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Standard & Poor’s è credibile, il governo no. La scarsa crescita minaccia il rating del debito italiano

– Nella notte italiana di sabato 21 maggio, l’agenzia di rating Standard & Poor’s ha confermato il merito di credito sovrano di lungo termine del nostro paese, ponendolo tuttavia in negative outlook, cioè segnalando il rischio di un deterioramento di breve-medio termine. L’annuncio in sé non è né un fulmine a ciel sereno né una provocazione. Anzi, per molti aspetti conferma il ritardo con cui le agenzie di rating elaborano le proprie previsioni sul debito sovrano. Nel caso italiano c’è anche altro, però: tentiamo di capire cosa e più in generale di inquadrare nel giusto contesto l’azione delle agenzie di rating e la loro credibilità.

Il negative outlook implica che vi sia il 33 per cento di probabilità che il rating venga abbassato entro i prossimi 24 mesi, ed è cosa diversa dal negative watch che, nel momento in cui viene emesso, rappresenta praticamente la certezza di un downgrade nel giro di pochi giorni, al massimo di qualche settimana. Un negative outlook può peraltro divenire negative watch, in caso intervenga qualche elemento precipitante il declassamento. La motivazione addotta per l’Italia, come si legge nella nota di S&P, riflette la previsione dei “rischi collegati al piano di riduzione del debito nel periodo 2011-2014”, rischi che, secondo l’agenzia, “sono connessi alla crescita dell’economia più debole delle nostre attuali stime, che prevedono un +1,3% nel periodo 2011-2014”.

La decisione viene motivata con le

“deboli attuali prospettive di crescita dell’Italia e incerto l’impegno politico nelle riforme tese a migliorare la produttività. Il potenziale stallo politico potrebbe contribuire ad uno slittamento delle riforme fiscali. E di conseguenza, S&P ritiene che le prospettive di una riduzione del debito pubblico italiano siano diminuite”

Che significa, tutto ciò? In primo luogo, che S&P non ritiene credibile il percorso di risanamento del nostro paese, sull’arco temporale che porta al 2014, a causa della estrema debolezza dell’azione dell’esecutivo. Qui ci corre l’obbligo si segnalare che l’agenzia americana è “dietro la curva”, come si dice sui mercati riferendosi all’azione di banche centrali che sono in ritardo a comprendere l’evoluzione congiunturale e le misure da adottare. E’ dietro la curva perché la debolezza del governo italiano esiste dal primo giorno del suo insediamento, e non è il prodotto di recenti sommovimenti, che pure ci sono stati. Anche nel momento di maggiore compattezza della maggioranza, nulla è stato fatto per avviare riforme di struttura vere, al netto di qualche pannicello caldo come i salari di produttività (nati già rachitici ed assoggettati alla crisi fiscale dello stato, che ha impedito una loro applicazione estensiva). In questo contesto di non riforme, quindi, S&P si è accorta (con grande ritardo, ancora una volta) del fatto che il nostro paese continua a non crescere.

In sostanza, all’agenzia di rating non sta bene il fatto che l’esecutivo, ed i suoi più vocali sostenitori, abbiano deciso di barattare le non-riforme con una politica di contenimento delle spese e di aumento strisciante della pressione fiscale. Ed è questo il grande equivoco alla base di molte reazioni provenienti dalle file della maggioranza, e non solo. Ma come, si stupiscono i più, minacciate di declassare il nostro debito proprio ora che stiamo promettendo il pareggio ciclico del bilancio pubblico nel 2014? Trascurando il dettaglio che il grosso della correzione è previsto per il 2012 (anno pre-elettorale) ed il 2013 (primo anno di una nuova legislatura), e che già questo fa inarcare più di un sopracciglio, S&P teme (con ragione) che un paese che colma i buchi di bilancio con strette fiscali e tagli di spesa senza fare nulla per la crescita, finirà con l’implodere. Soprattutto nell’ipotesi di un aumento dell’onere per il servizio del debito, che appare pressoché certo sia per la normalizzazione dei tassi d’interesse promossa dalla Banca centrale europea che per il persistentemente elevato premio al rischio che caratterizza i paesi con maggiore debito pubblico.

Lo abbiamo scritto quasi alla nausea, in questi anni: non bastano tagli (veri e presunti), occorre “fare politica” per la crescita. In questo senso, il Programma Nazionale di Riforme, presentato giorni addietro da Tremonti, è un classico non-evento, e nulla contiene per lo sviluppo, in termini di liberalizzazioni dei mercati dei prodotti, del lavoro e del perimetro di intervento pubblico nell’economia. Pensare di spendere i fondi comunitari con improbabili crediti d’imposta per le assunzioni nel Mezzogiorno, o reiterare ossessivamente non meno improbabili “Piani casa”, cullandosi nell’antico adagio “quand le bâtiment va, tout va“, significa aver capito poco e nulla delle vere pressioni competitive che il paese sta subendo. Allo stesso modo in cui appare estremamente perniciosa la pubblicistica ideologica di accademici vicini al ministro del Tesoro (primo tra tutti il professor Marco Fortis), che continuano a ricorrere ad assurdi approcci “patrimonialistici”, che sono il tentativo di rassicurare i mercati del fatto che il paese, prima di diventare a rischio, potrà sempre ricorrere ad imposizioni straordinarie sulla ricchezza privata.

S&P, quindi, segnala agli investitori (a quelli che vorranno prestare ascolto alle sue argomentazioni), che un paese che non cresce non riuscirà a colmare tutti i buchi aperti dalla stessa stagnazione senza subire una rottura di paradigma, le cui contraddizioni stanno già affiorando. Ad esempio, quando il governo decide l’odiosa pratica del solve et repete per recuperare materia imponibile da subito, o quando Equitalia vien fatta oggetto di manifestazioni di ostilità che sconfinano nell’aggressione fisica, proprio perché la disperata ricerca di gettito accentua l’oppressione fiscale, costringendo a diversioni tattiche come le circolari in cui il direttore dell’Agenzia delle Entrate, obbedendo all’input di relazioni pubbliche del ministro, invita evangelicamente i propri ispettori a non fare agli altri ciò che non vorrebbero fosse fatto ad essi. Ma l’edificio scricchiola sinistramente, perché la non-crescita porta ad accanimento fiscale e spesso ad inventarsi tipologie di evasione fiscale che semplicemente non sono tali. Con buona pace dell’extragettito che andrebbe destinato a riduzione della pressione fiscale. L’extragettito semplicemente non esiste, quando non c’è crescita.

Questo e non altri, a nostro giudizio, è l’essenza del messaggio dell’agenzia americana, ed andrebbe tenuta a mente. A nulla serve dire “ma altre istituzioni internazionali ci hanno promossi”. Premesso che la “promozione” è tutta da dimostrare, fatta com’è di una pletora di caveat, le agenzie di rating si rivolgono ai mercati, che lavorano su orizzonti temporali tipicamente compressi, cioè fortemente anticipatori. Premesso, quindi, che un negative outlook è recuperabile (non a caso l’orizzonte di riferimento massimo è a 24 mesi), esaminiamo le reazioni italiane ed il tema della credibilità delle agenzie di rating.

Tra le reazioni, si segnalano per folclore quelle che parlano di “strane coincidenze” con l’ultima fase di una grottesca campagna elettorale per le amministrative. Siamo certi che, se la decisione di S&P fosse giunta tra una decina di giorni avremmo letto, in caso di vittoria di esponenti di maggioranza, di “tentativo di sovvertire la volontà popolare”; oppure, in caso di esito favorevole al centrosinistra, di “giusta sanzione contro pratiche liberticide e collettivistiche”. Siamo sempre in fiduciosa attesa che l’opinione pubblica realizzi il grado di disarmante pochezza argomentativa della nostra classe politica.

Veniamo al punto centrale della notizia, la credibilità non solo di S&P, ma delle agenzie di rating in generale. Le agenzie sono screditate, hanno detto in molti, dalla maggioranza, dall’opposizione e (curiosamente) dal sindacato. Un minimo di logica suggerisce che il discredito o l’autorevolezza sono testati direttamente dal mercato. In altri termini, se l’annuncio di un’agenzia di rating riesce a muovere durevolmente i prezzi degli strumenti finanziari, la credibilità della stessa è confermata. In caso contrario, significa o che i mercati non danno credito alle valutazioni dell’agenzia oppure che tali valutazioni, quando basate su dati di pubblico dominio, sono già conosciute ed incorporate nei prezzi. Come direbbero gli inglesi, “The proof of the pudding is in the eating“, quindi basta attendere.

Né bisogna dimenticare che credibilità e verosimiglianza delle valutazioni delle agenzie differiscono a seconda dei casi ed alla presenza di conflitti d’interesse. Nel caso delle triple A assegnate a titoli obbligazionari strutturati, le valutazioni erano basate nella migliore delle ipotesi su modelli quantitativi poi rivelatisi fallaci, e nella peggiore delle ipotesi su connivenze con gli emittenti, che tali rating avevano espressamente richiesto (solicited). Nelle valutazioni sul debito sovrano, per contro, i dati sono di pubblico dominio, su essi vengono costruite valutazioni in cui la variabile politica gioca un ruolo determinante. Ma soprattutto, sono unsolicited, quindi non esiste conflitto d’interessi. Pensate invece a quale credibilità avrebbe un’agenzia di rating costruita e gestita da organismi sovranazionali europei, altro vecchio cavallo di battaglia dell’approccio europeo a rompere il termometro per non prendere atto della febbre.

Con o senza agenzie di rating, quindi, la crisi italiana esiste ed è davanti a noi ed a quanti siano dotati di raziocinio e senso comune. Il rischio più grave è che si dipani come un crollo al rallentatore. Data la tendenza della classe politica a cercare cospirazioni ed a non vedere la foresta per focalizzarsi sull’albero, ci attenderebbe solo una lenta agonia punteggiata di bizzarre tesi negazioniste e giustificazioniste, come quelle che leggiamo ormai da troppo tempo.


Autore: Mario Seminerio

Nato nel 1965 a Milano, laureato alla Bocconi. Ha quasi vent'anni di esperienza presso istituzioni finanziarie italiane ed internazionali, dove ha ricoperto ruoli di portfolio manager ed analista macroeconomico, ed è attualmente portfolio advisor. Ha collaborato con la rivista Ideazione e con l’Istituto Bruno Leoni. Giornalista pubblicista, è stato editorialista di LiberoMercato, diretto da Oscar Giannino. Collabora o ha collaborato con Liberal Quotidiano, Il Foglio, Il Fatto Quotidiano, Il Tempo, Linkiesta.it.

13 Responses to “Standard & Poor’s è credibile, il governo no. La scarsa crescita minaccia il rating del debito italiano”

  1. inutile scrive:

    A parte i giudizi che si possono dare su queste agenzie, c’è da notare una cosa.
    Non contesta l’azione del governo, ma l’incertezza del futuro per la situazione politica.
    Le stesse identiche cose dette da Berlusconi e Tremonti qualche mese fa.
    Instabilità politica data dall’azione dei Finiani.

  2. Mario Seminerio scrive:

    Allora dovremmo essere candidati all’upgrade e non al downgrade, visto che ora i finiani non sono più in maggioranza, e che la maggioranza medesima è ora coesa e autosufficiente, come il premier ripete ad ogni pié sospinto. I rating guardano avanti, non indietro. La logica, risorsa dannatamente scarsa.

  3. inutile scrive:

    Veramente analizzano il presente, sul futuro stendiamo velo pietoso.
    Ma è indubbio che se il gruppo Finiano fosse rimasto fedele come quando ha chiesto voti e presidenza della camera, al PDL, oggi non c’era questo dubbio di ingovernabilità
    Non è che sia un problema, ma tanto per fare chiarezza.

  4. Marianna Mascioletti scrive:

    Tip per Inutile: per sabato ho in programma di scrivere un articolo sul meteorite che ha estinto i dinosauri. Hai tempo quasi una settimana per inventarti una teoria per cui quel meteorite l’hanno mandato i finiani.
    Poi per il sabato dopo faccio un articolo sulla Rivoluzione Francese, vedi se riesci a trovare qualche prova che anche lì c’entrasse Fini.

    Confido che ce la farai.

  5. Mario Seminerio scrive:

    Inutile, le agenzie di rating non “analizzano il presente”, per definizione. A me fa molto piacere la democratizzazione che il web consente ai commentatori, liberi di esprimersi su tutto, incluse cose che non conoscono. Ma credo che l’unico limite sia il senso del ridicolo.
    Non è che sia un problema, ma tanto per fare chiarezza.

  6. inutile scrive:

    Cara Marianna vuoi dire che il FLI non è stato un problema politico e di governabilità? Vallo a dire a Bocchino che era convinto di avere i numeri il 14 dicembre per far cadere il governo.
    Poi se vuoi possiamo negarlo, ma la mia non era un’ipotesi, ma un semplice racconto della storia di questi mesi.

  7. inutile scrive:

    Caro Mario, per lavoro ho a che fare spesso con agenzie di Rating quindi le conosco.
    Le agenzie applicano vari modelli su dati che raccolgono.
    Poi basandosi sui dati raccolti (quindi presente e passato), provono a ipotizzare andamenti futuri.
    L’analisi parte dal presente.
    Anche perchè secondo te ti pare possibile mettere in qualsiasi analisi finanziaria che ci saranno deputati che entrano o escono dalla maggioranza? Non è invece corretto dire che i numeri che aveva il governo alla camera sono diminuiti (qui non analizzo se un bene o male e le motivazioni), e che si è allargata ad altri esponenti, quindi le riforme del paese possono subire dei rallentamenti.
    Per quanto riguarda poi invece le agenzie di rating ti propongo un libro: Uccideranno il capitalismo, inizio anni 2000 dove descriveva chiaramente quello che poi è successo.

  8. Marianna Mascioletti scrive:

    Non conosco l’onorevole Bocchino, perciò non posso “andare a dirgli” proprio niente, mi dispiace. Per il resto, proprio oggi stavo leggendo un agile libello anonimo sulle responsabilità di Fini nella carestia irlandese della metà dell’800, se vuoi quando ho finito te lo presto, interessantissimo.

  9. inutile scrive:

    Cara Marianna il fuggire al confronto non ti fa onore, Bocchino comunque è il tuo Leader, il quale ha puntato sulla caduta del Governo. Puoi sviare come vuoi, ma son convito che questo è chiaro a te come a tutti.
    Ti ripeto qui non commento l’atteggiamento di Bocchino, ne prendo solamente atto, il fatto che chi è del suo partito invece tenta di fuggire a questa considerazione non è di vanto ne a lui ne di chi fugge

  10. Marianna Mascioletti scrive:

    @Inutile: Aspetta, ma quel documentario che dimostrava come la cometa Shoemaker-Levy che ha colpito Giove fosse chiaramente manovrata da Briguglio l’hai visto? TI assicuro, mi ha fatto capire un sacco di cose.

  11. inutile scrive:

    Marianna mi spiace che sia questo il tuo metro di confronto con chi la pensa diversamente da te. Direi veramente poco liberale.
    Peccato pensavo di poter parlare di dialogare, ma ormai l’odio acceca chi la pensa diversamente
    Buona Fortuna

  12. @marianna
    veramente io sapevo fosse stato pisapia….

  13. Marianna Mascioletti scrive:

    @Inutile: nel caso non te ne fossi accorto, infatti, io non ho iniziato un confronto. Come d’altra parte neanche tu, con le tue affermazioni apodittiche per cui il fli ha la colpa di qualunque catastrofe successa dal Pleistocene ad oggi.
    Quindi, non vedo perché fare l’offeso(/a? Non è dato saperlo, visto che non ci onori di un’identità – come d’altra parte sei liberissimo/a di fare).

    Solo che a un certo punto chi viene in casa tua, sputa sul pavimento, strilla a gran voce che la casa gli fa schifo, i mobili gli fanno schifo, il bagno gli fa schifo e gli abitanti pure (e manco si presenta), beh, non si capisce cosa ci stia a fare lì. Non mi sembra che porti avanti una grande missione di liberalizzazione e di verità.

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