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Over the rainbow, per un nuovo liberalismo

– “E’ difficile resistere al Mercato, amore mio
Di conseguenza andiamo in cerca
di rivoluzioni e vena artistica
Per questo le avanguardie erano ok,
almeno fino al ’66.”
Baustelle, Il liberismo ha i giorni contati

E’ proprio con la canzone “Il Liberismo ha i giorni contati” del gruppo musicale indie-rock Baustelle che si apriva la sessione “Contro la Cultura Conformista” de I Seminari di Libertiamo (Pescara 20-22 maggio 2010), a cui è seguito un proficuo e interessante dibattito sul conformismo e sul liberalismo in Italia (e più in generale nella politica contemporanea). Vorrei concentrarmi su un elemento in particolare, che è stato sì sfiorato e citato, ma – a mio parere – non sviscerato nella sua completezza e che costituisce il punto centrale per una riflessione sul liberalismo e sulla “comunicabilità” del suo brand nel panorama italiano.
La domanda/e che dobbiamo porci è la seguente: perché il liberalismo non scalda i cuori dei più? Perché non ha attecchito nella società italiana? Perché non “affascina” quanto altre ideologie politiche? Perché – insomma – il liberalismo è sempre stato sentito come “distante” e affare dei “pochi”?

E pensare che le premesse ci sarebbero tutte; il liberalismo è un pensiero politico-culturale ancora attualissimo, che pone al centro della sua riflessione l’individuo, esaltandone la libertà in ogni sua sfaccettatura e proponendo un’etica della responsabilità. Possiede un’incredibile capacità di autocritica, miglioramento ed evoluzione; è un sistema aperto (e che incita) alla confutazione interna e alla discussione serrata, senza blocchi mentali di alcun genere. In definitiva, il liberalismo ha innalzato l’individuo e la sua libertà morale, economica, politica, rifiutando diktat autoreferenziali e votandosi alla ricerca di (nuove) soluzioni a (nuovi) problemi tramite l’ausilio del dubbio e della ragione umana, rifiutando assolutismi e preconcetti. A presentarlo così ci si aspetta che il liberalismo abbia riscosso un successo senza precedenti, nella società.

Ma così non è; in Italia, il pensiero liberale (che nella sua accezione più ampia varia da Hayek a Carlo Rosselli) ha attraversato in modo trasversale numerosissime formazioni politiche (a sinistra e a destra), senza però mai risultare determinante o realmente conosciuto; lo dimostra la politica economica statalista “tutta italiana” o il regresso cultural-sociale che si registra quando si parla di temi etici o di diritti civili. Per rilanciare l’Italia serve un’entità per davvero liberale; lo s-fascismo berlusconiano apre uno spazio che è naturalmente proprio dei liberali, il che rende ancora più urgente la realizzazione di questo (ambizioso e atteso) progetto.

Oggi i liberali sono emarginati perché – in fondo – così hanno voluto. E alcuni così (inconsapevolmente) vogliono. Certo: esiste un grandissimo e fortissimo problema di ricezione del messaggio. Problemi dovuti a resistenze culturali, anacronismi, un rifiuto generale della responsabilità, un’idea (fasulla) del mercato padrone inneggiante al “cane-mangia-cane”. Sono cose da contrastare e da combattere (culturalmente, indeed), che – specie nell’ipocrita italietta – hanno fatto rifiutare un’idea tutta improntata alla responsabilità.

Ma la questione vera (e interna, azzarderei) consiste nella sintesi: per avere una sintesi e un nuovo “patto liberale” è necessario superare l’ideologismo fine a se stesso. Mi riferisco qui a quei liberali “duri e puri” che spesso e volentieri prendono a modello a certi Sacri Testi di certi Sacri Autori per trovare fondamenti al loro atteggiamento; peccato che creare simil-Bibbie a cui obbedire pedissequamente secondo la logica dell’ipse dixit costituisca un atteggiamento che è anti-liberale per definizione, e che snatura il pensiero di quei, pur grandi, autori.

Un atteggiamento liberale dovrebbe – al contrario – votarsi al dubbio, ricercando soluzioni “relativistiche” e sempre adatte allo “spirito” dei tempi. Bisogna prendere atto che la libertà nasce da presupposti relativistici, che ogni tempo conosce le sue soluzioni e che l’unica bussola in nostro possesso è data dall’esercizio costante del dubbio, dalla fallibile ragione umana che sempre si interroga, dal rifiuto delle certezze granitiche e delle verità assolute.

Bisogna aprire una discussione; un nuovo campo filosofico-politico che contribuisca alla creazione di un’entità politica che non sia mera “sommatoria” delle tante piccole “visioni liberali”, ma vera e propria sintesi culturale, tesa al realismo e al pragmatismo (senza estremismi di sorta). Il paragone con l’operazione svolta da David Cameron all’interno del Partito Conservatore è quanto di più calzante possa esistere.

E’ necessario rifondare un liberalismo “nuovo”; un liberalismo che vada oltre le dottrine e gli autori del XX secolo e che (senza rinnegare le precedenti) formuli nuove soluzioni per problemi nuovi, senza rifarsi a schemi passati. Le idee liberali devono essere (come dice benissimo Andrea De Liberato in questo suo articolo) liberiste (qualcuno ha detto “Cut-Cut-Cut” e “Liberalizziamo!” ?), laiche (con buona pace del Vaticano e degli Atei Devoti) e liberalsocialiste (do you remember welfare-to-work?) allo stesso tempo.

In Olanda, Regno Unito e Germania i liberali hanno saputo unirsi, abbandonando i (sicuramente comodi) orticelli ideologici. Così facendo hanno potuto costruire un’alterità politico-culturale di grande forza e novità, contrastante l’espansione di un certo pensiero statalista (che in Italia la fa da padrone). In Italia ci rinchiudiamo (e mi metto in mezzo anche io) in sempre più piccoli sinodi, atteggiandoci a novelli intellettuali e proponendo soluzioni che – invece di prendere atto di come è la realtà – pretendono di adattare il Reale ai propri schemi, spesso vecchi di mezzo secolo (o più).

Questo atteggiamento non è più tollerabile; l’Italia la si libera con lo sguardo in avanti e tutti insieme, non disuniti e proni sui propri orticelli.


Autore: Michele Dubini

Nato a Mariano Comense (CO) nel 1990, ha conseguito la maturità classica e studia Giurisprudenza presso l'Università di Milano - Bicocca, privilegiando particolarmente le materie penalistiche. Ha scritto per Fareitalia Mag e The Front Page.

3 Responses to “Over the rainbow, per un nuovo liberalismo”

  1. Fabio Tartarini scrive:

    Molto, molto bene !

  2. Massimo74 scrive:

    Liberalsocialismo per quanto mi riguarda è un ossimoro.Il socialismo è un ideologia collettivista basata sul diritto positivo,che nulla ha in comune con i principi liberali,i quali pongono precisi limiti all’ingerenza dello stato nella vita dei cittadini al fine di salvaguardarne i diritti negativi come la libertà individuale e il diritto alla proprietà privata.

  3. MauroLIB scrive:

    Caro Dubini,

    il bravo Monsurrò in altro post osserva su Berlusconi “entrando in perfetta omeostasi con le strutture partitocratiche e clientelari che caratterizzano la vita sociale italiana, ha enormemente danneggiato la credibilità di queste istanze (liberali)”.

    Non avrei saputo dire meglio. Questo però mi conforta nella mia convinzione che i pochi e malseguiti liberali, quelli veri intendo, tutto devono fare tranne che annacquarsi in una qualsiasi delle formazioni politiche oggi in campo.

    Per quanto mi riguarda io non tornerò a votare finchè non ci sarà un soggetto politico che ‘me la canta e me la suona come piace a me’. Non sono più disposto a votare turandomi il naso solo perchè nel PdL o in FLI c’è qualche liberale che tenta di condizionarne la natura intrinsecamente statalista delle elite che comandano in quei partiti. Tempo perso.

    Con percentuali elettorali risibili Marco Pannella è entrato nella Storia di questa sgangherata nazione. Perchè non impariamo la sua lezione? Ci manca la sua cultura? Il suo amore per la libertà? Il suo culto per il dialogo non violento? Non credo proprio! Abbiamo tutto quello che ha lui (che amo considerare uno di noi) e in più, forse, ne sappiamo un po’ di più in economia (grazie ad Hayek, Von Mises e Menger).

    Lei è giovane in mezzo ai giovani di Libertiamo. Datevi da fare. Metteteci la faccia. Fatemi tornare alle urne.

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