Divorzio alla maltese

di LUCIO SCUDIERO – Da ieri l’Europa è più unita. Nel divorzio. Con un referendum approvato dal 54 per cento dei votanti, anche Malta, ultimo bastione del matrimonio indissolubile nell’Europa a 27, ha detto sì all’introduzione di una legge sul divorzio, di cui il Parlamento dell’Isola dovrà farsi carico nei mesi a venire, come annunciato, ahilui!, dal primo ministro Lawrence Gonzi, che aveva capeggiato lo schieramento del “No” raccoltosi intorno alla Curia Romana.

Malta, paese cattolico, cattolicissimo invero – il 98 per cento della popolazione è tale – fa uno “sgarbo” grosso al Vaticano, e uno un po’ meno grosso al partito di governo, quel partito nazionalista di cui Lawrence Gonzi è espressione. Ma non padrone, se è vero, come è vero, che il referendum consultivo di sabato si è imposto nell’agenda politica del paese a seguito di una proposta di legge per il divorzio presentata e sostenuta da un deputato dello stesso partito nazionalista, Jeffrey Pullicino Orlando.

Quella del divorzio in salsa maltese è, come sempre accade, la storia di un’ “eresia” che si fa innovazione sociale. La proposta di Pullicino, che dallo scorso luglio cingeva d’assedio l’ortodossia civile maltese, prevedeva in modo molto conservativo che i coniugi fossero autorizzati al divorzio solo dopo quattro anni di separazione legale. La spaccatura prodotta nell’opinione pubblica locale aveva indotto il premier a chiedere il referendum, che a Malta ha valora consultivo e non vincolante. Da quel momento era partita una escalation del fronte contro il divorzio, con la Chiesa cattolica in prima linea. Non si contano, negli ultimi mesi, le omelie di ammonizione a preservare l’integrità dell’istituto matrimoniale, con alcuni prelati arrivati a minacciare lo sciopero dell’eucaristia per i pro divorzisti, e alcuni passati dalle minacce ai fatti, in una sequela di fughe in avanti e rettifiche curiali che ha dato il senso del disorientamento della Chiesa cattolica su una questione che pure avrebbe dovuto aver metabolizzato, dacchè anche il Cile, nel 2004, aveva optato per il divorzio, lasciando la sola Malta, insieme a Filippine e Città del Vaticano, a difendere il perimetro sacro del coniugio.

Ma non chiamatelo laicismo. Nè secolarizzazione. Solo buon senso. Con il referendum di sabato i maltesi hanno ricondotto ad unità un ordinamento giuridico che già prevedeva la possibilità per le coppie di separarsi, ottenere l’annullamento rotale, oppure il divorzio all’estero, poi convalidato in patria. Con l’unica differenza che nel primo caso, quello della separazione, alle parti non era consentito risposarsi, diversamente da quanto previsto, invece, in caso di annullamento canonico e convalida di divorzio ottenuto in un paese partner della UE, causa di frequenti pellegrinaggi degli isolani sul Vecchio Continente. La conseguenza del referendum di Malta sarà una sola: la possibilità di risposarsi anche a seguito di separazione.

Crolla un feticcio, dunque, ma nessuno scandalo alle porte dell’Occidente “cristiano”. Per i mutamenti sociali – ed è questa, forse, la principale lezione maltese – il riconoscimento istituzionale è più che altro un test della credibilità e serietà dei politici chiamati a darvi corso. Più è veloce e conforme, migliore è il sistema politico di riferimento. E’ la via del conservatorismo, che mira a preservare la società dalle intromissioni della politica, non viceversa.

Se Malta arriva al divorzio, l’Italia invece attende la sua versione “breve”, quella che cioè consenta di superare l’anacronismo dei tre anni di separazione giudiziale obbligatoria prima del divorzio, che obbliga i coniugi a sottoporsi a due giudizi: il primo, per la convalida della separazione; il secondo, appunto, per il divorzio. Per l’uno e l’altro procedimento, esclusi dunque i tre anni di seperazione previsti per legge, si impiegano in media tra i 256 e i 1602 giorni, a seconda della litigiosità delle parti.

Ma c’è una seconda riflessione, indotta dal caso maltese, ed investe la natura e l’utilità dell’istituto referendario in un sistema politico, che si conferma un efficace grimaldello democratico per le riforme sociali e istituzionali, configurdandosi invece come il terreno di semina della “superstizione”, quando la chiama alle urne avviene nel merito di policy connotate in senso economico.

Infine, è facile osservare come anche a Malta la corsa alla frontiera dell’innovazione sociale si sia aperta a destra. E senza traumi. Jeffrey Pullicino ha voluto giocare la propria partita politica all’interno del partito il cui principale esponente, il premier, sosteneva una posizione avversa e, fino a sabato, presunta maggioritaria. E ha scelto, Pullicino, di giocarla proprio su un tema di diritto civile, vincendola.

Ricorda qualcuno o qualcosa? Chissà se divorzierà, ora che può, dal proprio partito.


Autore: Lucio Scudiero

Classe 1986, è laureato in Giurisprudenza presso l’Università Federico II di Napoli. Quando non scrive nè edita bozze altrui studia a un master di diritto europeo, in attesa di potersi dedicare alla storia moderna, alla musica e ai classici della letteratura. E' incidentalmente caporedattore di Libertiamo.it.

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