Costringersi a sognare è meglio che indignarsi

– Rivolgendosi ieri ai giovani delle Acli, in occasione di una tradizionale iniziativa annuale del movimento in corso a Caltanissetta, Gianfranco Fini ha rappresentato con efficacia alcune delle principali ragioni della “frattura generazionale” che attraversa l’Italia. L’Italia non è un Paese che consente alle nuove generazioni di decidere”, ha scritto il presidente della Camera. Non poteva forse trovare sintesi migliore.

Una società ancora molto ricca, con famiglie altamente patrimonializzate, consente ancora ai giovani italiani di reggersi sulle spalle dei propri genitori, nonostante la difficoltà con cui riescono a produrre da sé reddito. Così facendo, però, la società “brucia” patrimonio e valore, lascia deperire il capitale umano e resta indietro nella sfida globale all’innovazione. Soprattutto, ruba ai giovani la “decisione”, la libertà di scelta, il diritto all’autodeterminazione.

Quei 2,2 milioni di giovani che non studiano, non lavorano e non cercano occupazione – di cui Fini ha parlato anche ai seminari di Libertiamo – rappresentano la più cruda fotografia di un Paese in declino, assuefatto da ciò che ha, incapace di sognare un futuro migliore del presente: all’età in cui il fisico è più vigoroso e l’intelletto più creativo, noi teniamo i coetanei di Zuckerberg seduti in panchina. “Aveva poco più di venti anni quando ideò il social network”, ricorda Fini nel messaggio; rifiutò un miliardo di dollari a 22 anni, aggiungiamo noi, scommettendo che il suo progetto potesse valere molto di più. Solo a quell’età si è talmente spacconi da pensare di cambiare il mondo. E qualcuno ci riesce davvero a stravolgere la tabula mundi.

Decenni di chiacchiere senza riforme, o di riforme monche, ci consegnano un welfare state sbilanciato, che non investe nella formazione professionale, che non sostiene le giovani famiglie, che spende troppo e male in previdenza (le pensioni minime condannano chi le percepisce alla povertà, ma negli anni si è concesso a molti di lasciare il lavoro troppo presto, lasciando che la spesa totale esplodesse). Il mercato del lavoro è letteralmente spaccato in due, con i più giovani spesso intrappolati nel regime di apartheid dei contratti atipici e precari, gli “altri” beneficiari di un diritto del lavoro anacronistico e iper-protettivo. Per le professioni libere, per dirne un’altra, l’accesso è reso difficile da ostacoli corporativi posti dagli Ordini: “libere” molte professioni non lo sono più, prive come sono dello stimolo concorrenziale che spesso solo i newcomers sanno imprimere.

Indignarsi serve a poco, è una rinuncia distruttiva e iconoclasta. Bisogna costringersi a sognare.

Serve anzitutto una presa di coscienza individuale che solo chi sa essere imprenditore di se stesso – qualsiasi lavoro voglia fare, autonomo o dipendente – ha una chance di realizzazione professionale. Nelle scuole e nelle università va raccontato quanto è “erotica” la prospettiva di fare impresa, di lavorare per sé, di sviluppare un’idea. E va diffusa fiducia nella formazione: si diceva ai tempi dei nostri nonni – l’abbiamo forse dimenticato – che chi ha un “mestiere” non muore di fame. La priorità è investire sulla creatività e sulla professionalità.

Chiediamoci dunque cosa possiamo fare per noi stessi, prima di chiedere alla politica che faccia la sua parte. Che pure è determinante: l’Italia risalirà la china solo se una classe politica autenticamente riformatrice e visionaria saprà sanare la frattura del mercato del lavoro autonomo e dipendente, se questa lavorerà per rendere più coraggioso il sistema del credito italiano, superando quel modello bancocentrico che presta soldi alle imprese già solide, ma non scommette sulle nuove. C’è una “quadra” possibile tra esigenze di riduzione della spesa pubblica (imprescindibile, anche per superare l’asfissia fiscale) e quegli investimenti pubblici nella ricerca, nella qualificazione professionale e nell’innovazione. E c’è uno scambio generazionale possibile, tra garanzie eccessive e libertà negate.

Chiamateci sognatori, insomma, ma noi continuiamo a credere in una possibile rivoluzione copernicana del merito, della libertà individuale e della responsabilità. Rinunciare all’idea che un Rinascimento sia possibile appare ai nostri occhi un tradimento delle nostre idee, prima che del Paese di cui il destino ci ha fatto cittadini.


Autore: Piercamillo Falasca

Vicepresidente di Libertiamo. Nato a Sarno nel 1980, si è laureato in Economia alla Bocconi e ha frequentato il Master in Parlamento e Politiche Pubbliche della Luiss. E' fellow dell’Istituto Bruno Leoni. Ha scritto, con Carlo Lottieri, "Come il federalismo può salvare il Mezzogiorno" (2008, Rubbettino) ed ha curato "Dopo! - Ricette per il dopo crisi" (2009, IBL Libri). Ha scritto anche, nel 2011, "Terroni 2.0", edito sempre da Rubbettino.

2 Responses to “Costringersi a sognare è meglio che indignarsi”

  1. elisa scrive:

    Ben detto Piercamillo! condivido, ottimo articolo

  2. nostradamus scrive:

    Difficile far sognare i giovani quando il retroterra culturale è quello dell’arrivismo avido e taccagno dei Tulliani e dell’ipocrisia farsesca di Bocchino. Per poter far sognare bisogna almeno sforzarsi di presentare delle faccie pulite e possibilmente nuove. Come Renzi magari. Non certo le faccie contorte e sfigurate di Bocchino e Fini.

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