Europa, tra mitizzazione e fuga disordinata. E’ l’ora di un dibattito razionale

– C’era una volta il Paese più europeista di tutti. Un Paese che nel 1989 votava un 88,2% di sì al referendum consultivo per conferire poteri costituenti al Parlamento Europeo.
Un Paese in cui il mantra dell’unificazione continentale metteva per una volta d’accordo tutti, destra e sinistra, sindacati e imprenditori, cattolici e laici, salotti buoni e gente della strada.
Un Paese in cui i pochissimi euroscettici venivano visti come “passatisti” incapaci di comprendere le magnifiche sorti e progressive dell’integrazione politica, in virtù della loro chiusura mentale.


A “difendere l’indifendibile”, cioè le vecchie patrie nazionali, rimanevano una manciata di intellettuali di nicchia come Giordano Bruno Guerri o Ida Magli e qualche marginale movimento protestatario, come No Euro di Rabellino.
E’ vero che da (alcuni) economisti liberisti veniva qualche “predica inutile” sulla maggiore efficienza della concorrenza tra valute, ma il mainstream interpretava tale posizione come un puro esercizio teorico od al più come un omaggio rituale alla signora Thatcher. Troppo “evidente” pareva il vantaggio di avere tutti la stessa moneta e magari un domani un unico superstato continentale.

Mentre tanti altri Paesi si laceravano sull’adesione al trattato di Maastricht, di Lisbona o di Nizza, la classe politica nostrana procedeva compatta ed unanime, sostenuta da un’opinione pubblica aprioristicamente a favore della cessione di sovranità.
Nessun partito si azzardava a giocare la carta della critica a Bruxelles. Neppure la Lega che anzi utilizzava volentieri in favore della secessione proprio l’argomento europeista. Il Sud era la palla al piede che avrebbe impedito alla Padania di “entrare in Europa”. Così si proponeva per la Padania l’Euro e la Lira per il centro-sud.

Questo Paese è lo stesso che pochi giorni fa in un sondaggio SWG ha espresso un’ampia maggioranza potenziale a favore dell’uscita dall’Unione Europea. La rilevazione è stata fatta all’indomani della dichiarazione del ministro dell’interno Maroni, secondo il quale, se l’Europa non viene incontro alle esigenze dell’Italia in materia di gestione dell’emergenza migratoria, allora ha più senso dividersi. Il 63% degli intervistati (e l’83% di quelli vicino al centro-destra) si è detto sostanzialmente d’accordo con il ministro e, tra questi, il 37% completamente d’accordo.

Si sa che spesso l’esito di un sondaggio dipende anche da come è posta la domanda e quindi non è detto che in questo momento in Italia prevalgano effettivamente gli eurocontrari, ma certo negli ultimi tempi ci troviamo di fronte ad un palese mutamento nel modo in cui l’opinione pubblica percepisce l’Unione.
Per comprendere le ragioni di questa “svolta”, serve analizzare in primo luogo le ragioni dell’europeismo di massa degli ultimi decenni – un europeismo che non si è fondato su una riflessione consapevole sulle implicazioni del processo unitario, bensì in gran parte su suggestioni.

Da un lato c’era un certo senso di inferiorità degli italiani rispetto ai popoli dell’Europa centro-settentrionale, che faceva sì che tanti desiderassero diluire la propria italianità all’interno di una più ampia identità europea. L’Europa vista come un paradigma di modernità, trasparenza ed efficienza lontano dalle miserie nostrane.
Secondo i più, la “liretta” ci avrebbe fatto scontare in pieno i nostri vizi e la nostra inadeguatezza, mentre far parte del club dell’Euro ci avrebbe posto in una botte di ferro.

Si trattava di entrare in qualcosa che fosse too big to fail; si trattava di affidarci al paternalismo degli altri paesi europei, di porli in altre parole in condizione di “salvarci” da noi stessi.
Soprattutto si riteneva che sarebbero bastati un processo formale calato dall’alto ed una nuova simbologia istituzionale per sprovincializzare lo stivale. In questo senso gli italiani ragionavano un po’ come il dittatore dello Stato Libero di Bananas che, per rendere il proprio paese più civile e moderno, introduceva come lingua ufficiale lo svedese.

Tra le ragioni del sostegno di molti addetti ai lavori alla prospettiva di integrazione c’era poi la convinzione diffusa che l’Europa avrebbe “obbligato” i governi ad una maggiore autodisciplina e responsabilità – che il pungolo europeo avrebbe reso possibile riforme di modernizzazione che non sarebbero state possibili altrimenti.
E’ probabilmente vero che queste dinamiche si siano innescate negli anni ’90 durante la fase di convergenza verso la moneta unica – quando abbiamo assistito ad una serie di privatizzazioni e di liberalizzazioni ed ad una gestione più rigorosa dei conti dello Stato.

E’ altrettanto vero che, messo in saccoccia l’obiettivo dell’Euro, i nostri governi hanno progressivamente smarrito ogni afflato riformatore. Del resto perché continuare a correre se hai già preso l’autobus?

Nei fatti, alla lunga hanno saputo essere responsabili quei Paesi che lo sarebbero stati anche senza gli “stimoli” di Bruxelles. Al contrario, per i Paesi meno virtuosi, l’integrazione europea può persino avere creato condizioni di azzardo morale, deresponsabilizzando la classe politica sulla base dell’assunto che l’Europa non potrà permettersi di far fallire alcuni stati membri.

Oggi tre dei cinque Paesi con il più alto Credit Default Swap (CDS) al mondo si trovano nell’area Euro e la ristrutturazione del debito almeno della Grecia si profila ormai come estremamente probabile. Niente di simile era mai avvenuto prima nell’Europa occidentale postbellica.

Per alcuni, poi, l’europeismo era anche un modo di legittimarsi internazionalmente. Così Berlusconi ha perseguito la collocazione di Forza Italia e poi il PDL nella famiglia moderata ed eurocentrica del PPE e non ha mai preso in considerazione invece di collegarsi alle esperienze più “minoritarie” delle destre euroscettiche. Peraltro in questi anni l’Europa è stata tirata in ballo dai governi italiani in primo luogo per “tagliare corto” ogni volta che si poteva usare la sponda di Bruxelles per far passare leggi più o meno utili, ma a vario titolo “impopolari”. Così, ad esempio, l’innalzamento dell’età pensionabile o il processo breve erano da farsi perché “ce lo chiede l’Europa”.
Salvo poi naturalmente ignorare o stigmatizzare i richiami dell’UE che contrastassero con la linea politica del governo o con alcuni interessi che esso intendeva rappresentare – si pensi alle politiche migratorie o alle sanzioni sulle quote latte.

In molti casi la politica e l’opinione pubblica hanno anche manifestato stupore quando l’Unione entrava a gamba tesa su questo o quell’argomento. Quasi se non fossimo stati noi negli anni a cedere felici sovranità a Bruxelles per farci dire come dovevamo comportarci.

E’ chiaro che se devolviamo potere ad un’entità sovranazionale, dobbiamo aspettarci che questa lo utilizzi e che si addivenga ad esiti diversi da quelli che scaturirebbero da una decisione presa a livello nazionale – tuttavia questo aspetto centrale e apparentemente lapalissiano non è mai stato soggetto di alcun dibattito in Italia, al contrario di quello che avveniva negli altri Paesi.

Se le ragioni dell’euroentusiasmo italiano erano a ben vedere superficiali, non ci si può sorprendere che sia bastato tutto sommato poco – giusto un contrasto con Bruxelles sull’immigrazione – per cambiare totalmente il vento.
Ma, se la corsa verso l’idea d’Europa era acritica e spensierata, questa fuga disordinata non sembra per niente un fenomeno più razionale e meditato.
E’ tempo quindi di fermarci a pensare un attimo e di chiederci che cosa vuol dire oggi Europa, che cosa può darci l’unità europea e che cosa invece può toglierci. E’ tempo di domandarci di quanta e di quale Europa abbiamo effettivamente bisogno.

Evidentemente, al di là delle tentazioni di un antieuropeismo localista e populista, non si può negare che il progetto di integrazione politica continentale sia oggi in crisi e che sia oggetto di una parziale riconsiderazione critica anche da parte degli ambienti politici ed economici “in giacca e cravatta”.
L’unione monetaria potrebbe non essere stata la scelta giusta nell’Europa e non pochi ritengono che l’area Euro potrebbe essere destinata a perdere pezzi nei prossimi anni.
Detto questo, l’adesione alla moneta unica è, realisticamente, la scelta più difficilmente reversibile per la prevedibile fuga di capitale che colpirebbe un paese (debole) che prefigurasse il ritorno ad una valuta nazionale. La strategia dell’uscita dall’Euro e della svalutazione competitiva – cara ad esempio a Marine Le Pen – appare in questo senso francamente suicida.

Tuttavia, per il resto, è probabilmente auspicabile che Bruxelles riduca la propria ingerenza politica sugli stati membri, affinché l’Europa di domani possa essere in primo luogo un’area di libero scambio, all’interno della quale convivano una pluralità di istituzioni politiche, in salutare competizione sulle questioni del sistema fiscale, del mercato del lavoro e dei diritti civili.
E’ la scelta non di un’Europa “armonizzata”, ma di un Europa “concorrenziale”. Non di un’Europa delle burocrazie politiche, bensì di un’Europa “leggera” in grado di rappresentare una piazza competitiva per l’intrapresa, gli investimenti e l’innovazione e di confrontarsi con le sfide economiche del mercato globale.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

4 Responses to “Europa, tra mitizzazione e fuga disordinata. E’ l’ora di un dibattito razionale”

  1. MauroLIB scrive:

    L’ultima frase del pezzo spieghiamola a Mario Monti …

  2. luciano pontiroli scrive:

    Ing. Faraci, l’obiettivo di ridurre l’ingerenza di Bruxelles negli affari nazionali è antico ma è anche ambiguo.
    Lei auspica di contrastare un esagerato attivismo della burocrazia – cioè della Commissione – o un eccesso di legislazione dell’UE? e come si può dimenticare che questa non procede se non è condivisa almeno dalla maggioranza dei Governi nazionali?
    La scelta tra Europa armonizzate e Europa concorrenziale dovrebbe essere chiarita: può essere concorrenziale un mercato unico se non è armonizzato, nelle sue regole d’insieme?
    Certo, si possono rintracciare eccessive spinte verso l’armonizzazione di materie non decisive, soprattutto quando si mira alla mera sostituzione delle diversità nazionali con regole comuni costruite in astratto da burocrati e teorici. Ma un certo grado di armonizzazione è inevitabile.

  3. pippo scrive:

    Grazie all’Unione Europea è possibile modernizzare anche paesi membri come l’Italia. Meno male che ci sono le direttive e abbiamo un Parlamento europeo. Dovremmo dare più competenze all’Unione e servizi gestiti da soggetti comunitari: Difesa, Giustizia, Protezione civile ecc

  4. donato scrive:

    Quelle del 1989 erano solo fantasticherie cmq apparte il fallimento economico e politico (trascinati in una guerra assurda da un Napoleone che sembra appena scappato da una casa dicura) non credo che euro sia messo del dollaro USA col suo TRILIONE di debiti.

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