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Berlusconi si dimetta, poi nuova alleanza di centro destra

– Paradossalmente la vittoria di Pisapia a Milano e di De Magistris a Napoli potrebbe essere allo stesso tempo una sfortuna per le rispettive città ed una fortuna per il centro-destra.
Espressione il primo della sinistra radicale, il secondo del populismo giustizialista, sia Pisapia che De Magistris sono lontani anni luce dalla cultura liberale e propongono programmi di amministrazione politicamente sbagliati ed inadeguati ai contesti che dovranno governare.

Per certi versi, tuttavia, la débacle nazionale alle amministrative potrebbe costituire lo shock di cui il centro-destra ha bisogno per avviare una riflessione autocritica sulla deriva politica da tempo intrapresa dal PDL e dalla Lega.

L’ampio successo elettorale del 2008 aveva consegnato a Berlusconi un’occasione storica – quella di normalizzare il centro-destra e l’intero sistema politico attraverso la costruzione di una moderna forza politica conservatrice, strutturata su basi di pluralità e di democrazia interna in grado di assicurare il naturale emergere di un ricambio di classe dirigente ed in definitiva la prospettiva di rappresentare nel lungo termine una delle due polarità politiche fondamentali di questo paese.
Il premier ha invece preferito fare del PDL una Forza Italia alla massima potenza, racchiudendosi in un personale fortino e portando a livelli parossistici il concetto di leadership carismatica.
Malgrado i numeri potessero conferirgli una “forza tranquilla”, ha preferito l’epica dello scontro frontale, convinto che questo fosse più semplice e fruttuoso da gestire rispetto al confronto sui contenuti.
Di fronte alle difficoltà ha rilanciato e rilanciato ancora. Ha tirato sempre un po’ più la corda fin quasi al punto della rottura. E poi ancora un po’.

E a forza di cercare lo strappo, alla fine lo strappo c’è stato.

Intendiamoci bene. Non certo uno strappo nei confronti della Costituzione o della legalità istituzionale – tante volte grottescamente evocato dalla sinistra – quanto piuttosto uno strappo del Cavaliere nei confronti del proprio stesso elettorato e delle ragioni profonde che erano state alla base della stagione del centro-destra.
E’ uno strappo che, nei fatti, si è consumato proprio su alcuni degli elementi qualificanti del messaggio berlusconiano degli anni ’90 e dei primi anni duemila.

Per un quindicennio molti italiani hanno ritenuto di difendere Berlusconi dagli attacchi giudiziari di cui era vittima, sulla base del principio sacrosanto della presunzione di innocenza – ma a mano a mano che incassava il voto degli elettori, Berlusconi ha smesso di “subire” la persecuzione giudiziaria nei suoi confronti ed ha cominciato a servirsene attivamente come elemento chiave della sua propaganda politica, in nome di una “teoria del complotto” permanente e dello spauracchio di un “golpe bianco”.

Questi ultimi tempi hanno anche evidenziato il sostanziale tradimento dello spirito garantista della maggioranza, o meglio l’affermazione di un garantismo selettivo a favore del premier e dei “suoi”, affiancato da un’efficiente “macchina del fango” nei confronti degli avversari politici e da una diminuzione delle tutele riservate ai normali cittadini (si pensi, tra le tante cose, al principio del “solve et repete”).
E’ lo stesso doppiopesismo di una linea assolutoria a oltranza nei confronti dei costumi personali del presidente del consiglio ed al tempo stesso moralista, bigotta e proibizionista quando si tratta delle preferenze private della gente comune.

Se votare Berlusconi è stato a lungo un modo di combattere una politica basata sulla demonizzazione e sulla delegittimazione a priori dell’avversario, la fase calante del berlusconismo è diventata essa stessa demonizzazione e delegittimazione della controparte.
E alla progressiva esasperazione dei toni nella retorica della maggioranza ha fatto da contrappunto lo svuotamento dei contenuti ed il prevalere di una dimensione gestionale della politica come “arte del possibile”, che si è tradotta in un sostanziale incancrenimento dei vizi del nostro sistema sociale.

Il centro-destra ha costruito, a partire dal 1994, il proprio patrimonio politico sulle parole d’ordine del mercato, della libera iniziativa, del merito, della riduzione delle tasse e del contenimento della sfera politica.
Eppure nel 2011 troviamo più Stato, più tasse, più intermediazione politica ed una spartizione del “bottino” che, se non è cresciuta, è come minimo meno dissimulata che in passato.
Dopo le regionali ed i guai interni al PDL, l’atteggiamento della maggioranza ha assunto connotati caricaturali, con un consenso parlamentare ed elettorale sempre più mantenuto attraverso una distribuzione disinvolta di favori e prebende, leggine e deroghe ad personam ed ad personas – e questa è stata anche la cifra della campagna elettorale.

In tali condizioni, ormai, da una porzione importante dell’elettorato il voto al Cavaliere non è più percepito come il sostegno ad un progetto di riforma e di modernizzazione del paese, bensì come il sostegno al potere per il potere.

Eppure il rigetto ormai evidente del berlusconismo senile non può essere letto come abbandono da parte degli italiani delle speranze e delle aspettative a cui il primo berlusconismo ha dato voce.
In questo senso, il fatto che un messaggio forte da parte dell’elettorato sia arrivato a due anni dalla fine della legislatura può essere visto come un’opportunità perché dà il tempo alle forze di centro-destra di riorganizzare una coalizione ed un progetto che possano essere presentati agli elettori in chiave positiva e costruttiva e non come mero baluardo contro il “pericolo rosso”.

Berlusconi deve lasciare
. Probabilmente doveva farlo da tempo ed avrebbe avuto molte occasioni per uscire di scena nel modo migliore, da vincitore.
A lungo, tuttavia, ha ritenuto – forse non a torto – che, malgrado scivoloni ed infortuni vari, era più produttivo per lui e per il centro-destra restare in prima persona al timone proclamandosi  “vittima di una congiura”, piuttosto che fare un passo indietro che poteva essere vissuto come un gesto di debolezza o come una resa agli avversari.
La novità è che oggi, per la prima volta, per Berlusconi il costo di non dimettersi potrebbe essere molto più alto del costo di dimettersi.
La scelta di asserragliarsi nel palazzo con un manipolo di fedelissimi condurrà verosimilmente, nel 2013, ad una disfatta elettorale ed alla presa del potere da parte di una sinistra populista e rancorosa.

E’ uno scenario che l’Italia non può permettersi e – più nel piccolo – è uno scenario che lo stesso Berlusconi non può permettersi.
Al contrario, un passo indietro adesso potrebbe aprire le condizioni per una nuova e più ampia maggioranza di centro-destra con un premier dall’immagine meno ammaccata. Sono parecchi, ad esempio, i ministri che in questo momento godono di indici di fiducia ben superiori a quelli dell’attuale presidente del consiglio.
Un governo rinnovato nell’immagine e nella composizione sarebbe fortemente competitivo in ottica 2013 e getterebbe le basi per un dopo-Berlusconi moderato e non vendicativamente antiberlusconiano.

E’ chiaro, infatti, che le vittorie elettorali del centro-destra del 2008, 2009 e 2010 sono troppo recenti per pensare che così rapidamente si sia prodotto nel paese un totale cambio di fronte ideologico. Semplicemente il nostro elettorato – e questo è di per sé un bene – sta diventando nel tempo più fluido, così da poter far vincere Alemanno a Roma dopo anni di successi bulgari di Veltroni e poi invece Pisapia nella Milano “forzista”.
L’Italia di oggi non è fondamentalmente diversa da quella che ha dato a PDL e Lega la maggioranza nel 2008.
Semplicemente, i governanti non si sono dimostrati all’altezza delle attese dei cittadini.
Per questo il successo del 2013 non solo è ancora possibile, ma è persino probabile purché si intraprenda da subito un cambiamento di rotta.

E’ evidente che per Berlusconi la tentazione dell’estrema battaglia sarà molto forte e che purtroppo sarà assecondata da buona parte del suo entourage. Ma si tratterebbe di una scelta irrazionale e destinata a lasciare dietro di sé solo macerie.
Viceversa gli effetti combinati di una nuova premiership e di un allargamento del governo basato su un rinnovato accordo politico potrebbero consentire di affrontare senza troppi patemi d’animo gli ultimi due anni di questa legislatura.

A fronte di un eventuale cambio della guardia a Palazzo Chigi, è chiaro che un partito come Futuro e Libertà non potrebbe esimersi dal rientrare a pieno titolo nella partita.
I finiani dovranno essere pronti a cogliere gli spazi di interlocuzione che si dovessero aprire, anche a costo di lasciare alle spalle i rilevanti conflitti degli ultimi due anni.
Si tratterebbe per FLI di contribuire a costruire una “nuova alleanza di centro-destra”, concetto meno retorico e più concreto rispetto a quello di “nuovo centro-destra” così caro ai “futuristi”.
Il centro-destra, infatti, va ricostruito a partire da quello che c’è, anche perché le elezioni amministrative hanno dimostrato che non vi è lo spazio politico ed elettorale per costruirne un secondo in concorrenza.

E’ utopico pensare che la “fase nuova” consista in un’immediata e totale palingenesi della politica moderata e conservatrice. E chi in Futuro e Libertà pensa che possa o debba essere così o pecca di eccessivo ottimismo o più probabilmente sta cercando “buone ragioni” per giustificare il perseguimento di un progetto altro rispetto alla collocazione nel centro-destra.

Realisticamente il semplice venir meno della premiership di Berlusconi avrebbe una valenza decisiva, anche ceteris paribus, in quanto creerebbe a destra inedite condizioni di contendibilità e a quel punto sarà quello che sarà – cioè quello che una competizione più “normale” di uomini e di idee farà scaturire.
In un simile scenario avrebbero certo diritto di cittadinanza anche identità e posizioni politiche che non lo stanno trovando nella maggioranza di oggi.

Peraltro, l’altro grande insegnamento di queste elezioni è la sostanziale impraticabilità per FLI di posizioni terziste o ancor più di dialoghi a sinistra.
Il partito del presidente della Camera ha pagato fortemente in termini di consenso il fatto di non essere più percepito dall’elettorato come interno al perimetro della coalizione di centro-destra, dentro il quale avrebbe forse rappresentato una possibile scelta “non-berlusconiana” per alcuni che hanno votato anche questa volta PDL turandosi il naso.

Il terzo polo, malgrado alcune candidature più che decorose, non ha sfondato perché gli italiani hanno votato secondo le regole implicite del bipolarismo
, che prevedono che l’alternativa alla sinistra sia la destra e che l’alterativa alla destra sia la sinistra. D’altronde un riposizionamento a sinistra, anche solo strategico, vedrebbe FLI in posizione di appendice marginale, non essendo più pensabile che il PD si sganci dalle forze politiche più radicali, che anzi vedranno accresciuto il loro ruolo nella coalizione progressista.
In definitiva per FLI l’opzione di partecipare ad una ridefinizione negoziale del centro-destra – se questa fase si aprirà – risulterebbe non solamente la più coerente con la storia delle persone che vi militano, ma anche al tempo stesso la più promettente dal punto di vista dell’agibilità politica.

Insomma FLI deve tenersi pronta, anche se oggi sta a Berlusconi  – o chissà magari a Bossi – fare la prima mossa.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

15 Responses to “Berlusconi si dimetta, poi nuova alleanza di centro destra”

  1. Andrea Benetton scrive:

    La possibilità che Berlusconi si dimetta nonostante tutte le buone ragioni che hai citato è politicamente impossibile. Non si cambia cavallo se non hai un cavallo di riserva. Il PDL e La Lega lo sostengono, e poi oggettivamente dovrebbe tirarsi indietro per che cosa ? per fare prove di dialogo con Fini che vale l’ 1% ? E’ più facile che all’interno del centrodestra così come è configurato ora e come di fatto percepito nella testa degli Italiani, ci siano novità come l’introduzione delle primarie. Peccato che ora il FLI è agganciato (ribadito da Fini su Libertiamo) al terzo polo – che è inutile fare giri di parole è nato come un tatticismo e questo la gente lo ha capito benissimo vedi esito elettorale. Se io fossi Fini mi ritirerei definitivamente nel ruolo di presidente della camera e manderei avanti qualcuno tipo Della Vedova a barattare le primarie di coalizione con il rientro nel centrodestra con libertà di valutare nel merito tutti i provvedimenti.

  2. Marco Faraci scrive:

    Andrea,
    non penso che non esistano politici in grado di assicurare a tempo zero la successione tenendo la coalizione e magari consentendone un allargamento.
    Penso che il vantaggio di un recupero di FLI e/o dell’UDC per il centro-destra andrebbe oltre il contributo percentuale (che comunque in un’ottica elettorale sarebbe tutt’altro che disprezzabile). Infatti consentirebbe di tornare ad avere una maggioranza politica anziché doversi comprare ogni volta ogni singolo voto con regali a spese dei contribuenti. Ritengo che questo infatti abbia rappresentato una delle ragioni di appannamento per l’esecutivo.

    Sulle primarie poi va da sé che sarei estremamente favorevole e se il PDL scegliesse di porsi in discussione (come leadership e come struttura) fino a quel punto, verrebbero senz’altro meno molte delle ragioni della divaricazione con FLI e FLI dovrebbe trarne le conseguenze.

  3. step scrive:

    Concordo sostanzialmente con quanto scritto da Faraci e condivido “l’integrazione” di Andrea Benetton. Più in generale voglio dire che queste elezioni (per me dall’esito negativo) possono rappresentare un forte motivo di riavvicinamento di FLI al CDX e anche del PDL verso FLI e UDC. Il cosiddetto Polo della Nazione ha fallito, ha praticamente preso quello che prende l’UDC da sola, non ha minimamente intercettato i voti che sono fuoriusciti dal PDL e dalla Lega.

    Peraltro il PD ora sarà costretto a guardare alla propria sinistra, potrà fare a meno cioè del terzo polo. In questa situazione, volenti o nolenti, FLI e UDC devono riavvicinarsi al PDL. Il Berlusca non è eterno… Alle volte basta pazientare, senza allontanarsi dall’elettorato moderato, come invece è stato fatto da FLI ultimamente.

  4. > Berlusconi si dimetta, poi nuova alleanza di centro destra…

    …e poi vittoria del centro-sinistra alle successive elezioni.

    Dimettersi significherebbe dire “cari elettori il 13 e 14 aprile del 2008 vi siete sbagliati a scegliermi”. Gli elettori vedrebbero una conferma di ciò nel fatto che Berlusconi asseconderebbe le richieste di PD e alleati. A quel punto avrebbe assolutamente senso votare per loro alle successive elezioni.

    Ed è la ragione per la quale la Lega non ripeterà l’errore del 1994-95.

    Caro Faraci, il logoramento effettuato da Follini nel periodo 2001-2006 non le ha insegnato niente? La crisi di governo col successivo governo fotocopia e il conseguente danno d’immagine che ebbe il centro-destra non le ha insegnato niente?

    Se Fini è fuori dal PDL oggi, la causa di ciò è che il logoramento che attuava stava facendo perdere consensi (nei sondaggi) al PDL.

    Per il resto ha ben detto Andrea Benetton:

    1. Non solo “non si cambia cavallo se non hai un cavallo di riserva”, ma occorre che detto cavallo non sia peggiore del primo. Non esiste.

    2. Dialogare con Fini oggi non ha senso: lo avrebbe avuto semmai se FLI avesse avuto un successo elettorale, ma i numeri mostrano che FLI è uscito ancora più sconfitto del PDL da queste elezioni.

    PS: Le eventuali primarie nel PDL le vincerebbe Berlusconi a valanga. Che senso avrebbe farle?

  5. Andrea Benetton scrive:

    Ha senso farle per la scelta dei parlamentari innanzitutto.
    E per la premiership dipende chi si candida. Silvio dubito che torni alla carica. Si rende conto anche lui benissimo che vincerebbe le primarie ma lo scopo è vincere le elezioni e non le primarie.
    Tremonti -che per inciso non gode della mia stima- probabilmente sarebbemolto più utile allo scopo finale.

  6. Pur essendo vero che avvicinare gli eletti alla gente è una cosa buona, e quindi teoricamente anche le primarie lo sono, ci sono delle buone ragioni per non farlo:

    1. le primarie scelgono le persone, mentre il sistema politico italiano è basato sulla scelta dei partiti. Inoltre in Italia abbiamo un sistema multipartitico, mentre le primarie hanno senso se vi sono due partiti. Possiamo ipotizzare che tutti i partiti italiani facciano le elezioni primarie? Non avrebbe senso. Ergo: fintanto che non cambia il sistema politico, le primarie hanno poco senso.

    2. affinché si possano tenere le primarie occorre che la data delle elezioni sia certa. In Italia, da quando abbiamo il maggioritario, due legislature su quattro si sono concluse prima del termine naturale, e quella attuale potrebbe essere la terza.

    3. le primarie, se eleggono il capo del partito, deresponsabilizzano i partiti. Il che potrebbe anche essere una buona cosa, ma allora militarvi serve a poco, dato che il leader non risponde più ai militanti ma al popolo delle primarie. la conseguenza la vediamo nel PD: un partito che non fa più politica.

    4. le primarie hanno senso se la persona scelta sarà poi: a) eletta direttamente (collegio uninominale) e b) avrà un mandato di durata certa (ovvero se il parlamento non può essere sciolto anticipatamente)

    In definitiva per avere le primarie occorre un sistema politico come c’è negli USA: ovvero senza partiti, ma dove ognuno è il partito di se stesso, dove i partiti sono solo dei comitati elettorali, e dove ogni carica è eletta direttamente, non mediata dai partiti, ed ha la data dell’elezione e la durata certa.

  7. miciomicio scrive:

    Una delle poche cose positive che la sceneggiata di Fini ha portato è un centro destra senza Fini, Granata e Bocchino. Personaggi come questi mi sembra si trovino completamente a loro agio a sinistra.
    Pensare di riaggregare l’1% del Fli è un’operazione grottesca e ridicola.
    Personalmente mi verrebbe da vomitare al pensiero di votare per un centrodestra con dentro il trio Bocchino, Fini, Granata.
    Assolutamente no, rimangano pure a fare gli utili idioti a sinistra.
    Meglio perdere piuttosto che avere ancora attorno certa gente.
    Riaggregare fli non ha senso politico, non ha senso nei numeri e provocherebbe diversi maldipancia agli elettori stessi.
    Inoltre non darei troppa importanza a delle amministrative. Le politiche spesso sono un altro discorso per i connessi temi del fisco.
    Il centro destra deve prendere stimolo dalla batosta per far meglio e di più senza alzare le tasse. E magari tagliare la spesa pubblica.
    Ma giammai riaggregare la banda di Bocchino. Assolutamente no.

  8. mick scrive:

    Il discorso, mi spiace, ma non sta in piedi. E per lo stesso motivo per cui è ridicolo chiedere le primarie nel PDL! Se il berlusca si dimette davvero non esiste più il PDL!
    E’ un problema congenito a questa presunta destra italiana (loro si auto definiscono destra ma più che altro sono ex socialisti ex DC ed ex PCI il che…)

    P.S. Mazza che botta!

  9. Marco Faraci scrive:

    @Philip Michael Santore
    Consentimi di cominciare con una battuta. Poco fa è stato annunciato che Berlusoni si sta per dimettere da consigliere comunale a Milano… allora questo vuol dire “cari elettori, vi siete sbagliati a scegliermi?”
    In realtà bisogna uscire dall’autoimpasse psicologica secondo cui fare un passo indietro vuol dire darla vinta agli avversari. Tanti grandi statisti ad un certo punto scelgono di farsi da parte prima di perdere le elezioni. Sia perché è più eleganti uscire di scena quando si è ancora in sella piuttosto che finire per chiudere la carriera con una sconfitta. Sia perché in certi momenti percepiscono che la “staffetta” possa essere la cosa più produttiva per la propria parte politica. In ogni caso raramente sfidano ancora la sorte dopo un paio di volte che è andata bene.
    Riguardo all’assenza di “cavalli di riserva”… ma non forse è proprio questo il punto?
    La gestione autocratica del centro-destra da parte di Berlusconi ha impedito la crescita ed il consolidamento di nuova classe dirigente. Se fossero stati a sinistra governatori di successo come Formigoni o Galan, sindaci come Albertini, ministri come Brunetta o Tremonti, commissari europei come Frattini sarebbero stati valorizzati culturalmente e mediaticamente dalla propria parte politica al punto da conferire loro la statura di naturali candidati premier.
    Nei fatti una leadership così totalizzante come quella di Silvio ha inibito ed inibirà in eterno sane dinamiche di ricambio generazionale – e questo rende più e non meno urgente un cambio della guardia alla guida del governo e del PDL.

    Penso che una riapertura a FLI sia una buona idea, anche al di là del suo pacchetto di voti.
    Da un lato perché un accordo politico con tra PDL-Lega e FLI restituirebbe all’esecutivo una maggioranza solida, anziché una raccoglitissima che espone continuamente il governo ai costosi ricatti di questo o quel peone.
    In secondo luogo quello che immagino non è un “governo fotocopia” come nel 2005, ma piuttosto un’anticipazione de facto del governo della prossima legislatura, con un premier nuovo ed una squadra di governo nuova in grado di assicurare la guida del paese per i prossimi sette anni.

    Riguardo alle primarie. Non ritengo che abbiano senso solo se le fanno tutti. Hanno senso anche se gli altri non le fanno perché sono un elemento di vantaggio competitivo per chi le fa.
    Il fatto che sia complicato farle in tutti i casi non significa che allora sia meglio non farle mai, anche perché è molto dubbio che i partiti di oggi siano in grado di mettere in atto strumenti alternativi di democrazia interna. Quindi nei fatti la scelta rischia di essere tra primarie o niente.

  10. Carmelo Palma scrive:

    Penso che tra le tante ragioni che Marco espone con chiarezza e buon senso, la più preziosa e la meno tifosa sia quella di guardare in modo storicamente realistico all’esperienza berlusconiana. Il Cav. non ha perso perchè era meno trendy di Pisapia, ma perchè il berlusconismo non è più avvertito dall’elettorato che “conta” (quello che se ti vota o non ti vota cambia l’esito delle elezioni) come un fattore di cambiamento. Ma il centro-destra “oltre-berlusconiano” deve appunto guardare al cambiamento con gli occhi di quegli elettori delusi, non con quello dei fan di quel galantuomo di Pisapia o dell’assai meno rassicurante De Magistris.

  11. “In realtà bisogna uscire dall’autoimpasse psicologica secondo cui fare un passo indietro vuol dire darla vinta agli avversari.”

    In un paese dove ci sia un minimo di fair play nella lotta politica, forse. In Italia, certamente no.

    “La gestione autocratica del centro-destra da parte di Berlusconi ha impedito la crescita ed il consolidamento di nuova classe dirigente.”

    “Nei fatti una leadership così totalizzante come quella di Silvio ha inibito ed inibirà in eterno sane dinamiche di ricambio generazionale”

    Io non milito né frequento il PDL e né conosco persone che lo fanno. Ma suppongo che, se lo volessi, potrei iscrivermi e candidarmi a divenirne il leader. E lo diverrei, se la maggioranza dei suoi militanti mi eleggesse. Come in un qualsiasi partito.

    Se invece i militanti del PDL eleggono Berlusconi, voi, che forse conoscete il PDL meglio di me, potreste spiegarmi perché allora la sua gestione diviene “autocratica” e la sua leadership “totalizzante”?

    Se il 93% dei militanti (o i loro delegati) dà ragione a Berlusconi e solo il 6% a Fini, come avvenne ad Aprile 2010, oppure se l’organo dirigente del PDL fa capire a Fini che, dopo anni in cui ha usato la maggiore visibilità che deriva dall’essere presidente della Camera per fare regolarmente opposizione, è tempo di trarne le conseguenze, perché evocare le epurazioni staliniane? Rutelli ha lasciato il PD (e la carica) senza inscenare lo psicodramma al quale abbiamo assistito…

  12. Andre scrive:

    Le dimissioni dovrebbero arrivare per manifesta incapacità di governare. Tuttavia gli scenari che si aprirebbero sono molti e sdrucciolevoli. Cambio di premier all’interno della maggioranza? Elezioni anticipate? E con quali schieramenti? Penso che tutto sommato la scelta più logica, per chi non è iscritto a partiti e/o simili, sia pazientare ancora due anni. Dopotutto Zapatero ha perso più o meno come Berlusconi eppure terminerà il mandato, pagherà il conto alla fine. Mi auguro accada la stessa cosa anche da noi.

  13. Luigi Di Liberto scrive:

    Lasciatelo governare fino alla fine in modo che si scavi la fossa il più profonda possibile.

    FLI rientrare al governo per poi magari riaccogliere il peggio di AN da cui siete riusciti a liberarvi? Lasciate La Russa, Gasparri e Allemanno insieme alla Santanché nel PdL e se potete liberatevi anche di Ronchi.

  14. inutile scrive:

    Qui siamo matti un partito che manco esiste, un partito che di centro destra non è, va a dire al primo partito d’Italia, al partito Leader del centro destra di dimettersi?
    Ma siamo realisti e non prendiamoci in giro.
    IL FLI è stato solo utile per far scomparire certe persone dalla politica!

  15. ivan scrive:

    mai piu con il pdl. meglio aspettare che si sciolga e il terzo polo prenda il posto dell attuale cdx

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