Buone notizie dal G8 di Internet voluto da Sarkozy: non si è deciso nulla

di PIERCAMILLO FALASCA – Buone notizie dall’eG8 di Parigi: nessun accordo è stato raggiunto. Ed è fortunatamente caduto nel vuoto l’auspicio del padrone di casa – Nicolas Sarkozy – che l’incontro tra governi e protagonisti della Rete potesse aprire le porte ad una maggiore regolazione di Internet.

Noi dobbiamo ascoltare le vostre aspirazioni, i vostri bisogni”, ha detto il presidente francese a centinaia di dirigenti d’azienda, menti creative e giornalisti del settore media presenti a Parigi. “Voi dovete ascoltare i nostri confini”. Esponenti politici come Sarkozy hanno una naturale diffidenza, quasi un fastidio, per la velocità con quale i cambiamenti tecnologici, i servizi e le idee che costantemente nascono, crescono e muoiono in Rete, rendono obsoleta e inadeguata la regolazione pubblica. L’idea stessa di un vertice internazionale “modello G8” è frutto della volontà di “inquadrare” l’ambiente magmatico di Internet negli schemi classici dell’ancien regime.

La sintesi migliore della posizione deagli operatori – presenti Marc Zuckerberg di Facebook, Eric Schimdt di Google e Rupert Murdoch di News Corp. – è del Wall Street Journal di mercoledì: “The Internet could be regulated, but not too much, not too soon and preferably not by a government” (ndt: Internet può essere regolato, ma non troppo, non troppo presto e preferibilmente non da un governo). Se regole ci devono essere, queste devono essere discrete e poco invasive, fissate da organismi internazionali e non da governi nazionali. Soprattutto, è bene che le regole siano stabili nel tempo e che i decisori pubblici non s’illudano di poter inseguire con leggi e leggine gli strappi e le innovazioni della Rete.

I cambiamenti tecnologici hanno portato ad uno spostamento dell’asse del potere verso gli individui – ha dichiarato Schmidt in uno dei tanti incontri collaterali del summit – sia per diffondere illegalmente documenti segreti, che per trasferire materiale coperto dal diritto d’autore, che per opporsi a regimi repressivi. La mia opinione personale è che la gran parte dei governi viva con difficoltà questo spostamento del potere”. Come a dire: provate a contrastare questa tendenza per un’ancestrale ritrosia del potere ad autolimitarsi, giustificate magari il vostro intervento con la necessità di tutelare la proprietà intellettuale; così facendo eviterete forse nuovi casi Wikileaks, ma rischierete di rendere più difficili nuove primavere arabe.

Quella di Schmidt è una forzatura voluta, ma è servita a porre l’accento sulla sfida che Google ed altri hanno rivolto ai governo: anziché contrastare l’erosione del potere centrale da parte del web, perché non provare a sfruttarla per la diffusione delle idee, della conoscenza, del benessere e della libertà? Nessuno dei grandi operatori della Rete nega la necessità di una collaborazione fattiva con i governi e le autorità di polizia per il contrasto dei reati informatici – “the evil stuff”, dice Schmidt – o per la tutela della privacy degli utenti. Ma nessuno, a partire dagli utenti stessi, avrebbe alcun vantaggio da una sovraregolazione del web: più si frena l’innovazione, più si premia lo status quo. Paradossalmente, meno regole ci sono, più si rende instabile e contendibile la leadership di Facebook o di Google.

Più che le regole, infatti, è spesso la schumpeteriana “distruzione creatrice” della Rete l’antidoto migliore ai disequilibri momentanei. Con i siti “peer-to-peer”, in molti paventavano la fine del diritto d’autore, e quindi un freno all’industria musicale stessa. In realtà, dopo poco si è compreso che la qualità dei brani, il catalogo a disposizione o la fruibilità off-line sono un valore per i quali gli utenti sono disposti a pagare. E’ stata questa la fortuna di iTunes e la “salvezza” degli artisti (la la storia non finisce con il servizio della Apple, ovviamente: si veda quello che riporta oggi Il Foglio a proposito della “nuova vita” di Sean Parker, il fondatore della compianta Napster).

Sullo sfondo del vertice, ma neanche troppo, la convinzione diffusa che solo una Rete libera e poco regolata possa fare da motore per la crescita economica delle società più mature. Lo sanno tutti, a partire da Sarkozy. Forse per questo, almeno per ora, i governi occidentali abbaiano, ma non mordono. Almeno per ora. Ripeto: almeno per ora.

Per una sintesi “gustosa” delle posizioni espresse durante l’eG8, si legga qui.


Autore: Piercamillo Falasca

Vicepresidente di Libertiamo. Nato a Sarno nel 1980, si è laureato in Economia alla Bocconi e ha frequentato il Master in Parlamento e Politiche Pubbliche della Luiss. E' fellow dell’Istituto Bruno Leoni. Ha scritto, con Carlo Lottieri, "Come il federalismo può salvare il Mezzogiorno" (2008, Rubbettino) ed ha curato "Dopo! - Ricette per il dopo crisi" (2009, IBL Libri). Ha scritto anche, nel 2011, "Terroni 2.0", edito sempre da Rubbettino.

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