Safehouse, i leaks del Wall Street Journal. Senza anonimato

– In principio fu WikiLeaks. Poi, WikiLeaks ha iniziato a servirsi dei media partner. Prima tre, poi cinque, poi decine. In seguito sono arrivati i cloni, per così dire, fatti in casa. Ora è la volta dei pesi massimi: i media tradizionali. A gennaio è stato il turno di Al Jazeera, che ha inaugurato la sua «Transparency Unit» pubblicando i Palestine Papers: circa 1700 documenti confidenziali che hanno svelato dettagli inediti sul conflitto israelo-palestinese. Al Guardian stanno lavorando a qualcosa di simile. Presto potrebbe toccare anche al New York Times e al Washington Post.

Ma a far discutere è Safehouse, il servizio di leaking «sicuro» del Wall Street Journal. La sua apertura ha colto piuttosto di sorpresa gli operatori del settore. Il quotidiano del magnate australiano Rupert Murdoch, infatti, si è distinto durante i mesi dello scoppio del ciclone WikiLeaks per posizioni particolarmente filogovernative. E per ripetuti attacchi a Julian Assange. Qualche esempio? Il 6 dicembre 2010, all’alba del Cablegate, un editoriale paragonava il fondatore di WikiLeaks a Ted Kaczynski, «un altro anarchico ossessionato dalla matematica» che per vent’anni ha avuto il vizio di mandare bombe per posta. Un gioco costato la vita a tre persone. Certo, precisava il giornale, Assange non spedisce bombe, «ma le sue azioni hanno conseguenze che mettono a repentaglio vite umane». Peccato che non esista, a oggi, un caso documentato che verifichi questa affermazione. Poco male per il Wsj: soltanto cinque giorni prima aveva definito Assange «un nemico degli Stati Uniti». E che fare dei leaker che gli hanno fornito il materiale? Si dovrebbe considerare «l’opzione della pena di morte», chiudeva, caustico, il quotidiano.

Comprensibile dunque lo stupore nel vedere fioccare titoli che parlano della «WikiLeaks del Wsj». In realtà, la lettura delle condizioni di utilizzo rimette le cose al loro posto. Così che, con le parole affilate di Gawker, «la vera somiglianza» tra i due siti diventa che entrambi vedono al vertice «australiani megalomani». Eppure la forma è simile: c’è un sistema di invio dei documenti; chi li riceve li vaglia con attenzione e professionalità (anzi, chi meglio di un team di giornalisti professionisti di una prestigiosa testata tradizionale?); se ritenuti meritevoli, li pubblica. È la sostanza, a cambiare. E in un sito di leaking digitale, la sostanza è la protezione dell’anonimato delle proprie fonti. Su questo mentre WikiLeaks ha, nei suoi circa quattro anni di attività, operato in modo pressoché perfetto, diversi esperti hanno avanzato dubbi su un analogo successo da parte di Safehouse.

Ammesso che interessi. Le condizioni di utilizzo sembrano smentirlo: anche per chi avesse scelto l’anonimato «ci riserviamo il diritto di divulgare qualunque informazione sul tuo riguardo alle autorità […] senza preavviso», scrive il sito, nel rispetto delle richieste delle autorità e della legge. E, soprattutto, ogni volta ciò serva a tutelare «gli interessi degli altri». Si sommi a questo il fatto che Safehouse richiede espressamente che chi trafuga i documenti abbia «tutti i necessari diritti legali» per farlo e non utilizzi il servizio per «scopi illegali», e si comprende come l’obiettivo sbandierato di incoraggiare la scoperta di «frodi, abusi e malefatte» diventi un misto di utopia e incoscienza.

Di chi vi si affida, naturalmente. In rete hanno fatto il giro del globo le dure critiche di Jacob Applebaum, ex collaboratore di WikiLeaks e, soprattutto, sviluppatore del progetto Tor. «Se stai per creare un sito per il leaking di documenti», ha scritto su Twitter, «devi saperlo fare». Al Guardian ha poi rincarato, il 6 maggio: «questo è il progetto sbagliato per farne il beta-testing in rete».

Oltre alle questioni concettuali, ci sarebbero poi svariati problemi tecnici: difficoltà proprio nell’utilizzo del sistema di comunicazione anonima Tor, reindirizzamenti non sicuri alla versione non crittata del sito e mancato utilizzo di protocolli SSL per l’integrità del trasporto dei dati.

Safehouse ha cercato di metterci una pezza, con un comunicato in cui ha promesso, oltre alla risoluzione di alcune questioni tecniche, un rinnovato impegno per la protezione delle fonti: del resto, «non c’è niente di più sacro». E siamo pronti a proteggerle, prosegue la nota, finché la legge ce lo consente. Eppure il punto sta proprio qui: se WikiLeaks ha potuto nascere e conoscere il successo di cui siamo stati testimoni è anche perché, forse, quelle fonti non hanno ritenuto credibili, o abbastanza credibili, le testate tradizionali e le loro promesse. Quanto alla legalità dell’atto di passare documenti coperti da segreto, chi li riceve dovrebbe mettere in chiaro che il diritto di sapere e l’interesse pubblico vengono prima, se si tratta di materiale degno di pubblicazione. Tirandosi fuori da questa complicata partita, e lasciando il leaker solo con la sua responsabilità, Safehouse non rende servizio al motivo stesso per cui è nato un sito come WikiLeaks: aprire un canale anonimo e sicuro tra il segreto e la trasparenza. Anche a costo di muoversi ai confini della legge.

In altre parole, perché dare un documento al Wall Street Journal, se poi potrebbe non avere le competenze tecniche né il coraggio indispensabili a pubblicarlo e proteggere la fonte in qualunque circostanza, anche sotto le pressioni del governo degli Stati Uniti? Assange ha certo molti difetti, e i media mainstream non mancano mai di sottolinearli. Ma forse sarebbe il caso che, prima di scimmiottarne i passi, si chiedessero su che musica sta danzando. Solo allora, solo una volta capite le regole del gioco, potrebbero muoversi a ritmo con il tanto detestato australiano. No, non Murdoch: l’altro.


Autore: Fabio Chiusi

MSC alla London School of Economics in Storia e Filosofia della Scienza, è un giornalista e blogger. È redattore per Lettera43.it e scrive di politica, social networking e critica della disinformazione sul blog ilNichilista. Collabora con l'Espresso, Farefuturo webmagazine, Agoravox Italia e il Termometro Politico. Per Mimesis ha pubblicato Ti odio su Facebook. Come sconfiggere il mito dei brigatisti da social network prima che imbavagli la rete (luglio 2010).

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