ascensori rotti, degli scarafaggi nelle cantine, dell’immondizia in strada (sì, c’è anche qui), e diventa insultatissimo su Youtube per via della pochezza dei suoi ragionamenti. Gente che l’ascensore rotto, evidentemente, non ce l’ha mai.

Non è un caso isolato. L’ho visto giocare a bocce con gli anziani più borghesi in via Morgagni, quartiere di destra: Porta Venezia, Collegio 3 quando c’era il maggioritario, Zona 3 nel decentramento: dove i voti al Msi schizzavano verso la doppia cifra e quelli di An la superavano costantemente.
Ora lì sono piuttosto incazzati perché la giunta Moratti, in barba alla logica più elementare, ha deciso che il quartiere necessitava di ampi e numerosi parcheggi sotterranei (Lavater, Rio de Janeiro, Leonardo da Vinci, Ampere e sicuramente ne dimentico altri). Peccato che si tratti di una delle aree più verdi della città, con alberi che nemmeno un boscaiolo avrebbe il coraggio d’abbattere. Per difenderli si sono mossi pure da destra: Edoardo Croci e Ignazio La Russa, per esempio. Ma l’immagine è persa: la Moratti vuole abbattere gli alberi e noi non le diamo più il voto. Chi s’impunta, s’imbroda. Anche perché nello stesso tempo la giunta riqualifica le vie e questo di solito ha almeno un effetto costante: dopo la riqualificazione, meno posti auto in superficie. Giochiamo a nascondino?

Dicevo di Pisapia: arriva in via Morgagni e ci mette quasi un’ora per fare una camminata di un centinaio di metri. Un assalto. Non sono truppe cammellate, riconosco personalmente qualcuno che votava An. E poi la sincerità si vede, quando ti urlano “sindaco” e hanno ottant’anni non li ha pagati nessuno.

Di cose del genere, Pisapia ne ha fatte fino a incontrare 50mila persone prima del primo turno. Non si pensi che per Milano sono poche. Il punto però non è soltanto la quantità, ma come li incontri. Di Pisapia è stato detto tutto (beve caffè coi centri sociali) e il contrario di tutto (pranza con gli immobiliaristi e l’alta borghesia). Bene, io penso che questo sia un merito. L’uomo è un alto borghese coi fiocchi, di famiglia benestante, reddito milionario, il divorzio (per il Pci pre-’68 era “roba da borghesi”, il divorzio), l’appartamento in centro e via dicendo. Spesso le persone come lui credono di essere tremendamente antipatiche e non si sforzano molto per invertire la percezione (vera o presunta). Preferiscono parlare con chi ha le medesime sensibilità, attraverso convegni al quattro stelle, il che è logico quando ci sono idee da comunicare, meno logico se si è in campagna elettorale. Pisapia è un alto borghese, ma non sembra. Ho visto poche persone ispirare tanta fiducia a pelle come lui, in gente molto diversa da lui.

Qualche anno fa, in seguito a una delle tante disfatte elettorali lombarde, un esponente forte del centrosinistra milanese commentò che “alle riunioni non ho mai visto gente sotto i 25 anni”. Adesso, a parte Boeri, il più votato della coalizione di Pisapia in consiglio comunale è uno della classe ’80, Pier Maran, certo non un novizio (ex consigliere di zona e già consigliere comunale, appoggiato da Filippo Penati), ma non lo dà a vedere, altrimenti non avrebbe fatto comizi davanti alle scuole, alle discoteche, ai luoghi della movida.

I giovani, ecco una delle carte vincenti. Attenzione, non stiamo facendo del facile giovanilismo. Un ventenne vuole davvero crederci, nel suo futuro. E se trova un possibile sindaco entusiasmante, ci si butta a capofitto. E fa bene, dal suo punto di vista. Così, che in Duomo ci sia Vecchioni (concerto finale del primo turno), Elio e Silvestri (concerto finale del secondo turno) o semplicemente il sindaco, quel sindaco (ieri), va a riempire la piazza di arancione. Ma ogni motivo è buono: gli abbracci arancioni, la biciclettata arancione. Vari flash-mob non più di tanto organizzati.

Tutto questo non sarebbe stato possibile se il centrodestra non avesse sbagliato quasi tutto. E’ impietoso in questo momento analizzare le negatività di una campagna elettorale come non s’era mai vista. Dirò soltanto che se Matteo Salvini, a caldo, afferma che “senza attacchi alla magistratura, senza toni aggressivi sul passato, senza i furti d’auto sarebbe andata diversamente”, ed è parzialmente vero, anche la Lega i toni aggressivi non li ha disdegnati. “Zingaropoli”, paventava nei manifesti. “Campi rom abusivi in ogni quartiere”, rispondeva l’ultimo disperato cartellone del Pdl. Facevano a gara nelle assurdità da mettere in piazza per spaventare, ma anche nelle promesse dell’ultimo minuto. La Moratti: “Ecopass gratis per i residenti”. La Lega: “Due ministeri a Milano”.

Ma i milanesi non vogliono i ministeri. Siamo una global city, non una capital city, a ognuno il suo.
D’altra parte, che le cose si stessero mettendo veramente male era evidente negli ultimi giorni dall’ironia e dal sorriso (e torniamo all’inizio di questo racconto) con cui quasi tutti i milanesi reagivano alle sparate elettoralistiche. Colpa anche di un insensato messaggio di Red Ronnie, che si è arrampicato a definire un fantomatico “effetto Pisapia” per spiegare la cancellazione di LiveMi, una cancellazione normale in tempi di ballottaggio. Non è bastato chiarire l’equivoco (“Non ho mai detto che è stato Pisapia a cancellare LiveMi, ma solo l’effetto del ballottaggio”). L’effetto Pisapia era già partito sul web. Pisapia mi ha rubato l’immagine del profilo, l’assassino è il maggiordomo ma il mandante è Pisapia, e migliaia di altri, ognuno s’inventava il suo. Intanto il candidato stava zitto. Dopo i primi tre o quattro giorni dal primo turno, in cui ha provato a replicare, ha capito che i milanesi stavano replicando da soli.

Un’ultima cosa. Il miglior biglietto da visita per una qualunque gestione uscente (in azienda come in politica) è saper dimostrare che si è fatto tanto, si è lavorato bene e, con la continuità, si farà ancora di più e meglio. In mancanza di questa dimostrazione non ci si può aspettare per sempre un risultato positivo. Suona piuttosto male, ad esempio, che si chiedesse continuità su Expo. Non ho mai visto tre giunte dello stesso colore politico (regione, provincia, comune), a cui aggiungere un governo che ha parecchio nicchiato, litigare così tanto su un evento unico nel suo genere ma molto complesso da preparare. La produzione di stallo è talmente chiara che, semmai, sarebbe (sarà) utile una discontinuità. Così come su tanti altri temi. Uno per tutti, la paura urbana.
E’ possibile che dopo ventitré anni di governo locale, il persistere della paura si usi ancora come un’arma in mano al Pdl e alla Lega? Come minimo, diventa un boomerang.

Sulle responsabilità (e gli effetti) nazionali si aprirebbe un altro discorso, di sicuro interesse. Mentre scrivo le acque si smuovono (Bondi si dimette da coordinatore del Pdl), il fallimento di un certo approccio alla politica è palese. Lo tsunami morale inorgoglisce un po’ chi “l’aveva detto” (un anno fa), ma oggi ci importava essenzialmente raccontarvi il nuovo sindaco di Milano. Tutt’altro che un pericoloso sovvertitore dell’ordine, a quanto pare.