– Paradossalmente la vittoria di Pisapia a Milano e di De Magistris a Napoli potrebbe essere allo stesso tempo una sfortuna per le rispettive città ed una fortuna per il centro-destra.
Espressione il primo della sinistra radicale, il secondo del populismo giustizialista, sia Pisapia che De Magistris sono lontani anni luce dalla cultura liberale e propongono programmi di amministrazione politicamente sbagliati ed inadeguati ai contesti che dovranno governare.

Per certi versi, tuttavia, la débacle nazionale alle amministrative potrebbe costituire lo shock di cui il centro-destra ha bisogno per avviare una riflessione autocritica sulla deriva politica da tempo intrapresa dal PDL e dalla Lega.

L’ampio successo elettorale del 2008 aveva consegnato a Berlusconi un’occasione storica – quella di normalizzare il centro-destra e l’intero sistema politico attraverso la costruzione di una moderna forza politica conservatrice, strutturata su basi di pluralità e di democrazia interna in grado di assicurare il naturale emergere di un ricambio di classe dirigente ed in definitiva la prospettiva di rappresentare nel lungo termine una delle due polarità politiche fondamentali di questo paese.
Il premier ha invece preferito fare del PDL una Forza Italia alla massima potenza, racchiudendosi in un personale fortino e portando a livelli parossistici il concetto di leadership carismatica.
Malgrado i numeri potessero conferirgli una “forza tranquilla”, ha preferito l’epica dello scontro frontale, convinto che questo fosse più semplice e fruttuoso da gestire rispetto al confronto sui contenuti.
Di fronte alle difficoltà ha rilanciato e rilanciato ancora. Ha tirato sempre un po’ più la corda fin quasi al punto della rottura. E poi ancora un po’.

E a forza di cercare lo strappo, alla fine lo strappo c’è stato.

Intendiamoci bene. Non certo uno strappo nei confronti della Costituzione o della legalità istituzionale – tante volte grottescamente evocato dalla sinistra – quanto piuttosto uno strappo del Cavaliere nei confronti del proprio stesso elettorato e delle ragioni profonde che erano state alla base della stagione del centro-destra.
E’ uno strappo che, nei fatti, si è consumato proprio su alcuni degli elementi qualificanti del messaggio berlusconiano degli anni ’90 e dei primi anni duemila.

Per un quindicennio molti italiani hanno ritenuto di difendere Berlusconi dagli attacchi giudiziari di cui era vittima, sulla base del principio sacrosanto della presunzione di innocenza – ma a mano a mano che incassava il voto degli elettori, Berlusconi ha smesso di “subire” la persecuzione giudiziaria nei suoi confronti ed ha cominciato a servirsene attivamente come elemento chiave della sua propaganda politica, in nome di una “teoria del complotto” permanente e dello spauracchio di un “golpe bianco”.

Questi ultimi tempi hanno anche evidenziato il sostanziale tradimento dello spirito garantista della maggioranza, o meglio l’affermazione di un garantismo selettivo a favore del premier e dei “suoi”, affiancato da un’efficiente “macchina del fango” nei confronti degli avversari politici e da una diminuzione delle tutele riservate ai normali cittadini (si pensi, tra le tante cose, al principio del “solve et repete”).
E’ lo stesso doppiopesismo di una linea assolutoria a oltranza nei confronti dei costumi personali del presidente del consiglio ed al tempo stesso moralista, bigotta e proibizionista quando si tratta delle preferenze private della gente comune.

Se votare Berlusconi è stato a lungo un modo di combattere una politica basata sulla demonizzazione e sulla delegittimazione a priori dell’avversario, la fase calante del berlusconismo è diventata essa stessa demonizzazione e delegittimazione della controparte.
E alla progressiva esasperazione dei toni nella retorica della maggioranza ha fatto da contrappunto lo svuotamento dei contenuti ed il prevalere di una dimensione gestionale della politica come “arte del possibile”, che si è tradotta in un sostanziale incancrenimento dei vizi del nostro sistema sociale.

Il centro-destra ha costruito, a partire dal 1994, il proprio patrimonio politico sulle parole d’ordine del mercato, della libera iniziativa, del merito, della riduzione delle tasse e del contenimento della sfera politica.
Eppure nel 2011 troviamo più Stato, più tasse, più intermediazione politica ed una spartizione del “bottino” che, se non è cresciuta, è come minimo meno dissimulata che in passato.
Dopo le regionali ed i guai interni al PDL, l’atteggiamento della maggioranza ha assunto connotati caricaturali, con un consenso parlamentare ed elettorale sempre più mantenuto attraverso una distribuzione disinvolta di favori e prebende, leggine e deroghe ad personam ed ad personas – e questa è stata anche la cifra della campagna elettorale.

In tali condizioni, ormai, da una porzione importante dell’elettorato il voto al Cavaliere non è più percepito come il sostegno ad un progetto di riforma e di modernizzazione del paese, bensì come il sostegno al potere per il potere.

Eppure il rigetto ormai evidente del berlusconismo senile non può essere letto come abbandono da parte degli italiani delle speranze e delle aspettative a cui il primo berlusconismo ha dato voce.
In questo senso, il fatto che un messaggio forte da parte dell’elettorato sia arrivato a due anni dalla fine della legislatura può essere visto come un’opportunità perché dà il tempo alle forze di centro-destra di riorganizzare una coalizione ed un progetto che possano essere presentati agli elettori in chiave positiva e costruttiva e non come mero baluardo contro il “pericolo rosso”.

Berlusconi deve lasciare
. Probabilmente doveva farlo da tempo ed avrebbe avuto molte occasioni per uscire di scena nel modo migliore, da vincitore.
A lungo, tuttavia, ha ritenuto – forse non a torto – che, malgrado scivoloni ed infortuni vari, era più produttivo per lui e per il centro-destra restare in prima persona al timone proclamandosi  “vittima di una congiura”, piuttosto che fare un passo indietro che poteva essere vissuto come un gesto di debolezza o come una resa agli avversari.
La novità è che oggi, per la prima volta, per Berlusconi il costo di non dimettersi potrebbe essere molto più alto del costo di dimettersi.
La scelta di asserragliarsi nel palazzo con un manipolo di fedelissimi condurrà verosimilmente, nel 2013, ad una disfatta elettorale ed alla presa del potere da parte di una sinistra populista e rancorosa.

E’ uno scenario che l’Italia non può permettersi e – più nel piccolo – è uno scenario che lo stesso Berlusconi non può permettersi.
Al contrario, un passo indietro adesso potrebbe aprire le condizioni per una nuova e più ampia maggioranza di centro-destra con un premier dall’immagine meno ammaccata. Sono parecchi, ad esempio, i ministri che in questo momento godono di indici di fiducia ben superiori a quelli dell’attuale presidente del consiglio.
Un governo rinnovato nell’immagine e nella composizione sarebbe fortemente competitivo in ottica 2013 e getterebbe le basi per un dopo-Berlusconi moderato e non vendicativamente antiberlusconiano.

E’ chiaro, infatti, che le vittorie elettorali del centro-destra del 2008, 2009 e 2010 sono troppo recenti per pensare che così rapidamente si sia prodotto nel paese un totale cambio di fronte ideologico. Semplicemente il nostro elettorato – e questo è di per sé un bene – sta diventando nel tempo più fluido, così da poter far vincere Alemanno a Roma dopo anni di successi bulgari di Veltroni e poi invece Pisapia nella Milano “forzista”.
L’Italia di oggi non è fondamentalmente diversa da quella che ha dato a PDL e Lega la maggioranza nel 2008.
Semplicemente, i governanti non si sono dimostrati all’altezza delle attese dei cittadini.
Per questo il successo del 2013 non solo è ancora possibile, ma è persino probabile purché si intraprenda da subito un cambiamento di rotta.

E’ evidente che per Berlusconi la tentazione dell’estrema battaglia sarà molto forte e che purtroppo sarà assecondata da buona parte del suo entourage. Ma si tratterebbe di una scelta irrazionale e destinata a lasciare dietro di sé solo macerie.
Viceversa gli effetti combinati di una nuova premiership e di un allargamento del governo basato su un rinnovato accordo politico potrebbero consentire di affrontare senza troppi patemi d’animo gli ultimi due anni di questa legislatura.

A fronte di un eventuale cambio della guardia a Palazzo Chigi, è chiaro che un partito come Futuro e Libertà non potrebbe esimersi dal rientrare a pieno titolo nella partita.
I finiani dovranno essere pronti a cogliere gli spazi di interlocuzione che si dovessero aprire, anche a costo di lasciare alle spalle i rilevanti conflitti degli ultimi due anni.
Si tratterebbe per FLI di contribuire a costruire una “nuova alleanza di centro-destra”, concetto meno retorico e più concreto rispetto a quello di “nuovo centro-destra” così caro ai “futuristi”.
Il centro-destra, infatti, va ricostruito a partire da quello che c’è, anche perché le elezioni amministrative hanno dimostrato che non vi è lo spazio politico ed elettorale per costruirne un secondo in concorrenza.

E’ utopico pensare che la “fase nuova” consista in un’immediata e totale palingenesi della politica moderata e conservatrice. E chi in Futuro e Libertà pensa che possa o debba essere così o pecca di eccessivo ottimismo o più probabilmente sta cercando “buone ragioni” per giustificare il perseguimento di un progetto altro rispetto alla collocazione nel centro-destra.

Realisticamente il semplice venir meno della premiership di Berlusconi avrebbe una valenza decisiva, anche ceteris paribus, in quanto creerebbe a destra inedite condizioni di contendibilità e a quel punto sarà quello che sarà – cioè quello che una competizione più “normale” di uomini e di idee farà scaturire.
In un simile scenario avrebbero certo diritto di cittadinanza anche identità e posizioni politiche che non lo stanno trovando nella maggioranza di oggi.

Peraltro, l’altro grande insegnamento di queste elezioni è la sostanziale impraticabilità per FLI di posizioni terziste o ancor più di dialoghi a sinistra.
Il partito del presidente della Camera ha pagato fortemente in termini di consenso il fatto di non essere più percepito dall’elettorato come interno al perimetro della coalizione di centro-destra, dentro il quale avrebbe forse rappresentato una possibile scelta “non-berlusconiana” per alcuni che hanno votato anche questa volta PDL turandosi il naso.

Il terzo polo, malgrado alcune candidature più che decorose, non ha sfondato perché gli italiani hanno votato secondo le regole implicite del bipolarismo
, che prevedono che l’alternativa alla sinistra sia la destra e che l’alterativa alla destra sia la sinistra. D’altronde un riposizionamento a sinistra, anche solo strategico, vedrebbe FLI in posizione di appendice marginale, non essendo più pensabile che il PD si sganci dalle forze politiche più radicali, che anzi vedranno accresciuto il loro ruolo nella coalizione progressista.
In definitiva per FLI l’opzione di partecipare ad una ridefinizione negoziale del centro-destra – se questa fase si aprirà – risulterebbe non solamente la più coerente con la storia delle persone che vi militano, ma anche al tempo stesso la più promettente dal punto di vista dell’agibilità politica.

Insomma FLI deve tenersi pronta, anche se oggi sta a Berlusconi  – o chissà magari a Bossi – fare la prima mossa.