Lobby e affari, regolamentare e non demonizzare

– Letizia Moratti accusata di essere ostaggio delle lobby milanesi, la questione Geronzi e l’ombra delle lobby, le lobby dei combustibili fossili accusate di ostacolare l’energia rinnovabile e il cambiamento e addirittura di recente indicate come ostacolo alla libertà e promozione culturale. I gruppi di pressione, insomma, non sarebbero altro che la causa di tutti i mali, baluardi della conservazione e dell’immobilismo sociale, un male della società da estirpare prima possibile.

Allontanando però la prospettiva dal panorama italiano, ci si accorge invece che i gruppi di pressione sono contraddistinti in maniera del tutto differente. E’ proprio la Commissione europea, nel Libro Verde del 2006 “Iniziativa europea per la trasparenza”, ad affermare che il lobbismo rappresenta oggi “una componente legittima dei sistemi democratici, a prescindere se sia svolto da singoli cittadini o società, da organizzazioni della società civile e altri gruppi di interesse che lavorano per conto di terzi”.

Il coinvolgimento nel policy-making dei gruppi di interesse, espressione dei vari settori sociali, diventa imprescindibile per la realizzazione di scelte quanto più possibile condivise e di elevata qualità. L’inclusività delle lobby permette di arginare possibili conflitti sociali o quantomeno di ridurre il rischio di definire politiche pubbliche che i principali target di destinatari potrebbero fare oggetto di pesanti critiche in caso di cattiva qualità delle stesse.

Per permettere un processo di policy garantista e aperto ai gruppi occorre anzitutto riconoscere gli stessi e dettare un minimo di regole che disciplinino il rapporto con i legislatori. In più, si renderebbe necessario un accesso equo ed equilibrato ai luoghi decisionali per tutte le espressioni della società o almeno per quelle più rappresentative. Difatti, proprio l’Unione europea, a questo fine, offre addirittura un sostegno economico per le organizzazioni non a scopo di lucro e che promuovono diritti sociali o cause particolarmente sensibili.

In Italia però manca del tutto un riconoscimento e di conseguenza una regolamentazione delle lobby e del loro ruolo; di qui la costante diffidenza che circonda la loro azione nel nostro Paese.

Oltre all’importantissimo fattore culturale, che fino a qualche decennio fa vedeva le lobby come una vera e propria malattia dell’ordinamento rappresentativo, vi è quindi una forte carenza di legislazione, dovuta all’assenza di volontà da parte del legislatore nazionale di intervenire in una materia così delicata. Il lobbismo è anzi stato volutamente ignorato per il timore che ammettere l’esistenza di una “contrattazione” tra interessi generali e particolari potesse significare la perdita del primato della politica rispetto all’economia; oppure che una regolamentazione delle lobby potesse equivalere a ritenerle lecite e accettarne perciò l’attività.

Nonostante alcune Regioni siano intervenute con opportune e importanti leggi, Camera e Senato invece non prevedono un sistema di accesso trasparente e regolamentato per i lobbisti, a tutto vantaggio di arbitrio e opacità di relazioni. Legittime risultano perciò essere le perplessità e le critiche nei confronti dei rapporti tra Governo, parlamentari e lobbisti.

Basterebbe, come primo tentativo, importare il “modello Bruxelles”, che vede un registro trasparente e volontario per i gruppi che si interfacciano con la Commissione europea e contribuiscono alle varie policy, e un sistema di accreditamento per l’accesso al Parlamento europeo. Di recente, poi, entrambe le istituzioni hanno messo a punto un registro comune volontario, con la previsione di una futura registrazione obbligatoria. Tutte queste misure contribuiscono enormemente a rendere maggiormente legittima l’azione delle istituzioni, riducendo il deficit democratico e rendendo più trasparenti le relazioni tra pubblici poteri e gruppi.

E’ questa la strada che anche l’Italia dovrebbe seguire per avere istituzioni più democratiche e credibili e ridurre così le zone d’ombra tra politica ed affari, che ad oggi, purtroppo, risultano ancora piuttosto diffuse e persistenti.


Autore: Domenico Lofano

Nato a Putignano (Bari), nel 1986, si è laureato in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica - Istituzioni politiche e amministrative alla Luiss di Roma, con tesi magistrale sulla Regolamentazione e l’attività delle Lobby al Parlamento europeo e in Italia. Ha svolto ricerca e contribuito a diverse pubblicazioni con il Laboratorio di Analisi Politica della stessa università e collabora con la cattedra di Politica economica. Attualmente si occupa di affari istituzionali, consulenza e monitoraggio legislativo.

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