– Milano come La Mecca. Ma della cattiva politica. La campagna elettorale meneghina è infatti diventata la rappresentazione,  drammatica e comica insieme, della degenerazione della politica italiana, ispirata com’è solo da un principio: la riduzione della complessità. I toni aggressivi, la banalizzazione delle proprie idee, l’esasperazione di quelle dell’avversario sono il sintomo di una malattia non solo “comunicativa”, ma più complessiva e profonda.

Letizia Moratti ha infatti rinunciato a raccontare la sua Milano futura ai milanesi e ha preferito lanciare come petardi messaggi sconclusionati e allarmistici. Persino il tentativo razionale di schiacciare l’avversario su posizioni estremiste, tecnica tipica di molte campagne di successo, è stato condotto male, ricorrendo ai falsi giudiziari, alla diffamazione, all’aggressione. Nell’ormai famoso confronto tv con Giuliano Pisapia è avvenuto l’irreparabile; il Sindaco uscente non ha commesso un errore, magari rimediabile, ha invece reso palese una mentalità ormai inadatta alla città di oggi. Ha dimostrato di non capire i propri concittadini e che qualcosa si è rotto nella sua relazione con la comunità.

Letizia Moratti ha parlato a un mostro mitologico, metà umano e metà catodico, la celeberrima casalinga di Voghera. La quale né vive a Milano, per ragioni geografiche, né ci vota, per questioni anagrafiche e di alfabetizzazione. Quel tipo antropologico sta infatti scomparendo dalla scena politica italiana, e, forse, è già corso via dalle nebbie meneghine qualche tempo fa. Se Milano è la città che anticipa costumi e tendenze, non solo nel campo della politica, ma in senso sociale e culturale più ampio, allora la casalinga di Voghera dappertutto poteva stare, tranne là. Il Pdl non l’ha capito, per una ragione semplice: perché ha perso la capacità di rappresentare sia il politico nuovo, interpretato attraverso un ghe pensi mi antidiluviano, sia l‘elettore medio, che ha Milano – e non solo a Milano – non “risulta” da un calcolo del tipo: Salvini più Bassetti diviso due.

Il centrodestra in passato ha saputo dare voce, con più abilità e competenza del centrosinistra, a chi ne aveva bisogno. Però quelle forme di azione e rappresentazione appartengono ormai ad un’altra era politica. Oggi, a Milano, quegli stessi uomini, gli abili comunicatori di una volta, non sanno interpretare la città, la rappresentano in modo semplice, troppo, e quindi ridicolo, per la stessa ragione per cui un atteggiamento giovanilista non piacerà mai a un giovane.

Invece dei milanesi Moratti ha raccontato i milanisti, senza riferimento al tifo calcistico, nel senso che li ha imitati in modo grottesco. Dove sono gli spiriti animali, dove sta la città che immagina, produce, crea? Restano solo Sucate, quartiere immaginario scambiato per reale su Twitter da una pseudo tecno-Moratti, e un attempato Red Ronnie, troppo stanco per la svolta rock del sindaco uscente.

Pisapia, a questo punto, vince se sta fermo. Gli avversari lo hanno attaccato in modo belluino, dando così forza al posizionamento politico che si è scelto proprio per evitare di essere tacciato di eccessiva sinistrosità: la forza gentile. Imitando  Mitterand – che identificò l’ascesa all’Eliseo con la “forza tranquilla” e post-rivoluzionaria di un socialismo borghese – s’è messo ad aspettare. Il risultato elettorale pare quasi indipendente dalla sua persona, perché egli è ormai diventato diventato il simbolo del ritorno alla normalità, alla pacatezza milanese, a una certa eleganza lombarda e alla “misura” delle sciure bene e della città che lavora.

Pisapia, in fondo, non è il cambiamento, non lo interpreta davvero. Non è lui l’Obama italiano, il change scintillante, ma, anzi, rappresenta il recupero di un certo aplomb meneghino. Così è entrato in connessione con la città. Non bastano i tailleur pastello di Letizia, ci vuole un linguaggio meno sciatto, un atteggiamento più sereno e un’idea di città più accogliente. I milanesi, forse, si sono stancati di essere raccontati, grazie anche alle pettinature fuori moda del Sindaco, come la città più triste d’Italia. In ogni caso, indipendentemente da chi vincerà, Milano non sarà una città nuova, ma solo più o meno ancorata ad un certo antico spirito borghese. Non c’è destra o sinistra che tenga, è tutta una questione di identità.