di PIERCAMILLO FALASCA – Prima dell’incidente di Fukushima, la maggioranza degli italiani pareva favorevole ad un piano di sviluppo della produzione di energia nucleare nel nostro paese. Ed era favorevole sulla base di considerazioni economiche e ambientali supportate dalla comunità scientifica.

Dopo Fukushima ha prevalso la paura. Inutile dire che questa sia in gran parte immotivata: in Giappone non c’é stato un incidente nucleare, ma un terremoto di dimensioni bibliche impossibile in Italia e in Europa, che ha causato danni ad una centrale nucleare tecnologicamente arretrata, prossima alla chiusura.

Altrove gli eventi giapponesi hanno creato sgomento nelle opinioni pubbliche nazionali, ma i governi hanno replicato, anche grazie all’atteggiamento non apocalittico delle opposizioni, con una riflessione sui sistemi di sicurezza dei siti nucleari, in particolare dei più vecchi. Il governo tedesco di Angela Merkel ha deciso di sospendere la decisione di prolungare la vita di alcune centrali, sottoponendo ad una moratoria di almeno tre mesi i 7 reattori più vecchi, costruiti prima degli anni Ottanta. Né in Germania, né altrove, si é inibita la produzione di energia nucleare (dove questa é una realtà, rinunciarvi appare una impensabile scelta masochista).

Solo l’Italia ha visto il suo dibattito pubblico trasformarsi beceramente nel gioco ‘nucleare sí, nucleare no’, per colpa di una sinistra retrograda e opportunista. Alla quale ha fatto sponda un governo pavido e populista, che preferisce rinunciare alla legge sul nucleare – quasi si trattasse di una marachella scoperta – anziché sfidare i contrari all’atomo sul piano dei contenuti. Troppa fatica, troppa politica, con il rischio che il tanto parlare convinca gli italiani ad andare davvero a votare il 12 e 13 giugno, quando (in attesa di sapere se il decreto omnibus approvato ieri bloccherá il referendum sul nucleare) gli elettori si pronunceranno sul legittimo impedimento.

Nella partita del nucleare (ma anche in quella sui servizi idrici, in verità), FLI ha deciso di non giocare, lasciando ai suoi elettori libertà di scelta. É stata una decisione pilatesca, che confonde il partito finiano nell’ammuina generale, quando sarebbe stato invece possibile e opportuno distinguersi con una posizione coraggiosa e responsabile. Ma quale?

Dopo un timido tentativo di sondare la ‘base’ (con il sito del partito che ha ospitato una discussione aperta sul tema), l’assemblea nazionale di FLI ha approvato il lodo della libertà di scelta, registrando l’esistenza di posizioni molto variegate e difficilmente conciliabili sul nucleare. Non é grave, in tutti i partiti contemporanei le posizioni plurali e composite sono un valore.

Ma a partire dalla pluralitá, su temi che non riguardano l’etica dei suoi componenti, un partito ha il dovere di assumere posizioni e linee, affidandosi a meccanismi decisionali funzionanti e a leadership decidenti. Se é molto condivisibile il non-appoggio ai candidati sindaci dei ballottaggi di Milano e Napoli (FLI e il Terzo Polo avevano i loro candidati e i loro programmi specifici), sui referendum non scegliere vuol dire non esistere.