– La sanità ci costa un botto. Eppure troppo poco di quel troppo viene investito in prevenzione. Prevenzione che, poi, è la via maestra al risparmio. In una Bozza realizzata da Libertiamo un annetto fa, Silvio Boccalatte osservava  “come la vaccinazione sia uno dei pochi interventi di sanità pubblica in grado di determinare un diretto risparmio di denaro“.
Si pensi all’influenza. Ogni anno milioni di lavoratori perdono milioni di giornate di attività, per un costo complessivo di miliardi di Euro, i due terzi dei quali a carico delle aziende, ed il resto ripartito tra Servizio Sanitario nazionale e Inps. Cioé tra tutti noi.

Ci costa una fortuna, quell’accidenti di evitabilissima patologia, tenuto conto poi che, ai costi per le cure, al mancato guadagno per le aziende, all’aggravio per il sistema previdenziale, va aggiunto pure l’impatto sulla produttività. Cioé sul Pil. Per carità, ammalarsi è legittimo. Come è legittimo non evitarlo pur sapendo di poterlo fare; come è legittimo schiantarsi contro un albero guidando di notte a 200 all’ora su una super-strada buia, o fumare, o abusare di super-alcolici. Come invece non è affatto legittimo pretendere che le implicazioni sanitarie di queste liberamente autonome scelte comportamentali vengano – per default –  ritenute gravabili sulla fiscalità collettiva.

Il cittadino-contribuente che compie quel gesto responsabilmente consapevole di vaccinarsi, chessò, dal papilloma virus, o dall’influenza, o da qualunque altra patologia per curare la quale a pagare siamo tutti noi, ebbene quel cittadino non ha forse il sacrosanto diritto di rivendicare un trattamento fiscale che, meno ottusamente vessatorio dell’attuale, riconosca un valore al di lui comportamento socialmente sì parsimonioso?

Da qui l’idea: perché non scontare al contribuente i personali comportamenti sanitariamente virtuosi? Un non fumatore, un vaccinato, dovrebbero avere facoltà di pretendere uno sconto sulle tasse dovute: basterebbe auto-certificare lo status di non fumatore (scientificamente verificabile, ovvio), quello di vaccinato (non dovrebbe essere difficile provarlo neanche qui).

Basterebbe che le agenzie fiscali, invece di accanirsi in quelle fastidiosamente coatte azioni di repressione tributaria, si preoccupassero di rendere ‘intelligenti’ i meccanismi fiscali in una logica win-win: premiare chi si impegna a produrre meno spesa pubblica. Ci guadaganerebbe la ‘collettività – grazie al risparmio che le amministrazioni pubbliche contabilizzerebbero in virtù delle buone pratiche preventive; ci guadagnerebbe il contribuente che, assumendo un ruolo finalmente pro-attivo nella determinazione del proprio contributo fiscale, sarebbe libero (nel senso di non legalmente vincolato) di fumare e non vaccinarsi, ma assumendosene l’onere.
È la logica che lo impone, mica l’ortodossia teapartista.

Alla spesa pubblica ed alla conseguente tassazione si può dare un senso e pure una virtuosa razionalità. Pro-attivare meccanismi che puntino a ridurne le ricadute viziose agendo a livello dei singoli porterebbe oggettivamente il sistema – e le sue soggettive componenti – a beneficiarne. Certo, servirebbe anche che lo Stato la smettesse di farsi ipocrita monopolista della droga tabagista ‘legale’…