Categorized | Capitale umano

La politica senza parole

– Ormai è così, da un po’ di tempo. Ogni appuntamento diviene l’esame finale, l’ultima spiaggia.
Da una parte il potere, la politica, dall’altra tutti gli altri. La gente comune. Quelli che vanno a votare e quelli che non lo fanno più. Sia gli uni che gli altri stanchi, sfiduciati, da una classe che ne reclama il consenso ma che continua, pervicacemente, a tenerli al di fuori.

A non offrire alcuna possibilità di proporre idee, temi di riflessione, insomma di farsi, da inanimata schiera dantesca da richiamare all’ordine al momento della necessità (elettorale), a serbatoio di contenuti, cahier de doléances sugli italici mali da utilizzare per cambiare il Paese. A sintesi tra quel che siamo e quel che vorremmo essere. A divenire davvero artefici del nostro destino, senza delegarlo ad altri.

Toni accesi, scontri verbali senza esclusioni di colpi, lotta serrata scandita da accuse di un contendente contro l’altro, non di rado all’interno di uno stesso schieramento. Voti intercettati o perduti in nome o per colpa di argomenti che alla politica stanno (o dovrebbero stare) come la legalità alla mafia o alla camorra. Argomenti volutamente richiamati o incidentalmente subiti: come la querelle bolognese sul campionato nel quale militava la squadra locale (A o B?) o la trovata milanese di infangare il competitor riesumando una vicenda di alcuni decenni prima.

Grandi città come Milano, Torino, Bologna, Napoli ma anche tanti centri più piccoli. Ovunque risse e poca attenzione ai problemi reali, a quelli che scandiscono la quotidianità delle persone. Una lotta infinita mai giocata su temi concreti, su progetti che producano sviluppo, che abbiano il respiro lungo.

Per questo, anche per questo, ad ogni appuntamento la schiera del dissenso si allarga, suddivisa tra quelli che disertano i seggi e quelli che scelgono un voto “contro”. Forse anche per questo sono possibili episodi come quelli di Marina di Giosa Jonica, in provincia di Reggio Calabria dove un assessore, nonostante fosse in carcere con l’accusa di associazione mafiosa, ha raccolto numerose preferenze, o come quello di Quarto, in provincia di Napoli, dove un candidato, anch’esso già in carcere per essere vicino alla camorra, è stato addirittura eletto.

Il dopo-voto, ogni dopo-voto, offre spunti di riflessioni, permette di rilevare oscillazioni, spostamenti, il consolidarsi o lo sgretolarsi dell’uno o dell’altro, spazi chiusi o trovati di consenso. E’ così anche questa volta.
Il macro-dato è chiaro: il re Berlusconi è sempre più nudo, ed è una bella notizia. Ma l’altro dato è che la Politica continua a segnare, pericolosamente, il passo. Continua a non essere sintonizzata sulla frequenza nella quale si agita la gente. Continua a rimanere colpevolmente immobile mentre tutto il resto, intorno, viaggia velocissimo. Se questo status quo sia il portato di manifesta incapacità di interpretare esigenze della collettività oppure la naturale conseguenza di una sclerotizzata disabitudine ad un ascolto consapevole di problemi piccoli e grandi, non è possibile decidere.

Certo è che la nouvelle vague promessa da Tangentopoli, fino ad ora, si è rilevata una vana speranza. Nei contenuti e nel contenitore, nella forma e nella sostanza. Da destra e da sinistra, senza distinguo. Un sogno di cambiamento coltivato, a lungo, illusoriamente.

La politica pian piano, seguendo un’inclinazione che può farsi risalire almeno alla fine degli anni settanta del Novecento, sembra aver esaurito argomenti credibili e parole, termini in grado di declinare il proprio pensiero, in maniera composta, adatta al ruolo e alla circostanza. Si è passati da un’oratoria studiata e brillante ad uno slang da reality televisivi, contrabbandando il cambiamento di questi ultimi anni con un restyling linguistico operato in nome della comprensibilità, una semplificazione del tanto vituperato politichese. Da qui l’attualità. L’esito ultimo di questo processo, la certificazione di questo declino del linguaggio nelle istituzioni, possiamo vederlo nel recente “foera dai ball” urlato dal Ministro Bossi ai poveri migranti clandestini.

Eppure la nostra tradizione, almeno quella fino alla seconda guerra mondiale, si fonda su ben altri presupposti. Racconta altre storie, come quelle, ad esempio, di riviste specializzate nelle quali si stampavano i discorsi migliori (“L’Eloquenza”). La politica era, si faceva, letteratura. Come non ricordare l’introduzione di alcuni discorsi di leader politici dell’Italia liberale in antologie per la scuola? L’oratoria era a tutti gli effetti un requisito per fare politica. Come dimostrano i casi di D’Annunzio, di Martinetti, di Sam Benelli e di Giannini. Soffermarsi poi sulla fase post 1945 vuol dire riandare a leader di grande eloquenza, come Pietro Nenni, celebre per le sue metafore. Ma anche il Moro delle “caute sperimentazioni” e delle “convergenze parallele”.

La seconda Repubblica e la discesa in campo del Cavaliere, precedute dalle incongruenze verbali del magistrato Di Pietro, hanno interrotto questa tradizione. Hanno decretato la fine di un lungo periodo nel quale molti uomini politici hanno immaginato di confrontarsi con i maestri dell’antichità greca e romana, con Demostene e Cicerone.
Il nuovo corso prevede la rissa, mutuata dalla televisione, e un linguaggio nel quale l’elemento caratterizzante è il ricorso alla volgarità. Dal “vaffa” di La Russa a Fini a quello sollecitato da Grillo al suo movimento, fino al “coglioni” rivolto da Berlusconi agli elettori che votano a sinistra.

Il Cavaliere ha programmato l’operazione ma in molti l’hanno colpevolmente seguito, anche negli altri schieramenti. Svuotare la politica di contenuti, lasciarla senza parole se non quelle dei talk show e del “Grande fratello”. Costruire la casa degli altri senza fondamenta, mentre lui è al sicuro nel suo palazzo.
Ora che il re è un po’ più nudo, bisogna preoccuparsi di trovare nuovi contenuti e nuove parole.

L’importante è che le idee, le proposte, i contenuti, non siano il consueto mix di demagogia e paura, che tanto spesso infarciscono affermazioni e discorsi del politico di turno. Né tanto meno siano ispirate all’ottimismo, ma senza fondamento in un progetto. Per affrontare una qualsiasi sfida occorre il coinvolgimento di tutti. E per farlo é decisivo che le parole siano “grandi”. Che facciano riferimento a categorie reali, che richiamino capisaldi del vivere civile, che investano su requisiti e prerequisiti della buona politica. Senza cadere in una lingua tecnica o generica, volutamente retorica, pensata per occultare piuttosto che per nominare direttamente, ricorrendo a luoghi comuni.

Nell’Italia impaurita da perenni incertezze e da mille precarietà, fatte poche anche se significative eccezioni, si fa fatica a ricordare grandi discorsi della politica (ad esempio quello di Gianfranco Fini a Bastia Umbra). Forse perché risulta difficile fare i nomi di politici di statura. Qui sta, probabilmente, il vulnus del Paese. Trovarsi a lottare su più fronti senza avere risorse adeguate: potendo contare su una classe politica poco autorevole, nelle idee e nelle parole, quasi mai il “terminale” delle criticità della base, sordo al desiderio di partecipazione.

Oggi, affidarsi a politici che oltre ad essere, come sosteneva Catone “viri boni dicendi periti” ed anche “optima sentiens optimeque dicens” come diceva Quintiliano, sappiano ascoltare e dunque parlare alla gente, è una necessità.

“Gli atti loro, le parole che ci hanno lasciate scritte, sono fonti perenni di educazione morale e civile, e ci ammoniscono e ci confortano e ci fanno a volte arrossire”. Con queste parole Benedetto Croce celebrava la lezione di stile dei leader dell’Italia liberale. A queste parole dovrebbero ripensare molti rappresentanti delle nostre istituzioni per comprendere il loro ruolo e per dare alla gente una speranza, davvero concreta, per un Futuro di Libertà.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

Comments are closed.