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Così parlò Gigino, nuovo re di Napoli

– De Magistris ha vinto, ha stravinto. L’ex magistrato ha strategicamente messo in atto la soluzione della “posizione eccentrica”. Si è presentato e narrato come un “non appartenente”.

Non appartenente alle consociazioni del potere, non appartenente alla genetica politica della città, non appartenente ad un incasellamento, ben definito, di tipo socio culturale. Socialmente trasversale ma lontano dal potere. Per il neo sindaco Berlusconi è “il gallo sulla mondezza che ci hanno lasciato Bassolino e Cosentino e tutti gli altri” e poi “A Napoli esiste un partito trasversale come in Campania: quello del non cambiamento, quello della conservazione dello status quo, quello dell’opposizione verso una pacifica rivoluzione etico-politica”. E visto il pozzo etico e morale nel quale il nostro paese è stato lasciato a mollo, il fare di tutta l’erba un fascio è una logica funzionale, forse irrinunciabile, e indubbiamente convincente.

De Magistris non si è comunicato come un rappresentante di un’area di valori, ma come una personalità una “singolarità” che si fa carico di valori che nell’ambito e nel territorio politico non hanno rappresentanza. Si è coniugato, quindi, nel territorio ideologico dell’antipolitica.

Nel suo sito campeggiava questa scritta “Senza auto blu, senza la retorica dell’onorevole, ho girato la città, i mercati, ho incontrato le persone”. De Magistris non si pone come un politico, pur essendolo, ma come un individuo, uno giunto d’altrove, che promuove valori popolari ma che vengono rappresentati come assenti in tutte le altre narrazioni politiche. Per accedere a questi valori non si può essere distanti dal popolo (come lo sono i politici con auto blu e con retorica), ma bisogna esser parte del popolo, pur non essendolo – diciamo così: apparire in quanto tale.

De Magistris si è narrato come il frutto di un destino comune, la sua frase
Ho voluto ammagliare le fratture dei tessuti sociali con la mia testimonianza. Ho voluto fare comunità con la mia presenza. Ho voluto ricomporre la faglia fra società e politica” nella sua dimensione retorica che possiamo definire paramessianica, è il paradigma costituto della formule dell’autoinvestimento. Un uomo che si fa ideale, tensione comune, che si personaggizza fino a diventare il vero tema della strategia di comunicazione. De Magistris filtra e “incarna” tutti i temi della sua politica, De Magistris è … il tema della sua politica. L’uomo che si fa mentore e sacerdote di un popolo.

La storia della politica, d’altronde, è ricca di esempi di questo tipo .

Il neo sindaco di Napoli si rappresenta come un eroe chiamato ad una missione, in nome della salvezza del popolo, della città.

In uno dei suoi testi d’esordio è scritto:

Chiedeva Don Milani: “Che senso ha avere le mani pulite e tenerle in tasca?”. Qualche settimana fa, ho cominciato ad interrogarmi anche io, dopo il pantano delle primarie del centrosinistra e di fronte alla pressione affettuosa rivoltami da associazioni e movimenti, semplici cittadini e semplici cittadine.
Così ho risposto nell’unico modo possibile: non serve a niente che io abbia le mani pulite se poi le nascondo nelle mie tasche. Non serve a niente che sostenga la necessità di una primavera etico-politica per il Paese se poi non mi impegno in prima persona, se non lo faccio per la città che mi ha visto crescere e che ho amato profondamente e, soprattutto, che amo ancora oggi.

De Magistris, come negli archetipi narrativi antropologici, entra in azione perchè “risponde” ad una sollecitazione, ad una volontà – non la sua, ma quella di una umanità in crisi.

Umanità, sì. Nel senso di comunità, di afflato comune. Tra le parole chiave della comunicazione di De Magistris troviamo “nostro”, “partecipazione” “rivoluzione”. Una delle parole più usate dal neosindaco è “indignazione”. Il neo sindaco usa spesso queste frasi “dovete rialzare la testa – voglio vedervi con la testa alta”. Si fa leva sulla dignità del singolo, del popolo, sulle diverse accezioni del riscatto. Un riscatto prima antropologico che politico.

In un discorso ha detto: “Come hanno fatto la rivoluzione nei paesi arabi noi la faremo a Napoli – pacifica” e in un altro “per questo lo slogan scelto per la campagna elettorale è stato “Napoli è tua”. Senza i cittadini di Napoli questa rivoluzione, di cui mi sento semplice strumento, non è possibile”. Nel suo programma alcuni punti sono firmati, con nome e cognome, da semplici cittadini, che, in fine, mediante De Magistris possono essere voci di indirizzo. “il mio programma” dice l’ex magistrato “è scritto con i cittadini”.

In termini di comunicazione ha perfettamente applicato quella che definiamo “strategia delle passioni”.

Il coinvolgimento emotivo della massa in primis. La funzione patemica coglie le viscere e le coloriture della gente di Napoli. Frasi come “la città è nostra e dobbiamo riprendercela”, “Apriamo le finestre – facciamo uscire la puzza del compromesso”, “Napoli diventerà la capitale economica del paese” non possono che far breccia nell’orgoglio di appartenenza della cittadinanza, nel suo desiderio di abbattimento e trasformazione del presente, endemico e stagnante, di una città in  putrefazione. Ma questa, però, è anche vera vis demagogica.

E quindi, con una retorica che ci sa un po’ di capo popolo, De Magistris attinge ad un neo meridionalismo non filosofico ma di superficie. Con lui, finalmente, i napoletani possono ribellarsi al Nord disgregatore; in un comizio De Magistris afferma “Il Federalismo è stato a tradimento. Il federalismo municipale è una truffa ai danni del sud, il mezzogiorno perderà 904 milioni di euro l’anno. Ogni famiglia napoletana 1200 euro l’anno”.

Per De Magistris, giustamente, “Lavoro non è dono del politico, non è un ricatto, ma è progettazione del diritto al lavoro”. E poi, in modo significativo, come primo punto del programma, come “gancio” nei confronti dell’identificazione con i bisogni quotidiani della gente, inserisce il più quotidiano dei problemi, quello che non può che coinvolgere tutti, quello che ci unisce a prescindere dai credo e dalle ideologie, il più popolare, e mette questa frase: “Buche nelle strade – con la gente che muore! Eliminazione delle buche dalle strade”.

I suoi spot televisivi sono, volutamente, poco curati nella forma, vagamente sgrammaticati, lineari, facili facili, gli intervistati sono sempre brutti,  e con musiche in stile festa rionale. La sua politica è l’anti glamour e l’anti sofisticato, ergo, ammantata di verace. Il tutto in modo un po’ dogmatico. Con un’estetica fintamente naive studiata a tavolino. Con una grande capacità di smarcarsi da certe sovrastrutture di linguaggi della politica contemporanea.

Possiamo dirlo tranquillamente, De Magistris è stato straordinariamente bravo nel captare l’anima pulsionale di Napoli, e l’ha fatto con formule, prassi e modalità per certi versi iper popolari.

Ma così funziona, e ha funzionato.

In De Magistris, quindi e però, sento un odor di populismo in salsa marechiaro.

Un populismo guascone, sbrasone e sfottitorio. L’equipollente inverso di certi leghisti di un tempo che fu.

Ma nella contingenza del ballottaggio che abbiamo appena seguito, va bene così. Io sono napoletano. Lettieri (l’uomo che non c’è) parla di “malvivenza e microcriminalità”, De Magistris (l’uomo in più) parla di “camorra”. Mi basta questo per scegliere, tra i due (obtorto collo), il capo popolo.

E poi … che Dio ce la mandi buona.


Autore: Francesco Linguiti

Si occupa di produzione culturale. È autore nella produzione audiovisiva. È docente di semiologia del testo.

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