di CARMELO PALMA – Il Gup del Tribunale dell’Aquila, Giuseppe Romano Garganella, ha rinviato a giudizio con l’accusa di omicidio colposo plurimo e lesioni i sette componenti della Commissione Grandi Rischi della Protezione Civile che nel corso della riunione tenutasi a l’Aquila il 31 marzo 2009 (qui il verbale) diedero

“una valutazione del rischio sismico approssimativa, generica e inefficace in relazione all’attività della commissione e ai doveri di prevenzione e previsione del rischio sismico”.

Nella sostanza gli esperti sono accusati di aver “cagionato per colpa” la morte di quanti, malgrado gli eventi sismici proseguissero, con più o meno grande intensità, dal dicembre 2008, non cercarono altrimenti riparo e perirono dopo l’evento maggiore del 6 aprile 2009. E lo fecero – sembra dire il Gup – anche perché le parole degli esperti suonarono alle loro orecchie confortanti e, per la stessa ragione, le istituzioni pubbliche non provvidero all’evacuazione dei residenti.

Nella medicina, l’esigenza di autotutela imposta da ragioni medico-legali sopravanza ormai la prudenza suggerita da una razionalità più propriamente clinica. Oggi, dopo questo rinvio a giudizio, c’è da attendersi che anche gli esperti di catastrofi naturali si pronuncino badando scrupolosamente all’esigenza di “parare” le conseguenze delle proprie parole, piuttosto che di osservare, anche nella comunicazione pubblica, le regole imposte dal rigore scientifico.

Per chi legga il verbale della Commissione (al netto delle polemiche su quando fu redatto e su come ne vennero comunicati pubblicamente i contenuti) appare abbastanza evidente che gli esperti rifiutarono di trarre conclusioni certe da una situazione per definizione incerta, e si guardarono bene dal prevedere o dall’escludere evoluzioni catastrofiche dello sciame sismico che da tre mesi mesi preoccupava gli aquilani.

Si potrebbe sostenere che essi cagionarono per colpa la morte di quanti perirono sotto le macerie solo ove si sostenga che il carattere “generico”, “approssimativo” e “inefficace” delle risultanze della riunione fosse dovuto all’incompetenza dei membri della Commissione o non alla natura limitata delle conoscenze che – su questi, come su altri temi di cui si occupa la scienza – non sono meno “scientifiche” per il fatto di essere probabilistiche ed ipotetiche. Su che base si sostiene – bibliografie alla mano – che gli esperti dovessero favorire un’interpretazione più allarmistica dello sciame sismico che da dicembre affliggeva la provincia aquilana?

Come sa chiunque abbia una qualche consuetudine con la razionalità scientifica, la scienza non sbaglia affatto quanto non prevede un evento, ma quando lo prevede – magari azzeccandoci – sulla base di presupposti indimostrati dal punto di vista sperimentale.

Con la logica secondo cui sono stati rinviati a giudizio i membri della Commissione Grandi Rischi per gli eventi dell’Aquila, se lo scorso 11 maggio Roma fosse stata veramente rasa al suolo da un terremoto, secondo la profezia di Bendandi, si sarebbero dovuti arrestare tutti i sismologi. Non perché “ignoranti”, ma perché incapaci di abbandonare il metodo scientifico.

Che anche la “giustizia” – su temi che affascinano e angosciano l’opinione pubblica – finisca come la “politica” per civettare col pregiudizio anti-scientifico e col “post hoc ergo propter hoc” non è una buona notizia. E non renderà agli aquilani la giustizia che cercano e che non affonda le proprie radici nella capacità “profetica” dei sismologi.