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Finanziamento pubblico dei partiti, una proposta per ‘valorizzare’ l’astensione

– Le urne sono ancora aperte, pertanto approfitto di questa mattinata di attesa per fare alcune considerazioni non tanto sui possibili risultati dei ballottaggi delle elezioni amministrative (per quello ci sarà tempo domani), quanto su un risultato che è già stato determinato a prescindere: anche questa volta i partiti, tutti i partiti, potranno dividersi un discreto bottino.

Il meccanismo dei rimborsi elettorali, attraverso il quale i partiti si finanziano a partire dal 1993 (anno in cui la precedente legge sul finanziamento pubblico dei partiti fu abolita attraverso un referendum molto popolare), contiene al suo interno alcune trappole che la rendono particolarmente affascinante. La più remunerativa è senz’altro quella che sgancia il rimborso dalle spese effettivamente sostenute: la legge attribuisce un valore economico ad ogni voto e ripaga i partiti moltiplicando questo valore per il numero dei voti ottenuti alle elezioni. Guardando questa tabella pubblicata a febbraio dello scorso anno da Massimo Bordignon e Sandro Brusco su lavoce.info  sulla base di dati forniti dalla Corte dei Conti si capisce chiaramente l’enorme differenza tra spese sostenute e rimborso percepito.


Di più, se la legislatura finisce prima del tempo (cosa piuttosto frequente) i partiti continuano comunque a ricevere le rate del rimborso, sommandole a quelle della legislatura successiva. Facendo due conti della serva con Giancarlo Pagliarini emerge che

solo nell’anno 2008 i partiti politici hanno avuto diritto ad incassare: 1) 99,9 milioni di euro per la terza rata del contributo pubblico per le elezioni politiche del 2006, 2) 100,6 milioni per la prima rata del contributo per le elezioni politiche del 2008, 3) 41,6 milioni per la quarta rata del contributo per le elezioni regionali del 2005, e 4) 49,4 milioni per la quinta rata del contributo per le elezioni europee del 2004. In totale 291,5 milioni di euro nel solo anno 2008.

Si potrebbe dire che fondare un partito in grado di raggiungere l’1 percento alle elezioni (è questa la soglia al di sotto della quale il rimborso non viene erogato, nonostante lo sbarramento al 4%: non è necessario eleggere qualcuno per essere adeguatamente rimborsati) sia la forma di investimento più remunerativa in assoluto: sempre Giancarlo Pagliarini su noiseFromAmerika:

Dal 2008 il partito Rifondazione Comunista non è presente in Parlamento ma continua a incassare (fino al 2010) la sua quota del “rimborso” delle elezioni del 9 e 10 Aprile 2006, quando aveva battuto tutti i record: le spese complessivamente accertate dalla Corte dei Conti erano state di un milione e 636 mila euro e i voti ottenuti gli avevano dato il diritto di ricevere dalla pubblica amministrazione 6 milioni e 987 mila euro all’anno per cinque anni. In totale 34 milioni 932 mila euro (fonte: Corte dei Conti, relazione sulle elezioni politiche del 9 e 10 Aprile 2006, pagina 269) . Pensate che 100 euro investiti da Rifondazione Comunista nella campagna elettorale del 2006 sono diventati 2.135 euro. Un “ritorno dell’investimento” straordinario. Una performance del genere non se la sogna nemmeno Bill Gates.

Prima ho detto che il valore economico attribuito dalla legge ad ogni voto viene moltiplicato per i voti ottenuti. Non è esattamente così: infatti il rimborso viene calcolato sulla percentuale dei consensi che ogni partito ottiene, ma questa percentuale viene automaticamente proiettata sul numero degli elettori, e non su quello, reale, dei votanti effettivi. In questo modo i partiti riescono a riscuotere il rimborso anche per dei voti che non hanno ottenuto: per le schede bianche, per quelle nulle e addirittura per coloro che a votare non ci sono andati per niente (e questi ultimi, a guardare i dati delle elezioni degli ultimi anni, comprese le amministrative in corso, cominciano ad essere parecchi). Sempre lo stesso montepremi da spartire, insomma, a prescindere dal numero di cartelle della tombola vendute.

Se quest’ultimo aspetto del sistema di calcolo del rimborso venisse abolito il risultato non sarebbe solo quello di evitare una palese truffa ai danni dei cittadini: qualora un’elevata percentuale di astenuti facesse calare significativamente il montepremi da dividere, i partiti potrebbero essere incentivati ad avanzare un’offerta politica più convincente al giro successivo. Si tratterebbe di instaurare un meccanismo competitivo nel quale anche l’astensione potrebbe giocare un ruolo positivo: se chi non vota non “conta”, potrebbe almeno “costare”. Alle amministrative dello scorso anno sarebbe “costato” il 35,8% del cash.

Comprendo che non è facile riformare una legge del genere: chi ha il potere di farlo ha tutto l’interesse a non farlo, soprattutto oggi che invece si discute una norma che prevede nientemeno che il raddoppio della somma a disposizione dei partiti. Ma forse un referendum… Chissà, pensiamoci.


Autore: Giordano Masini

Agricoltore, papà e blogger, è titolare di una azienda agrituristica nell'Alto Viterbese e si interessa prevalentemente di mercato, agricoltura, scienze e sviluppo curando il blog lavalledelsiele.com. Prima di tutto ciò è nato a Roma nel 1971, ha studiato storia moderna e ha provato a fare politica qua e là, sempre con scarsa soddisfazione.

4 Responses to “Finanziamento pubblico dei partiti, una proposta per ‘valorizzare’ l’astensione”

  1. Luca Di Risio scrive:

    D’accordissimo. Ci si può senz’altro provare.

  2. dario scrive:

    ho riprodotto l’articolo sul sito http://www.astensione.net, citando naturalmente la fonte ed il vs sito, guardatelo e rimaniamo in contatto
    dario

    inviatemi una ns mail

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