– Un movimento politico è composto di un programma, un’organizzazione e una strategia. Perché è tanto difficile farne uno liberale, tant’è che in Italia non ve n’è uno, salvo i radicali, e anche all’estero sono una rarità? La mancanza del liberalismo in questo Paese può essere dovuta a fattori culturali, ma i fallimenti dei liberali anche in altri Paesi sono troppo evidenti per pensare semplicemente a delle tare culturali specificamente italiane.

Il problema è che la politica consiste in massima parte in un gioco a somma negativa dove i gruppi organizzati utilizzano la macchina statale per ottenere privilegi a danno degli altri gruppi sociali. Il motivo è che l’azione politica consente facilmente di chiedere privilegi concentrati ed imporre dei costi che al contrario sono diffusi.

Un’azienda manifatturiera può chiedere una protezione, e i suoi azionisti e i suoi lavoratori guadagneranno perlomeno decine di migliaia di euro a testa da questa protezione. Questa però, come noto, danneggerà i consumatori, e milioni di consumatori perderanno centinaia di euro per via della ridotta concorrenza. Complessivamente le perdite superano i guadagni: il Paese è più povero perché il protezionismo è inefficiente, ma i pochi che ci guadagnano hanno fortissimi incentivi a lottare per ottenere il privilegio, mentre i molti che ci perdono hanno scarsi incentivi per difendersi.

Il risultato è la democrazia corporativa, che è la struttura politica che caratterizza tutti i Paesi contemporanei: attraverso la politica, le “lobbies” sono in grado di ottenere diritti a flussi di reddito generati con mezzi fiscali oppure a privilegi legali creati dalla legislazione. In altri termini, la politica consiste nel vendere privilegi economici e regolativi al migliore offerente: gran parte della spesa pubblica e della legislazione non ha altra origine che la ricerca di rendite politiche a danno di terzi.

Per questo motivo, i gruppi organizzati non sono di norma liberali perché vivono di privilegi, mentre dei gruppi politicamente disorganizzati, che avrebbero da guadagnare dal liberalismo, vale ciò che disse Tucidide dei milesi massacrati dagli ateniesi: “i deboli soffrono ciò che devono”. La politica non è in grado spesso di garantire l’interesse collettivo (ad esempio lo Stato Italiano non è all’altezza di amministrare la giustizia civile), ma è purtroppo in grado di portare avanti l’interesse individuale di alcuni con mezzi collettivi. È fin troppo facile organizzarsi per il proprio interesse, ma organizzarsi per l’interesse comune presenta problemi di “azione collettiva”: il liberalismo è un bene pubblico, e dunque viene prodotto in quantità insufficienti dalla politica, che infatti spinge sempre per l’estensione dell’ambito del politico, e per la conseguente restrizione dell’ambito della società

Che fare? Le forze che la politica scatena contro la libertà sono molto forti, e i risultati sono evidenti: praticamente è impossibile rimuovere privilegi, ridurre il debito, tagliare le spese, liberalizzare i mercati, perché tutti sono impegnati a difendere i propri interessi e a giustificarli ideologicamente per fingere di poterli nobilitare.

Eppure ci sono i perdenti, e sono la maggioranza (perché la politica è spessissimo un gioco a somma negativa). Ci sono i consumatori che subiscono le restrizioni alla concorrenza, ci sono le lobby deboli che devono subire i privilegi delle lobby più grandi, ci sono i giovani a cui viene imposto di pagare i contributi previdenziali in cambio di briciole, ci sono i disoccupati che vengono tenuti lontano dal mercato del lavoro per garantire i privilegi dei lavoratori sindacalizzati, ci sono i contribuenti presenti che sono quotidianamente munti dalle tasse, e quelli futuri che verranno schiacciati dal debito, ci sono i risparmiatori che si beccano tassi di interesse reali negativi, e gli imprenditori che subiscono le angherie della burocrazia.

Alcuni di questi movimenti sono già organizzati: gli operatori stragiudiziali che saranno spazzati via dalla riforma forense sono un esempio. Altri forse sono organizzabili: alcuni movimenti come i Tea Party o Confcontribuenti stanno cercando di formare la “coscienza di classe” dei contribuenti. Altri probabilmente non sono organizzabili, ma magari sono informabili: è possibile forse spiegare che il protezionismo danneggia i consumatori, ad esempio.

Bisogna andare in giro a raccattare gli sconfitti della politica, per convincerli che il liberalismo è nel loro interesse, per organizzarli in modo da dare forza alle proprie proposte, per diffondere diffidenza verso la rappresentanza politica, per spingerli a chiedere più controlli e limitazioni all’azione dei politici e delle lobby. Ciò è improbabile: chi può organizzarsi ha più facilità a farlo per ottenere privilegi per sé che per lottare per interessi diffusi che di norma infatti rimangono privi di difensori. Ma vale la pena provarci.

Che fare, dunque? Cerchiamo le vittime organizzate, aiutiamole a organizzarsi meglio, andiamo a parlare ai loro convegni, invitiamole ai nostri convegni, scambiamoci i biglietti da visita, scambiamoci le opinioni. Formiamo una massa critica liberale non partendo dall’alto, dove si concentrano i vincenti della politica, ma dal basso, dove si concentrano invece i perdenti. Il liberalismo non ha bisogno di più partecipazione, ma di meno politica, non di uno Stato migliore, ma di uno Stato meno invadente.