L’acqua ‘privata’ è un equivoco montato ad arte

– A meno di un mese dai referendum sull’acqua è opportuno analizzare le argomentazioni che il comitato del SI porta a sostegno della sua campagna. Anche perchè l’intervento contenuto nel decreto sviluppo non fa che trasformare la Commissione risorse idriche in Authority senza modifiche sostanziali all’impianto su cui è stato richiesto il referendum. Mi permetto quindi di esprimere qualche dubbio che il governo ne otterrà  l’annullamento.

La domanda che ci dobbiamo porre è: “Votare SI garantirà, come sostenuto dai referendari, la tutela del diritto all’acqua ?

Partiamo dall’asserzione fondante il loro ragionamento, quella cioè che l’acqua debba essere un “servizio privo di rilevanza economica”. Nel momento in cui portare l’acqua ai cittadini ha un costo e richiede degli investimenti non si capisce come si possa definirlo “privo di rilevanza economica”. Qualcuno alla fine paga. D’altronde anche la casa è un diritto ma nessuno si sognerebbe di asserire che tutti abbiamo diritto ad avere la casa ad un prezzo politico. Ecco quindi che si garantisce la casa a chi non ha realmente le possibilità economiche di comprarla o affittarla.  Se si affermasse per via referendaria il principio generale proposto dal comitato, è chiaro che altri diritti potrebbero essere successivamente sottoposti allo stesso approccio ideologico. Il diritto al cibo ad esempio potrebbe essere il prossimo candidato, o l’accesso ad Internet, o il pluralismo nel sistema radiotelevisivo. La difesa di questi diritti, pur legittima, non implica però che la loro erogazione debba essere garantita esclusivamente dal pubblicoUn fine pubblico può essere realizzato infatti con strumenti privati. Detto che l’acqua deve rimanere di proprietà pubblica e il diritto ad accedervi per i servizi essenziali deve essere garantito per legge a chi non ha le possibilità economiche, bisogna anche dire con chiarezza che la proprietà e la distribuzione sono due cose diverse

Nessuno ha messo sinora in discussione in Italia la proprietà pubblica dell’acqua e la distribuzione verrà comunque data in concessione per periodi definiti e non a tempo indeterminato. E’  quindi fuorviante parlare di privatizzazione dell’acqua come fanno al comitato del SI. Dovrebbero avere il coraggio di spiegare e di non ricorrere a semplificazioni grossolane nella difesa dei propri argomenti. Analogamente ho forti perplessità rispetto alla loro prassi di prendere alcuni casi specifici di aumento dei prezzi o di tagli ingiustificati delle forniture e di elevarli a regola, generalizzarli al fine di dimostrare che l’unica soluzione è quella di ridare in mano tutto ad un monopolio pubblico.

Andrebbe invece creato un “ecosistema” dove la soluzione migliore viene selezionata al confronto con i fatti e con la realtà e non venga scelta per massimi sistemi o teorie astratte. Non c’è alcuna necessità di scegliere preventivamente ed ideologicamente chi tra il pubblico, i privati o il terzo settore sia più bravo a garantire i servizi ed i diritti. Dobbiamo lasciare la scelta della soluzione ottimale alle municipalità ed ai cittadini perchè non è detto che una soluzione che dà risultati in una realtà debba adattarsi altrettanto bene ad un’altra a mille chilometri di distanza.

In prospettiva andrebbe creato un mercato concorrenziale, separando la captazione, la gestione della rete (aggregando il territorio per step successivi), la distribuzione e la depurazione e creando interconnessioni tra gli acquedotti, che permetta ai cittadini di scegliere operatori presi in regime di concorrenza sulla falsariga di quanto si sta facendo per le altre infrastrutture come gas ed elettricità. E bisogna imparare dalle esperienze precedenti e porre paletti precisi ai concorrenti in questo processo di liberalizzazione a garanzia dei diritti e del servizio agli utenti. Solo grazie alla concorrenza possiamo sperare di ridurre i prezzi nel lungo periodo e riportare efficienza nel settore.

Il decreto Ronchi è quindi perfettibile da una norma che apra ad un modello realmente concorrenziale. Cancellarla ora come prevede il 1 quesito è però buttare via il bambino con l’acqua sporca.

E altrettanto debole è la tesi che accompagna il quesito 2 che abrogherebbe la possibilità per il distributore di fare profitti. Il problema non si pone in termini di quanto profitto fanno su di essa i privati ma di quanto costa l’acqua. Se infatti l’acqua ipoteticamente costasse 100 senza profitti per i privati e 80 con i privati che lucrano sulla distribuzione, è evidente che il cittadino preferirebbe la soluzione in cui i privati lucrano. Quella che va garantita è la concorrenza. E l’iniziativa privata è legittima ed auspicabile fintanto che non va a scapito della utilità sociale mentre il SI escluderebbe di fatto di utilizzare capitali privati nel rinnovo della rete. Il SI rimetterebbe invece in auge un modello che è stato posto in discussione proprio perchè non riusciva a garantire nè una gestione efficace nè gli investimenti sulla rete idrica. Dobbiamo chiederci se l’ obiettivo dei referendari è di difendere i diritti – il fine – o il dogma della erogazione pubblica – uno strumento.

Con l’impostazione del decreto Ronchi è facile che una ristrutturazione del servizio di questo tipo provochi nel breve periodo un aumento delle tariffe. Nel momento in cui non c’è più il pubblico a sovvenzionare la distribuzione dell’acqua coprendo le perdite è prevedibile che i maggiori costi si riverseranno sulle tariffe. Questa situazione però non dipende dai profitti bensì dalla necessità di remunerare gli investimenti. Infatti si verificherà anche con il pubblico nel momento in cui lo scenario del debito impedirà più di oggi di ricoprire i disavanzi di gestione.

Il  costo degli investimenti e della manutenzione in qualche modo lo pagheremo: in modo visibile, attraverso le tariffe se seguiremo un modello concorrenziale non sovvenzionato; o in modo invisibile attraverso le tasse e i meccanismi di compensazione se vincerà l’approccio proposto dal comitato dei referendum.

Ogni agente ha i suoi pro e i suoi contro, privato, pubblico e terzo settore. Se scegliamo di tornare esclusivamente al pubblico, per almeno 15 anni ci precluderemo ogni alternativa.

C’è un’altra importante questione da evidenziare. Scegliere la concorrenza è per i “politici” una scelta difficile, perchè è un sistema che premia il merito e le capacità. Ecco che allora cercano di garantirsi lo stipendio nell’unico modo che conoscono da sempre, e cioè quello di occupare le poltrone disponibili nei consigli di amministrazione di società pubbliche e nel caso crearne di nuove.  

E’ una cosa che oggi non ci possiamo più permettere.


Autore: Andrea Benetton

Nato a Milano nel 1972. Consulente specializzato in processi aziendali, lean thinking e IT.

14 Responses to “L’acqua ‘privata’ è un equivoco montato ad arte”

  1. Pietro M. scrive:

    La fragilità della democrazia rispetto alla manipolazione dell’informazione è evidentissima.

    Praticamente la democrazia non parla al cervello – visto che nessuna persona sensata accetterebbe lo status quo – e dunque parla al cuore, al fegato e allo stomaco sentimentalismo che il sentimentalismo, la paura e l’appetito spengano il cervello. Abbrutente, decisamente: la politica fa appello alla parte peggiore dell’animo umano, e del resto serve qualcosa di profondamente meschino per accettare la privazione dell’autonomia individuale imposta dalle scelte collettive.

    La teoria politica ha dimostrato che in democrazia la stragrande maggioranza della popolazione non ha alcun motivo per informarsi, dunque rimane in uno stato di anemia gnoseologica in cui subisce i condizionamenti del gruppo di potere organizzato che per primo riesce a creare illusioni politiche per i propri interessi.

    Questa cosa non si risolve: le lobby hanno interesse a manipolare l’informazione, e beneficiano da questo, mentre chi vuole l’interesse generale, come i liberali, non ha alcun interesse diretto, e dunque di norma non ha neanche i mezzi con cui contrastare queste tendenze.

    Una democrazia funzionante è impossibile: meno cose la politica fa, meno i limiti della politica diventano evidenti, e quindi meno danni la politica combina. Sperare in altro – partecipazione, virtù civiche, senso dello stato, etc., è un’illusione che perpetua lo status quo.

  2. Lorenzo scrive:

    Concordo su molto, ma quando scrivi “In prospettiva andrebbe creato un mercato concorrenziale, separando la captazione, la gestione della rete (aggregando il territorio per step successivi), la distribuzione e la depurazione e creando interconnessioni tra gli acquedotti, che permetta ai cittadini di scegliere operatori presi in regime di concorrenza sulla falsariga di quanto si sta facendo per le altre infrastrutture come gas ed elettricità.” mi spiace, ma in qualità di ingegnere ambientale idraulico mi permetto di dissentire… :-)
    Questa cosa non ha senso… il ciclo dell’acqua viene ovunque al mondo sempre più integrato per ovvi motivi di semplicità e sinergia nella gestione, per non parlare delle interconnessioni degli acquedotti (hai idea dei costi di pompaggio?).

  3. Stefano scrive:

    La rete idrica italiana necessita di essere ristrutturata. Tale affermazione e’ supportata dal fatto che le infrastrutture idriche hanno un tasso di perdita, in media, del 40% (elevatissimo se paragonato al 10% della Germania o al 15% dell’Inghilterra).
    Secondo gli esperti del settore, l’80% della rete idrica necessita lavori di manutenzione e ristrutturazione, per un totale di ca. 60 miliardi di euro. Una cifra che al momento il nostro Stato non puo’ permettersi.
    Tuttavia, e’ importante, a mio parere, partire dalla definizione di bene pubblico e di bene privato.
    Per dirla “all’americana”, un bene pubblico e’ allo stesso tempo NON RIVALS e NON EXCLUDABLE (ovvero, un bene che deve essere garantito a tutti, e sul quale la comepetizione/concorrenza non e’ necessaria proprio perche’ il bene deve essere garantito a tutti e perche’ e’ un servizio sul quale cio’ che si deve massimizzare e’ il beneficio (alla popolazione) e non il profitto per chi lo gestisce). D’altro lato, un bene privato puo’ definirsi RIVALS e EXCLUDABLE (e qui, l’obiettivo di colui che offre il servizio e’ poter avere dei profitti).
    Dunque, a mio modo di vedere, la gestione delle reti idriche e’ compito dello Stato (del pubblico), e non dei privati.
    Riguardo al costo dell’acqua: aumentera’ in entrambi i casi (sia che se verra’ gestito dallo Stato, sia se dato in concessione ai privati), dato che un ristrutturazione cosi’ imponente richiede un sforzo economico non indifferente (60 miliardi di euro).
    Dal mio punto di vista, lo Stato (o meglio, la politica) vuole trasferire il “rischio” di dover alzare il prezzo dell’acqua ai privati. Succede anche qui negli USA, con le tasse sul carburante (ma il discorso e’ leggermente diverso).
    Infine, nell’articolo non viene citato il modo in cui verranno assegnate tali concessioni… Ricordo solo che in Italia il project financing ha delle regole molto strane (per dirla in modo gentile e sobrio), e prevede la figura del cosiddetto ente promotore…
    Da anni l’Europa ci chiede di modificare le leggi italiane che regolano il project financing in Italia in modo da garantire un libero mercato che sia effettivamente concorrenziale…
    Detto cio’ (che comunque non inficia il fatto che a mio parere debba essere lo Stato a gestire la rete idrica), ho l’impressione che molti (politici e non) vogliano creare un nuovo business..

  4. andrea scrive:

    @Lorenzo: se tu sei una azienda e devi fare economie allora il tuo discorso è perfetto, mantenere unite captazione e rete produce economie di scala. Ma non è con le economie aziendali che definisci una policy a meno che tu non sia un convinto assertore di un approccio pro business piuttosto che pro market. Lo dico senza alcun intento polemico.
    Ipotizziamo uno scenario futuribile nel senso che ho descritto.
    Esistono N società di produzione dell’acqua, il loro scopo è estrarre acqua, i loro profitti sono in funzione della efficienza di questa particolare funzione. Non facendo altro non possono truccare le carte compensando ad esempio con la depurazione industriale. Producono prezzi non dopati.
    Ed esistono altrettante società di distribuzione che vendono l’acqua acquistandola dalle prime e pagando uno o più gestori di rete per il trasporto. Per queste società la dispersione diventa un costo reale perchè l’acqua non è per loro una risorsa “interna”.
    E’ ovvio che all’inizio l’aggregazione delle società di trasporto risponderà a logiche di bacino, certe integrazioni sono “naturali” perché di per se economiche. Altre quelle che ti spaventano diventano possibili se e solo se l’economia lo renderà possibile.
    Non si tratta di definire a tavolino un piano di integrazione ma di lasciare agire domanda – offerta e determinazione dei prezzi e vedere quali integrazioni si formano. Se si formano hanno un senso economico, senno non si formano.

    @Stefano: riguardo la rete visto che di fatto non puoi eliminare dei monopolisti naturali, si tratta di definire un meccanismo di price-caps. Tieni presente che l’articolo voleva essere un tentativo di smontare le argomentazioni as is dei referendari così come esposte sul loro sito Internet. Ragioni di spazio mi hanno impedito di approfondire temi quali la modalità delle concessioni che comunque è già un ragionamento nel merito mentre il 1 quesito referendario sostanzialmente cancella il meccanismo delle concessioni a favore della società pubblica (di captazione-rete e distribuzione). Pensi che un gruppo di comuni che possiede la propria società dell’acqua possa fare una gara in cui magari non vince quella società ? E’ evidente che si può ragionare sulle concessioni nel momento che definiamo che questo è lo strumento da seguire …

  5. Lorenzo scrive:

    @Andrea:

    “se tu sei una azienda e devi fare economie allora il tuo discorso è perfetto, mantenere unite captazione e rete produce economie di scala. Ma non è con le economie aziendali che definisci una policy a meno che tu non sia un convinto assertore di un approccio pro business piuttosto che pro market.”
    Non mi limito a unire captazione (+produzione) e distribuzione, ma estendo all’intero ciclo, con raccolta e depurazione reflui, con riuso o riciclo o altra re-immissione nel sistema tecnologico o naturale. Ancora in discussione è se anche il ciclo fanghi vada completamente integrato (per via delle implicazioni sulla produzione energetica, quindi potrebbe essere un altro settore più adatto a prendersene carico) ma è ormai assodato ovunque che la gestione del ciclo delle acque deve essere affidata a un unica entità (pubblica o privata, questo è un altro discorso) a livello di bacino. Così dice la direttiva quadro europea e così sta effettivamente succedendo ovunque (ho esperienza diretta dai miei clienti e partner ovunque nel mondo). Dopo anni di gestione frammentata con diverse fasi del ciclo affidate a uffici o società separati e spesso ostili, con enormi inefficienze, finalmente la gestione è adesso (o in procinto di essere) integrata. Pro-business o pro-market che sia, è semplicemente l’unica via di buon senso…

    “Esistono N società di produzione dell’acqua, il loro scopo è estrarre acqua, i loro profitti sono in funzione della efficienza di questa particolare funzione. Non facendo altro non possono truccare le carte compensando ad esempio con la depurazione industriale. Producono prezzi non dopati.
    Ed esistono altrettante società di distribuzione che vendono l’acqua acquistandola dalle prime e pagando uno o più gestori di rete per il trasporto. […] Non si tratta di definire a tavolino un piano di integrazione ma di lasciare agire domanda – offerta e determinazione dei prezzi e vedere quali integrazioni si formano. Se si formano hanno un senso economico, senno non si formano.”
    Questo dà l’impressione di essere un piano molto teorico… Una “prova” del genere la potresti fare con la certezza di avere condizioni ideali del mercato, di non avere questo “fastidioso” monopolio tecnico dovuto al fatto che l’acqua (e sopratutto le sue infrastrutture) è così fisicamente legata al territorio, e di non avere tanti aspetti “politici” a intralciare l’esperimento, come ad esempio la questione dell’acqua come servizio pubblico, conservazione della risorsa per le generazioni future…

    “Per queste società la dispersione diventa un costo reale perchè l’acqua non è per loro una risorsa “interna”.”
    Per dispersione credo intendi perdite idriche. Nel caso, le perdite sono sempre un costo, perché è acqua che viene purificata e pompata con dei costi, e non viene fatturata a nessuno. Il problema è che il costo della localizzazione e riparazione perdite è ancora talmente elevato che quasi mai c’è vantaggio economico in tale attività. Fin’ora è stato fatto per lo più per migliorare l’immagine della gestione, e in situazioni dove costa meno (dove almeno sanno dove passano i tubi sotto terra…), solo recentemente le tecniche stanno diventando convenienti. Nel caso del consumo agricolo (l’elefante nella stanza, per consumi, inefficienze e perdite) non converrà muovere un dito finché tali consumatori non pagheranno il giusto prezzo…

    Con simpatia, Lorenzo

  6. Andrea Benetton scrive:

    Perchè secondo te Terna è stata separata dall’ Enel ? Per il fatto che non puoi mantenere insieme mercati a monopolio naturale con mercati potenzialmente concorrenziali. Crei un monopolista anche dove la concorrenza darebbe benefici. La rete nel primo caso e la distribuzione e il pompaggio nel secondo. Il fatto che “lo dice l’unione europea” è un non argomento, si sono viste parecchie direttive concettualmente errate provenire dai burocrati dell’unione. Spesso effetto dell’azione lobbistica degli agenti che cercano di preservare rendite di posizione. (questo intendo per probusiness).
    Il fatto che “il costo della localizzazione e riparazione perdite è ancora talmente elevato che quasi mai c’è vantaggio economico in tale attività” è la dimostrazione pratica di questo fatto. Deriva dal fatto che la società che attualmente controlla la rete controlla anche la captazione. Si compensa pompando più acqua che ha un costo minore che rendere efficiente il trasporto. Se la società di trasporto facesse profitti in base all’efficienza del trasporto e non d’altro, vedi che si innescherebbero ben altre dinamiche.
    Poi non è questione di “teoria”. E’ questione di impostazione. Si possono scegliere impostazioni diverse, alcune partono con dei presupposti accertati dalla teoria economica di rendere efficienti tramite la competizione i mercati. Altri fanno felici le aziende ma scaricano i costi delle diseconomie sugli utenti finali. Siccome la direzione generale è effettivamente quella che tu dici vedremo fra qualche anno se l’ “integrazione” sarà stata una bella pensata.

  7. Lorenzo scrive:

    “La rete nel primo caso e la distribuzione e il pompaggio nel secondo.”
    Non capisco allora cosa intendi per rete. La rete è costituita da tutto ciò che parte dalla purificazione (dopo la captazione) e arriva all’utente, quindi comprende stoccaggio, pompaggio e distribuzione…

    “Il fatto che “lo dice l’unione europea” è un non argomento, si sono viste parecchie direttive concettualmente errate provenire dai burocrati dell’unione. Spesso effetto dell’azione lobbistica degli agenti che cercano di preservare rendite di posizione. (questo intendo per probusiness).”
    L’Unione Europea lo dice dal 2000 perché c’è consenso dai primi anni ’90 in ambito accademico e professionale sugli innegabili vantaggi dell’integrazione della gestione del ciclo idrico.

    “Se la società di trasporto facesse profitti in base all’efficienza del trasporto e non d’altro, vedi che si innescherebbero ben altre dinamiche.”
    Otterresti lo stesso obiettivo introducendo una penale per il gestore sulla differenza tra ingresso e uscita della rete, senza dover dividere quello che sta bene insieme.

    “Poi non è questione di “teoria”. E’ questione di impostazione. Si possono scegliere impostazioni diverse, alcune partono con dei presupposti accertati dalla teoria economica di rendere efficienti tramite la competizione i mercati.”
    Ribadisco i miei dubbi di cui sopra riguardo l’applicabilità di tali impostazioni “teoriche” nel campo dei servizi idrici. Sei a conoscenza di tentativi in tale direzione?

  8. Andrea Benetton scrive:

    Scusa ho scritto distribuzione ma volevo scrivere vendita (al consumatore).
    La rete fisicamente parte dalla purificazione e arriva al contatore nelle case compresi i due capi. In perfetta analogia con la rete elettrica in cui le centrali non sono rete. Sono produzione. Sia nella captazione dell’acqua che nella produzione di energia il mercato è potenzialmente concorrenziale. La vendita è l’altro mercato potenzialmente concorrenziale.
    Sul resto esprimi opinioni certamente condivise da molti specialisti e finanche dall’unione europea. Non sono a conoscenza in Europa di applicazioni di una impostazione che tenda veramente al mercato e alla concorrenza nei servizi idrici. A mio modo di vedere è più per ragioni di lobbying delle società interessate che per ragioni tecniche. Altri settori che pure hanno monopoli naturali -come la rete elettrica e di distribuzione del gas- hanno seguito un modello simile a quello che ho indicato. La differenza sta ovviamente che spostare elettricita e gas ha un costo ben diverso che spostare l’acqua e quindi non è ipotizzabile portare l’acqua da Como a Palermo.
    Poi ti faccio una frecciatina sullo stile dialettico, “innegabili vantaggi” e “senza dover dividere quello che sta bene insieme.” sono dogmi di fede ?

  9. Lorenzo scrive:

    Sì, certo che la produzione non fa parte della rete, la mia frase poteva essere interpretata diversamente…

    “Altri settori che pure hanno monopoli naturali -come la rete elettrica e di distribuzione del gas- hanno seguito un modello simile a quello che ho indicato. La differenza sta ovviamente che spostare elettricita e gas ha un costo ben diverso che spostare l’acqua e quindi non è ipotizzabile portare l’acqua da Como a Palermo.”
    E’ proprio questo l’enorme differenza. L’elettricità ha produzione relativamente diffusa e costo di trasporto basso, il gas ha un trasporto più caro ma produzione centralizzata, quindi il trasporto è una necessità, oltre a incidere molto poco sul costo totale dato il maggior valore per unità di volume o massa rispetto all’acqua, che ha produzione diffusa e costo di trasporto (relativamente) altissimo.

    “Poi ti faccio una frecciatina sullo stile dialettico, “innegabili vantaggi” e “senza dover dividere quello che sta bene insieme.” sono dogmi di fede ?”
    Touché. Mi pento di aver usato espressioni così forti, e me ne scuso coi lettori… :-)
    Non ho dogmi di fede, riguardo a niente, mi limito ad esprimere il consenso degli esperti globali del settore, dei quali mi pregio di essere a conoscenza…

  10. giesse51 scrive:

    Caro Andrea. Il tuo blog espone la soluzione del problema in modo “utopistico”, dimenticando alcune cose.
    La prima è che siamo in italia: paese notoriamente di disonesti (a tutti i livelli).
    La seconda: il tuo esempio, costo (per il cittadino)non privatizzato 100, costo concorrenziale privato 80, IN ITALIA, non è mai esistito, non esiste, e non esisterà mai.
    La terza: la concorrenza, in italia? Ma fammi un piacere. Se qualcuno fa concorrenza, la fa sulla pelle (taccuino) degli utenti. Personalmente, ho preso tanta di quella concorrenza nei denti da ritornare più rapidamente possibile agli operatori primari.
    Per finire, il quesito referendario è di per sé eloquente sulla disonestà di questa nazione: per dire “no” bisogna scrivere “si”.

  11. Andrea Benetton scrive:

    @giesse51: vado per ordine
    1- la bontà di una soluzione va valutata a parità di condizioni. Il fatto che sia un paese di disonesti non è una variabile. Non è che ci sono più disonesti tra i privati e non ce ne sono nel pubblico. Statisticamente ce ne sono in entrambi i settori. Il vantaggio della gara pubblica e dei privati è che rispondono del capitale sociale, e non sulle tasche dei contribuenti.
    2- certo che non è così e lo dico anche nell’articolo. Attualmente stiamo sovvenzionando il settore con le tasse. Nel momento che non è più così hai prezzi che presentano ai cittadini i conti corretti del settore. Ma almeno tramite quei prezzi siamo consapevoli. Se si usano le tasse si pensa che l’acqua non costi nulla e invece ci ritroviamo tasse più alte. E’ una questione di voler vedere la realtà o di nasconderla e fingere che sia diversa.
    3- l’alternativa a cercare di fare un po più di concorrenza è mantenere monopolisti che ci mangiano sopra sia essi il pubblico o il privato. E questa “soluzione” è quella che c’è stata fin oggi, mangiano tutto i politici e i soldi non ci sono. Ora dobbiamo porci nell’ottica di chiederci se questo paese vogliamo cambiarlo o invece se abbiamo paura di qualsiasi cambiamento. Io temo che prevarrà la seconda ipotesi e non solo per l’acqua. Come la rana nell’acqua calda, facciamo finta di ignorare che andiamo verso un disastro che ci imporrà i cambiamenti che oggi possiamo fare gradualmente, domani ci investiranno in tutta la loro drammaticità e radicalità.

Trackbacks/Pingbacks