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La Moratti e la metafora della rana bollita

“Abbiamo sbagliato i toni”: questa la sentenza morattiana sul flop del primo turno.

Un giudizio intellettualmente imbarazzante che presuppone il fatto che chi vota sia poco più che un bambino da intortare a parole rivelando quella mentalità paternalistica, se non padronale della Moratti, che è poi il grande motivo, assieme ad una “legnosità” da Real Casa, che non la rende simpatica a molti.

Come se il voto, dimezzandogli le preferenze (circa 20.000 voti in meno valgono quasi il 5% dei voti totali), non fosse invece la raffigurazione plastica di un benservito che la “sua” Milano ha recapitato a Berlusconi con tanto di batosta (10 punti in meno) anche per il Pdl, ormai raggiunto dagli ectoplasmi del PD milanese pur avendo un candidato, Pisapia, che ha ottenuto 4.000 voti in meno rispetto alla tornata precedente in cui corse un candidato debole e tirato per la giacca come Ferrante.

Con queste elezioni la capitale economica ha sancito il venire meno definitivo di quel ruvido patto con Berlusconi, sancito con lo spirito pragmatico che la contraddistingue, che si potrebbe racchiudere nella formula “ti perdoniamo le boutade, le sparate, la corte dei leccaculo, le minetti, i festini, ma fai quelle riforme economiche che non ci facciano affondare” dopo 16 anni di fiducia accordata nell’attesa della mitica “rivoluzione liberale” che invece han portato solo una pressione fiscale da record ed un paese in declino conclamato.

D’altronde la Moratti ha, volente o nolente, ignorato i segnali che la sua barca, da almeno metà mandato, iniziava a imbarcare acqua. Occasioni che meritavano un gesto forte da parte del sindaco verso la sua maggioranza non sono mancati: dal penoso spettacolo fatto di nomine e scazzi continui tra Comune, Provincia, Regione e Governo (tutti in mano al Pdl, tra l’altro) che ha seguito la conquista dell’Expo al quasi dietrofront su Ecopass, un provvedimento sul traffico che per gli standard “immobilisti” milanesi è stato rivoluzionario ed apprezzato persino dall’opposizione, dopo mesi di charachter assassination contro l’assessore Croci (poi costretto alle dimissioni) ad opera di lobbies, giornali e politici appartenenti ad un certo centrodestra milanese.

Un gesto che avrebbe mostrato che dietro a quei tailleur da sciura c’erano un cuore ed una testa, ma la Moratti, oltre a non aver saputo far valere il rispetto del programma ed un’indipendenza sancita anche dall’appartenenza ad una lista civica col suo nome che prese quasi l’8%, ha abbassato ancor più la testa e ceduto su tutti i fronti, sciogliendo la sua lista ed accettando persino di entrare nelle fila del Pdl, con tanto di elmetto in testa degno di una Santanchè qualsiasi.

La paura di non essere ricandidata ha prevalso sull’idea che si poteva far saltare il mazzo, a maggior ragione con alle spalle la forza della forza economica del marito, mettendo in seria difficoltà un Pdl milanese già fiaccato da scandali di molestie e bustarelle (remember Pennisi e Massari?) ed una Lega che a Milano, oltre a non riuscire ad emergere, s’è distinta in questi anni per i continui smarcamenti e la guerriglia sotterranea contro la sua stessa giunta da parte di Salvini.

Probabilmente la Moratti non s’è neanche resa conto di aver avuto la palla goal per poter fare in grande stile ciò che, in modo più “sgangherato”, ha fatto poi Fini. Ma intelligenza e coraggio uno non se li può dare e la rana, lentamente ed inesorabilmente, è stata bollita senza neanche accorgersene.


Autore: Andrea Ferrari

Nato nel 1981 a Pontremoli (MS), vive da sempre a Milano. Per lavoro si occupa di marketing ed innovazione oltre a collaborare con diverse testate. Da anni si muove nella galassia liberale italiana per appagare il proprio masochismo.

2 Responses to “La Moratti e la metafora della rana bollita”

  1. Cristian Cattalini scrive:

    Caro Andrea,
    la tua analisi è lucida per vari motivi. Da milanese adottivo non posso che confermare gli scivoloni della Moratti che dopo l’esaltazione di essersi accaparrata Expo ha mostrato con una continuità impressionante l’insufficienza di leadership che il governo di una città come Milano presuppone.

    Non voteró a Milano per ragioni logistiche, probabilmente avrei votato Manfedi Palmeri come candidato sindaco (per sintonia di visione nei confronti del Berlusonismo) al primo turno e mi sarei astenuto al secondo turno.

    Ma siamo sicuri che Pisapia possegga la benchè minima idea di che cosa significhi governare in termini di leadership? siamo sicuri che esista un’altra idea di Milano credibile che venga da questo centro sinistra?

    Hai detto bene, la scoppola a Berlusconi e al pdl al primo turno sono tanto più pesanti quanto più si osserva che l’alternativa è, per lo meno, sgangherata.

    Ma forse in questo periodo storico, per Milano e per il Paese è meglio considerare come priorità quella del ricambio dal berlusconismo.

  2. Andrea Ferrari scrive:

    Caro Cristian, son d’accordo con te. La probabile sconfitta del centro-dx non farà che accelerare un rinnovamento su scala nazionale del quadro politico, il che è positivo visto che è dura fare peggio di quel che s’è visto negli ultimi anni. Intanto però, quella sciagura chiamata patrimoniale s’avvicina…beato te che ti “godi” lo spettacolo dall’estero.

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