Le foreste scomparse tra le corsie della Coop

– Entro la fine del 2011 tutti i mobili da arredo interno e esterno, nonché gli accessori da cucina immessi in vendita nei negozi Coop saranno fabbricati con legno certificato FSC o TFT, sempre entro la fine del 2011 anche una parte significativa dei quaderni in vendita saranno a certificazione FSC con completamento del progetto entro il 2012. Coop si pone l’obiettivo di utilizzare esclusivamente carta riciclata o FSC negli uffici delle proprie sedi e agirà su tutta la filiera invitando i fornitori a rispettare gli stessi criteri esplicitati sopra nella selezione dei prodotti. Nei prossimi anni Coop intende, infatti, aumentare progressivamente i prodotti a base carta (quali i fazzoletti, la carta igienica, la cancelleria e gli articoli per la scuola) fabbricati con carta riciclata o FSC.

Salvare l’ambiente richiede impegno. Non lo si fa mica nei ritagli di tempo. E Coop, com’è noto, vi si dedica anima e corpo. A volte uno ha quasi l’impressione che alla Coop faccia schifo, tra un salvataggio del mondo e l’altro, dover vendere pure salami, prosciutti e detersivi, che la distribuzione di vettovaglie sia un’attività che fanno in quanto frutto di un errore di gioventù, conseguenza della scelta sbagliata del lavoro sbagliato.

Poi guardi i dati del fatturato, e capisci che alla Coop, vendere roba alla gente, tanto schifo non fa.

E’ la più importante catena della grande distribuzione in Italia (12.900 milioni di euro di fatturato, 1.450 punti vendita, oltre 100 cooperative, 7,5 milioni di soci).  E ci tiene a precisare che agisce in collaborazione con Greenpeace, WWF e Legambiente. Visti i numeri di Coop, vuoi vedere che salvare l’ambiente insieme agli illuminati dalla luce “verde” è un business che conviene? Ve lo dico io, conviene.

E lo sa pure Coop, che ha appena lanciato la campagna “Amici delle Foreste”, descritta nel lead di questo articolo. Si tratta in sostanza di spingere i consumatori italiani a comprare merce (è toccato alla carta, ora è il tempo dei mobili d’arredo) certificata da Fsc come ottemperante a parametri di sostenibilità ambientale da essa stessa elaborati. In particolare, chi comprerà i prodotti Coop certificati dovrebbe essere sicuro di non contribuire alla deforestazione del pianeta e tornare a casa con la coscienza pulita di chi ha fatto il proprio dovere di civis del mondo.

Non per fare il guastafeste delle coscienze altrui, ma le cose non stanno proprio in questi termini. Con questa campagna, più che l’ambiente, Coop mostra di avere massimamente a cuore i propri “sporchi” interessi commerciali, curati attraverso il protezionismo nei confronti delle produzioni di legno e carta provenienti dalle industrie dei paesi in via di sviluppo, che Fsc, abilmente guidata dal politburo di WWF e Greenpeace, tiene fuori dal novero dei propri “certificati”. L’FSC, infatti, è un sistema concepito da e per produttori e consumatori che vivono e operano nei Paesi più sviluppati. Il costoso standard FSC è poco adottato nei Paesi in via di sviluppo: solo il 20% dei prodotti forestali certificati, a livello globale, viene da questi Paesi.

Per dirla in metafora, Fsc è il cartello non dichiarato attraverso cui le aziende occidentali certificate ostruiscono l’accesso al mercato di prodotti più convenienti dai paesi in via di sviluppo. E’ una sorta di revanscismo imperialista dell’Occidente, esercitato sui paesi poveri, in nome dell’ambiente, ma in realtà perfino contro di esso, perché impoverire ulteriormente paesi già poveri fornisce un contributo significativo all’inquinamento e alla distruzione di superficie forestale.

La certificazione Fsc desta inoltre crescenti perplessità nel mondo per la sua commistione con gli interessi dei suoi principali sponsor, Greenpeace e Wwf. L’autonomia del consorzio, negli ultimi anni, è stata inversamente proporzionale all’intensità del legame stretto con i principali gruppi mondiali dell’attivismo greenist.

La lobby di Wwf e Greenpeace sui governi occidentali per l’introduzione di misure protezioniste (come avvenuto negli Usa) a danno dei paesi emergenti ha fatto il pari al boicottaggio dei prodotti occidentali “non allineati”, cioè non coperti dall’egida Fsc, le cui certificazioni sono diventate la tessera d’appartenenza al “Circolo dei Buoni amanti del Verde”; o, se volete, una licenza amministrativa a poter operare sui mercati, dopo aver pagato il “pizzo” agli usurai dell’ambientalismo, senza soverchie rotture di scatole da parte di questi ultimi.

Coop conosce bene il sistema, lo sfrutta altrettanto bene e ne trae il suo tornaconto. Senza aiutare né le foreste né la lotta alla povertà (tanto nei paesi poveri quanto in Italia, visto che fa pagare ai consumatori della penisola di più per prodotti ottenibili a meno). Pensateci bene, la prossima volta che vi diranno: “La Coop, sei tu!”.  Io mi incazzerei.


Autore: Lucio Scudiero

Classe 1986, è laureato in Giurisprudenza presso l’Università Federico II di Napoli. Quando non scrive nè edita bozze altrui studia a un master di diritto europeo, in attesa di potersi dedicare alla storia moderna, alla musica e ai classici della letteratura. E' incidentalmente caporedattore di Libertiamo.it.

21 Responses to “Le foreste scomparse tra le corsie della Coop”

  1. Alessandro Seno scrive:

    Articolo che informa parzialmente, mi ricorda Travaglio.
    Lo standard FSC contiene una serie di requisiti per assicurare la sostenibilità delle produzioni forestali, ovvero per garantire che per ogni pianta tagliata almeno un’altra ne venga piantata, e che il ritmo di taglio non superi quello di crescita.
    Si può credere che questo sia falso, che sia tutta una bufala, è legittimo, anche stimolante (ma se ne dovrebbe dare qualche elemento oggettivo).
    Ma NON dire qual è la natura dello standard è disinformazione, caro Scudiero. Come tutte certificazioni, è un cartello “di fatto”, e una misura protezionistica “di fatto”, come le DOP, le DOC, il BIO. Non sarà la prima, né l’ultima. Qualunque caratteristica di qualità, specie se di qualità “ambientale”, determina una misura protezionistica. Nei paesi in via di sviluppo FSC è poco presente perché in quei paesi la deforestazione è spesso senza condizioni. Si informi, Scudiero, di cosa è capitato negli anni ’70 al Costa Rica con il credito del FMI.
    Se si vuole criticare lo standard, si parli dello standard. Ma non vedo cosa c’entri la Coop (che non è l’unica a vendere e a puntare su FSC).

  2. Pietro M. scrive:

    Immagino che la COOP c’entri perché usa per fini pubblicitari, sfruttando il sentimentalismo ambientalista dei suoi clienti, delle misure che in realtà servono a perpetuare la povertà nei paesi in via di sviluppo.

  3. Lucio Scudiero scrive:

    Caro Alessandro, lei ha ragione. Non mi sono diffuso sullo standard, perchè non era quello il cuore del mio ragionamento. L’esistenza di enti certificatori nel mercato è cosa diffusa, perfino sana se vogliamo. Fsc non è l’unico consorzio che si occupa di definire standard di sostenibilità ambientale dei prodotti certificati. Ve ne sono altri, che però hanno molta meno rilevanza in Occidente perchè non sono pompati dalle Ong dell’ambientalismo militante, in primis Greenpeace e Wwf. Lo standard utilizzato da Fsc ha lo svantaggio di essere troppo rigido, di essere unico, modellato su criteri che vanno bene per le economie dei paesi sviluppati e che non tengono in conto le variabili nazionali dei paesi in via di sviluppo. Inoltre c’è un problema di ambiguità, trasparenza e conflitto d’interessi. Da quando Wwf e Greenpeace sono diventati i suoi main sponsor, Fsc ha smesso di rendere trasparenti i dati del proprio bilancio. C’è il sospetto che distragga gli utili di gestione per finanziare le attività di queste ultime, le quali a loro volta agiscono da lobby protezionista sui governi occidentali, ai quali chiedono (spesso ottenendo, come nel caso del Lacey Act in USA) misure restrittive del commercio internazionale con paesi considerati non compliant degli standard ambientali da essi propugnati, e da propalatori di fango nei confronti di quelle aziende occidentali che osino non sottomettersi ai diktat della buoncostume verde, continuando ad approvvigiornarsi da aziende “canaglia” dei paesi poveri. Qualche dettaglio in più lo trova qui http://disarmingthegreens.it/wp-content/uploads/2011/04/Paper_Disarmingthegreen2.pdf.
    Quanto a Coop, fa parte del circo, anzi ne è uno stakeholder di primo piano, e contribuisce, a dispetto di ciò che predica, alla povertà e alla distruzione di foreste con le proprie campagne. Ecco perchè ne parlo.

  4. MauroLIB scrive:

    Le riserve ‘etiche’ sul comportamento della COOP sono, secondo me’liberisticamente’ irrilevanti. Le leggi non le fa la COOP le fanno i politici. Non è la COOP che affama il terzo mondo. Sono i parlamenti eletti degli Stati o (un po’ meno eletti) della UE.

    Posso apprezzare la vis polemica e lo stile di Luca Scudiero (e apprezzo), ma, se ho capito bene, attaccare la COOP (et similia) come paradigma di bieco imperialismo mercatista per dimostrare che i ‘sinistri’ predicano bene e razzolano male genera l’effetto l’opposto a quello che, immagino, un liberale si propone. Conferma, cioè, agli anti-mercato che il mercato è una roba cinica e squallida.

    Il messaggio giusto è ben altro. Gli Stati non devono interferire con leggi che distorcono il libero mercato le quali generano necessariamente cartelli e rendite protettei.

    Il consumatore deve poter scegliere una sedia di legno ‘certificato’ e una invece non certificata che proviene, chessò, dall’Indonesia. Una costerà 100€ l’altra, probabilmente, 60€. Sarà il consumatore, e solo lui, a dare un prezzo alla sua ‘coscienza verde’. Se le sedie ‘verdi’ non saranno premiate dai consumatori, vedrete che le troveremo a 80, poi a 75 e magari saranno premiate a 65€ vs i 60€ delle non certificate. E agl’Indonesiani converrà certificarsi oppure venderle a 40€ (o smettere di fare sedie).

    Questo è il messaggio sul libero mercato che i cittadini (e i ‘sinistri’ in particolare) non conoscono.

  5. Lucio Scudiero scrive:

    Si, se poi però, nonostante tutto la Coop riesce a tenere i prezzi bassi grazie agli sgravi fiscali di cui gode in quanto Coop, il meccanismo segnaletico dei prezzi va a farsi benedire. grazie del commento.
    p.s. Lucio, non Luca :-)

  6. MauroLIB scrive:

    Scusa Lucio, me n’ero accorto dopo il send ma non avevo modo di correggere.

    Hai ragione sugli sgravi, ma anche qui, è un problema squistamente politico, non economico. La COOP fa esattamente quello che farebbe qualunque soggetto economico … potendolo fare!

    Un’azienda, così come un individuo, può essere soggetta alle leggi dello Stato (in senso lato), a quelle del diritto privato e a quelle del mercato. Sono certo che tu, come me, vuoi un libero mercato assoggettato alle leggi di diritto ‘privato’, protette e garantite dallo Stato.

    Io vorrei un mondo di Stati di Diritto, privato. Sarebbe un mondo veramente libero, e farebbe tanto bene anche alle foreste …
    ;-)

  7. Marianna Mascioletti scrive:

    @MauroLIB: quello che scrivi è sicuramente vero nel senso che non è la Coop il centro del problema.
    Però, se vai a vedere il documento linkato da Lucio Scudiero nel precedente commento, capirai che l’azione di WWF, Greenpeace and the like non si limita a far pressione su consumatori e catene di supermercati, ma va oltre, fino ad arrivare ai governi, chiedendo a questi ultimi di fare delle leggi che promuovano l’importazione e il commercio di prodotti del legno certificati FSC, lasciando fuori gli altri (vedi il Lacey Act che sempre Lucio cita). E’ in questo senso che il problema è molto grave, perché l’obiettivo non dichiarato di queste associazioni sembra quello di NON lasciare scelta ai consumatori.
    Insomma, è vero che, se al consumatore spendere meno importa più che “salvare l’ambiente”, può decidere di comprare prodotti non certificati e pagarli di meno. Però è vero anche che, se le varie associazioni “verdi” che sostengono l’FSC otterranno il loro scopo, cominceranno (col beneplacito dei vari governi) a sparire dal mercato i prodotti non certificati, togliendo libertà di scelta ai consumatori.

  8. Quindi Scudiero fa la spesa alla Coop?

  9. Alessandro Seno scrive:

    Grazie Lucio della risposta.
    Gli argomenti sul conflitto di interessi derivante dai flussi finanziari da FSC a WWF/GP sono molto seri, ma sono ancora dei sospetti (FSC dovrebbe sicuramente fugarli). Ma, in altra parte del documento indicato, non si capisce bene cosa si vuole. L’indipendenza assoluta è una cosa che non si sa bene cos’è. A capo di una organizzazione, seppure “senza fini di lucro”, c’è sempre qualcuno, ed essa dipende da questo qualcuno. Il modo più diffuso (e l’unico sinora conosciuto) per garantire un minimo di “terzietà”, è che il direttorio di un organismo sia composto da “opposti interessi”. Nulla di strano, quindi, che in FSC vi siano soggetti con interessi, l’importante è che non ve siano solo alcuni, magari coincidenti. Questa “gioiosa macchina anarchica” della certificazione volontaria ha sicuramente dei difetti (tanti), ma ha il pregio di fondarsi molto sul consenso. Capisco le perplessità sui paesi “in via di sviluppo”, e quelle sul “monopolio” della filiera verde dei prodotti, ma credo che ciò sia dovuto anche al fatto che siamo agli inizi di questa filiera. Intanto non c’è più l’oligopolio dei prodotti non sostenibili, ed il consumatore ha delle alternative. Chi volesse, in senso liberista, lanciare sul mercato altri standard verdi sul forestale, lo facesse.
    Mi informerò sui bilanci di FSC.

  10. MauroLIB scrive:

    Cara Marianna, hai descritto nient’altro che il lobbismo.

    Entro certi limiti il lobbismo può anche avere degli aspetti positivi, ma non vorrei addentrarmi su questa materia molto specifica. Vorrei limitarmi a osservare che questo eccesso parossistico di lobbismo, in grado spesso e volentieri di creare mercati dal nulla o eliminarli del tutto, o addirittura di affamare interi popoli, si fonda solo ed esclusivamente sulla ‘prepotenza’ dello Stato. E’ figlio di uno statalismo ormai fuori controllo.

    Il politburo del WWF o di Lega Ambiente (come argutamente descritti da Lucio) è ‘consustanziale’ alla forma che hanno preso gli Stati contemporanei. Con questi regimi (nessuno escluso), c’è spazio a volontà perchè si formino politburo di ogni tipo. Ed proprio così che accade, dovunque.

    Il Big Governement (ancorchè sancito da un’elezione ogni cinque anni) è la forma riveduta e aggiornata delle statolatrie del XX secolo.
    COOP, WWF, Lega Ambiente, e chi più ne ha più ne metta, sono l’effetto di questa concezione distorta dello stato, non la causa.

    Il mio timore, da liberista ‘austriaco’ quale mi sento, è che denunciare questa o quella azienda non faccia altro che fornire frecce all’arco degli anticapitalisti che si fermano a guardare il dito senza alzare lo sguardo alla luna. E intanto ci fregano giorno per giorno un pezzetto della nostra libertà.

  11. MauroLIB scrive:

    Grazie delle segnalazioni. Articoli veramente pregevoli. Così come il populismo ‘sembra’ a favore del popolo, il solidarismo ‘sembra’ a favore dei poveri, l’ecologismo ‘sembra’ a favore della natura.
    Forza e coraggio, insistere, insistere e insistere.

  12. Xindi scrive:

    Ma che discorsi!
    Lo standard FSC, e il più leggero PEFC, sono nati per certificare i prodotti forestali introducendo alcune linee guida; con queste certificazioni una persona può comprare legno (o prodotti derivati) di origine e provenienza nota, il “probema” è che questo è diventato perlopiù un circolo per i mercati del nord del mondo: le foreste certificate sono in maggiorparte nei paesi occidentali e i prodotti vengono venduti nei paesi occidentali.
    Ai cinesi non gliene sbatte ‘na sega che il legno sia certificato o no, basta che sia legno anche proveniente da foreste vergini.
    Qualcosina sta cambiando e anche nei paesi trop e equat iniziano ad esserci foreste certificate (che poi anche gli impianti di arboricoltura o pioppicoltura possono avere la certificazione).”
    Fsc è il cartello non dichiarato attraverso cui le aziende occidentali certificate ostruiscono l’accesso al mercato di prodotti più convenienti dai paesi in via di sviluppo” va ben il libero mercato, ma se sta gente deve depauperare le proprie risosrse se ne sta nel suo di mercato. Noi europei compriamo il tuo prodotto se ci garantisci questo e questo, se no puppi.

  13. Marianna Mascioletti scrive:

    @Xindi: il che mi può ancora ancora andare bene, se non si pretende di far passare tutto attraverso un UNICO ente verificatore (e cioè, in questo caso, l’FSC).
    Fai bene a citare il PEFC, che propone uno standard più flessibile, e quindi adattabile alle esigenze dei Paesi in via di sviluppo: il problema è che Greenpeace e WWF, d’intesa con l’FSC, fanno una sorta di “guerra” al PEFC, cercando, attraverso la loro azione di lobbying, di imporre l’FSC come unico standard di certificazione ammesso anche a livello governativo (vedi sempre il Lacey Act).

    Inoltre, gli standard che vengono imposti da questo sistema ai Paesi in via di sviluppo per la salvaguardia delle foreste sono spesso di gran lunga più restrittivi di quelli imposti ai Paesi sviluppati.
    http://www.libertiamo.it/2011/02/14/sulla-deforestazione-lambientalismo-occidentale-fa-solo-propaganda/

  14. Lucio Brotto scrive:

    Cari Lucio, Marianna, Mauro e Xindi;

    sono Lucio Brotto laureato in Sviluppo Sostenibile delle Foreste Tropicali (www.sutrofor.net) e ho maturato in questi anni una certa esperienza sulla tematica della certificazione forestale (FSC e PEFC).

    Non parlerò della politica di COOP ma cerco di darvi alcune specifiche su FSC per correggere alcuni punti delle discussioni precedenti:

    – FSC è una ONG
    – FSC richiede il rispetto di 10 principi internazionali
    – FSC è costituita da 50% soci dei Paesi in Via di Sviluppo e 50% soci dei “paesi sviluppati” con egual potere di voto in assemblea (la prossima in Malesia a Giugno)
    – FSC ha avuto per anni la sede in Messico ed ora si trova Bonn (Germania)
    – al momento ci sono poche (ma in forte crescita percentuale) foreste tropicali certificate FSC per vari motivi tra i quali la carenza di personale locale formato, la carenza di informazioni e strutture organizzate per gestire uno schema serio, la carenza di industrie di trasformazione locale che giustificano investimenti nel settore delle certificazioni, etc..
    – il volere di FSC è di aumentare l’area certificata nei PSV (d’alktronde mio pare ovvio che WWF e Greenpeace vogliano una gestione responsabile delle foreste tropicali)

    – PEFC ha molte meno foreste certificate nei PSV e non ha l’appoggio delle ONG perchè è sostanzialmente una farsa. Se comprate qualcosa con il logo PEFC tanto può venire dalle foreste trentine dove rispettano rigorosi standard quanto da piantagioni di OGN in Brasile

    ovviamente maggiori info a http://www.fsc-italia.it

    a presto,

    Lucio

  15. Lucio Scudiero scrive:

    Caro omonimo,
    ti ringrazio del commento e delle informazioni preziose. Il problema, se mi consenti, non è tecnico. Io non metto in discussione lo standard Fsc, che sarà il migliore del mondo (a differenza del PEFC, come tu sostieni). Io contesto la commistione tra la suddetta Fsc e le Ong ambientaliste, e soprattutto la pressione effettuata da queste ultime, con vere e proprie campagne denigratorie e boicottaggi, sui produttori non disposti ad aderire alla suddetta certificazione Fsc. Per me le aziende possono tranquillamente scegliere di certificarsi Fsc e far pagare un prezzo maggiore ai propri clienti per i propri prodotti. Il problema sorge quando questa scelta diventa “obbligata” per evitare il danno d’immagine che conseguirebbe dal non farlo. E poi c’è una considerazione politica ulteriore. Io ritengo (ma non sono il solo) che boicottare le imprese dei paesi in via di sviluppo perchè non ossequiose dei canoni decisi in Occidente, sia criminale. Per le popolazioni di quei paesi e per l’ambiente, che si tutela con l’innovazione e il benessere, che riducono l’impatto inquinante delle industrie e delle attività umane in generale. Oggi abbiamo molto più rispetto per l’ambiente di quanto ne avessimo 200 anni fa.

    Saluti,
    Lucio Scudiero

  16. Lucio Brotto scrive:

    Caro Lucio Scudiero,

    ok vedo di darti ulteriori elementi per chiarificare la questione.

    – non c’è alcuna commistione tra FSC e le ONG. Le ragioni per le quali le ONG supportano FSC sono:

    a) è il primo standard per la gestione forestale responsabile che è stato creato (era il 1993)
    b) è l’unico standard dove le tre camere sociale (> presenza di Corpi Sindacali), economica (> presenza di Imprese) e ambientale (> presenza di ONG) hanno ugual potere di voto. Questo significa che nella differenza delle visioni devono e possono comunque trovare soluzioni condivise e comuni: insomma democrazia.
    c) per altri schemi di certificazione (es. PEFC) sono strutturati proprio per dare maggiore potere solo alle imprese, chiudendo quindi alle possibilità di decisioni “democratiche”
    d) perchè FSC è a detta di tutti i scienziati, studi governativi e tecnici di settore di gran lunga il sistema più serio e trasparente. Per tua informazione il PEFC mette sotto lo stesso logo standard nati da iniziative di ogni sorta e tipo quindi compri PEFC e potresti come ti dicevo prima comperare materiale OGM se non addirittura che proviene da foreste dove non sono rispettani a pieno le popolazioni indigene.

    Le uniche campagne denigratorie e i boicottaggi che ho visto sono diretti a quelle aziende che palesemnete sono coinvolte in processi di degrado delle foreste e deforestazione.

    Inoltre prendi in considerazione che FSC, proprio per agevolare i produttori che partono da livelli meno “alti” di gestione forestale di entrare nella catena attraverso il legno controllato (controlled wood) che deve rispettare almeno 6 punti cruciali (es. NO OGM, legalità dell fonte, etc.).

    Poche aziende fanno pagare un prezzo maggiore (in termine tecnico “price premium”) quanto piuttosto utilizzano FSC come strumento di green-marketing e di fidelizzazione della clientela sensibile. COOP per di più vende i fazzoletti certificati FSC allo stesso prezzo degli altri di gamma qualitativa simile.

    La certificazione è sempre volontaria, non c’è una scelta obbligat. Sono piuttosto strategie di marketing di nicchia o di Corporate Social Responsability.

    Nessuno sta boiccotando le imprese dei paesi in via di sviluppo. Lo sapete che dal 2013 tutto il legno e prodotti legnosi che entrano in eruopa dovranno avere una dimostrazione di legalità (EU Timber Regulation). Avere la certificazione FSC è una strategia per prepararsi con calma a questo passo.

    Grazie,
    Scusa se ho scritto troppo.

    A presto,

    Lucio

  17. Alessandro SD scrive:

    Ciao, leggo sempre con piacere gli articoli di libertiamo.

    Vorrei dire un paio di cose sull’argomento FSC.

    Come ha fatto notare Lucio Botto FSC non è un sistema solo per i produttori occidentali.
    Io aggiungo che FSC non è che sia governato da Greenpece e WWF, i quali sono solo 2 due degli oltre 500 membri che all’assemblea generale hanno 1 voto a testa. Poi è vero che due ONG come Greenpeace e WWF possono avere un peso e una capacità persuasiva sugli altri membri, ma, insomma, sono sempre 2 su oltre 500.

    Detto questo, il vero problema con le certificazioni FSC è – secondo me- che possono ben essere usate dalle grandi compagnie occidentali per fare una scorretta concorrenza alle piccole compagnie dei paesi emergenti che non possono affrontare la spesa di una certificazione e che non hanno canali privilegiati con grandi ONG.

    Però io credo che dire che chi aderisce alle certificazione FCS ottiene l’effetto opposto di salvare le foreste “perché impoverire ulteriormente paesi già poveri fornisce un contributo significativo all’inquinamento e alla distruzione di superficie forestale.” sia – quantomeno – molto generico.

    Il problema della deforestazione del pianeta è molto serio. La bacchetta magica non esiste. L’istituzione del FSC è solo un tentativo, ma certo non contribuisce ad aggravare il problema, perché lasciando la situazione come era 20 anni fa prima che esistesse FSC significava lasciarla in mano a speculatori che pensano a riempirsi le tasche oggi senza visione del futuro.

    Una volta era diverso, ma oggi la tecnologia permette in linea teorica di esaurire alcune risorse naturali nel giro di pochissimo tempo.

    Invece oggi quando si ha a che fare con l’ambiente non si può ragionare con il portafoglio e la pancia senza pensare al domani.

    E’ come il blocco biologico della pesca. Se non ci fosse ogni pescatore penserebbe “ma sì, infondo non sarò certo io a pescare le ultime alici”, oppure “gli altri lo fanno solo io non dovrei farlo?” e così un anno tutto con la pancia piena di alici e poi niente più alici per…sempre!

    Insomma io credo FSC (che cmq è giusto monitorare e controllare come fanno anche molti siti tipo http://www.fsc-watch.org) è un bene che ci sia, perché la mano invisibile del mercato in questo caso può rivelarsi un stretta soffocante per il pianeta.

  18. Giordano Masini scrive:

    @ Lucio Brotto:

    “compri PEFC e potresti come ti dicevo prima comperare materiale OGM”

    e allora? E’ di qualità inferiore? Procura qualche danno all’ambiente? Alla salute?

    Non risulta. E’ solo protezionismo. That’s all.

  19. Paolo scrive:

    Ripeto qui il mio commento che avevo inserito in calce alla versione inglese dell’articolo.
    ===
    Io non amo particolarmente (eufemismo…) WWF e Greenpeace, e sono generalmente piuttosto scettico sulle campagne di Coop.
    Tant’è, sono d’accordo: FSC è una lobby non dichiarata.
    Orrore! Quante non lo sono, in Europa e soprattutto in Italia?

    Le sue politiche possono non piacere, ma sono legittime, così come lo sono quelle di Coop e di tutte le altre aziende che adottano politiche “ambientali”, dal mero “greenwashing” in su (compresa la cassa di risparmio del mio paesetto, che da un lato si è ben riverniciata in verde, e dall’altro continua a produrre camionate di carta da macero e a fornire servizi on-line solo su richiesta, scadenti e a caro prezzo).

    Inoltre sarebbe opportuno chiarire se FSC rifiuta le certificazioni dei prodotti dei PVS solo in base all’origine o perché, effettivamente, non rispondono ai requisiti.

    Quanto all’impatto ambientale risultante dall’adozione dei criteri scelti da FSC, è positivo o negativo?
    Io non lo so, e da questo articolo non ho ottenuto dati né misure, se non un generico “increasing poverty in countries which are already poor is contributing significantly to pollution and the destruction of forest area”.

    Ma la questione trascende l’ambiente e tocca direttamente il rapporto tra stati e mercato.

    In soldoni: protezionismo? Non mi pare che la UE o l’Italia impongano il marchio FSC per legge: i consumatori sono liberi di scegliere, o no?

    E comunque, in essenza: se l’UE decidesse, per esempio, che le caldaie da riscaldamento, o le automobili, o i frigoriferi, o chissà cos’altro, devono rispettare certe regole tecniche, sarebbe protezionismo? Se sì, sarebbe protezionismo inaccettabile?

    O ancora: se un governo volesse liberalizzare totalmente l’offerta di servizi sanitari, e accettasse di sovvenzionare alcuni servizi notoriamente non remunerativi per il privato (es. il pronto soccorso) purché rispondenti a certi requisiti, che magari almeno inizialmente solo aziende locali sarebbero in grado di soddisfare: anche questo sarebbe protezionismo inaccettabile?

  20. Giordano Masini scrive:

    Avviene più spesso di quanto non si immagini che alcune norme introdotte a tutela dell’interesse generale nasconda intenti protezionistici. Se poi la cosa sia o meno accettabile dipende più che altro dalla fondatezza delle ragioni che vengono addotte. Mi spiego: se pretendo che le caldaie abbiano determinati requisiti di sicurezza, ed escludo quindi quelle che provengono da paesi che non rispettano gli stessi requisiti, ho raggiunto l’intento di introdurre una barriera all’ingresso ma allo stesso tempo miglioro oggettivamente gli standard di sicurezza. Se invece per ragioni di sicuezza alimentare vieto gli OGM, baso una politica protezionistica su presupposti completamente infondati, ovvero che gli OGM costituiscano una minaccia per la salute umana o per l’ambiente. E questo sì, mi pare inaccettabile.

    Parlo di OGM perché a quanto pare costituiscono uno dei criteri fondamentali per la certificazione FSC, e mi chiedo: che c’entrano gli OGM (che può riguardare solo legname da piantagione, so che in Cina sta avendo molto successo il pioppo, per esempio) con la deforestazione?

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