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Scienza e politica. I costi della credibilità

 – Una delle cose più singolari di questo stralunato paese è che siamo propensi a credere acriticamente a chiunque dia vento alle tonsille, ma ci rifiutiamo pervicacemente di ascoltare chi avrebbe l’autorevolezza per essere ascoltato. 
Guardate la povera Margherita Hack, che riesce ad essere vittima contemporaneamente di entrambi gli eccessi: gli stessi che la considerano una specie di oracolo quando commenta l’attualità politica non esitano a trattarla a pesci in faccia e ad insinuare velenosi sospetti quando parla di energia, ovvero di scienza, ovvero del suo mestiere. 
Siamo il popolo meno alfabetizzato dell’Occidente dal punto di vista scientifico, come ricordava Gilberto Corbellini sabato scorso a Pescara in uno dei seminari di Libertiamo, e questo ci rende un paese di per sé svantaggiato di fronte alle sfide complesse che la modernità ci mette di fronte. E non facciamo nulla per attrezzarci adeguatamente se, come ricordava Luigi Zingales in un bell’articolo sul Sole24Ore di qualche giorno fa, continuiamo a trasmettere ai nostri figli un principio di autorità che si fonda sulla subordinazione gerarchica docente-discente piuttosto che su una valutazione critica e consapevole di ciò che osserviamo o ascoltiamo intorno a noi.

Non saper distinguere un lavoro scientificamente attendibile da una bufala, non sapere neanche cosa sia il metodo scientifico, ci porta a berci tutto e sospettare di tutti, per cui non sorprende che molti preferiscano coltivare il timore che la complessità sia corrotta e che la risposta giusta sia, automaticamente, quella più rassicurante. Che preferiscano, non sapendo distinguere, le risposte di ridicoli santoni come Beppe Grillo o Adriano Celentano piuttosto che quelle della scienza.

Ma la scienza è in grado di far sentire la sua voce, o il problema sta solo negli spessi strati di prosciutto che foderano le orecchie di chi dovrebbe ascoltare (o mediare, come nel caso dell’informazione)? Mancano istituzioni scientifiche autorevoli come quelle del mondo anglosassone, come sosteneva a Pescara Corbellini, oppure ci sono ma nessuno se le fila, come rispondeva Paolo Saraceno?

A volte ho l’impressione che anche dal mondo scientifico arrivino risposte autoconsolatorie piuttosto che una reazione adeguata: è possibile continuare, di fronte a dati così sconfortanti, ad alzare gli occhi al cielo e dare la colpa a Benedetto Croce (di quale straordinaria potenza di fuoco avrà mai potuto avvalersi Croce per aver inchiodato la cultura italiana ai suoi desiderata per quasi un secolo…)? Oppure il problema è che Croce ha avuto la fortuna di nascere in un paese particolarmente ben disposto a starlo a sentire, e che altri avrebbero dovuto e potuto (e il tempo non è mancato) mettere in discussione l’immobilismo e l’incapacità a rinnovarsi delle sue istituzioni pubbliche, o piuttosto rivendicare l’indipendenza da esse?
 
Ho l’impressione che il mondo scientifico e accademico italiano abbia paura a rivendicare la propria autonomia dallo Stato. Che ciò che distingue le istituzioni scientifiche anglosassoni dalle nostre sia proprio la loro capacità di sopravvivere a prescindere dalla benevolenza del ministro di turno, un’impressione che ho avuto in maniera piuttosto netta quando, in occasione dei milionari regali della politica alla lobby di Capanna, le voci che si sono levate dal mondo scientifico sono state piuttosto balbettanti (almeno in pubblico, in privato gli scienziati facevano fuoco e fiamme) rispetto a ciò che sarebbe stato lecito attendersi.
 
Ma vivere più di fund raising che di sovvenzioni costa fatica, e obbliga a competere. Meglio quindi, in qualche caso, assecondare l’idea che il privato paga solo per corrompere e che solo lo Stato, invece, assicuri purezza di intenti e la dovuta astrazione dalle cose terrene, come d’altronde dimostra il vicepresidente del CNR (nonostante tutto, la più importante istituzione scientifica italiana), che ha avuto modo di sostenere che i terremoti sono una punizione divina. Gli italiani hanno la scienza che si meritano, tutto sommato.


Autore: Giordano Masini

Agricoltore, papà e blogger, è titolare di una azienda agrituristica nell'Alto Viterbese e si interessa prevalentemente di mercato, agricoltura, scienze e sviluppo curando il blog lavalledelsiele.com. Prima di tutto ciò è nato a Roma nel 1971, ha studiato storia moderna e ha provato a fare politica qua e là, sempre con scarsa soddisfazione.

3 Responses to “Scienza e politica. I costi della credibilità”

  1. Andre scrive:

    Credo che la subordinazione della scienza allo Stato non esista. Le lobby, le idee distorte esistono anche fuori dallo Stato. Capanna esisterebbe comunque, cosi come De Mattei. E’ lo Stato semmai che, quando ha al vertice esponenti dell’una o dell’altra parte, tende ad appoggiarsi a questi idee. Quindi io capovolgerei il problema che hai posto. Porterei l’esempio del ricercatore che “prevede” i terremoti, quello diventato noto a seguito del caso dell’Aquila. Ebbene, lui dovrebbe avere le tue simpatie perchè è sganciato dall’accademismo statale. Eppure ciò non rende le sue teorie migliori. E quando al governo arriverà qualcuno che sposa le sue tesi, allora riceverà finanziamenti.

  2. Giordano Masini scrive:

    @Andre: No, non ci siamo capiti. Io sostengo la necessità che le istituzioni scientifiche (serie) si rendano economicamente indipendenti dallo Stato per acquistare credibilità, non che si mettano a raccontare corbellerie in libertà semplicemente per marcare la differenza. Il valore di una teoria scientifica è dato dalla sua verificabilità, e dalla riproducibilità dei suoi risultati, non da chi l’ha formulata. Il vizio anzi di giudicare “chi” piuttosto che “cosa” risponde proprio alla logica perversa che ci ha portato ad essere, nel complesso, degli analfabeti scientifici.

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  1. […] 24 maggio 2011 tags: corbellini, politica, saraceno, scienza di Giordano Masini Libertiamo – […]