– Oggi tento un’operazione spericolata, provo a raccontarvi, anzi lo farò raccontare ad altri, una delle teorie più provocatorie delle scienze economiche.
Una teoria che fa incazzare tutti, e che appunto per questo mi spingerà, alla fine dell’articolo, a chiedervi: “questa teoria vi fa incazzare?”. E’ la teoria anti economicistica per eccellenza, la teoria della decrescita.


L’ispiratore teorico del movimento per la decrescita è Serge Latouche, professore emerito di scienze economiche all’Università di Paris-Sud, specialista dei rapporti economici e culturali Nord-Sud e dell’epistemologia delle scienze sociali. Serge Latouche da molti anni ha perso ha perso la fede nell’economia, nell’idea di crescita, di sviluppo. E’ uscito in Italia il suo ultimo libro “Come si esce dalla società dei consumi. Corsi e percorsi della decrescita”.

Io di decrescita ne avevo letto anni or sono, prima di leggere il libro di Latouche ho dovuto ripassare, e tra le altre cose ho trovato un’ introduzione di una tesi di laurea sulla decrescita (su www.decrescita.it), che ad un certo punto recita:  “La ‘provocazione’ della decrescita economica va oltre la dimensione fisica del processo economico. E’ opportuno rilevare, infatti, come questa teoria si sia sviluppata a partire dalla critica al ‘prodotto interno lordo’ quale misura imperfetta del benessere e all’opinione comune secondo cui il benessere sia misurabile attraverso il consumo e la quantità di beni acquistabili. Il PIL è un flusso puramente mercantile che non solo considera positiva ogni produzione (e ogni spesa) a prescindere dalla sua natura e dal suo contributo effettivo al reale benessere individuale e collettivo, ma che, inoltre, non comprende tutte quelle attività e risorse che pur non essendo di natura mercantile, incidono in maniera determinate sul benessere, come ad esempio la disponibilità di ‘beni relazionali’. La prosperità economica è il risultato dell’accumulazione di continui deficit ecologici e di costi che pur non essendo ‘conteggiati’ ricadono – e ricadranno – necessariamente sulla collettività nel suo insieme. Il PIL risulterebbe molto più basso se fossero internalizzati i costi sociali dei danni provocati dalle attività di produzione e consumo e se venisse tenuto conto del fatto che materie prime ed energie naturali consumate oggi sono necessariamente perdute per le generazioni future (sono, cioè, consumo di capitale).”

Il libro di Latouche poi l’ho letto. Ho letto anche articoli scritti su di esso (tra i quali quello della bravissima Sara Seganti), ma per meglio raccontarvi questa teoria ho chiesto al mio amico ricercatore di sociologia Marco Dal Prete di rintracciarmi una qualche intervista a Latouche nella quale fosse lui stesso a spiegare la propria teoria.
Marco me l’ha trovata:
“A mio  parere” dice Latouche  “Oggi non c’è più neanche il terzo mondo. La mondializzazione è proprio questo: non c’è più che un solo mondo, come c’è un pensiero unico, c’è un mondo unico. Esiste una classe di consumatori internazionale, pure se perdurano delle differenze tra il sud e il nord. Se molti rappresentanti di questa classe sono al nord, altrettanti ce ne sono al sud: ci sono 100-150 milioni di cinesi che possiamo considerare ricchi e borghesi. E parallelamente a questo, ci sono anche milioni e milioni di esclusi, di precari, di poveri al nord. Da questo punto di vista, il mondo si è unificato. 

Di conseguenza i problemi del sud sono diventati i problemi del nord e ciò è particolarmente visibile per quanto riguarda la crisi ecologica, i cui effetti non si fermano alle frontiere: il cambiamento climatico, l’effetto serra…il mondo intero è coinvolto. E la scappatoia ideologica che hanno trovato gli ideologi del sistema è questa magnifica presa in giro dello sviluppo sostenibile. Prima lo sviluppo non riguardava che il sud, adesso con lo sviluppo sostenibile riguarda tutto il mondo, nord e sud. E poiché noi criticavamo lo sviluppo, abbiamo seguitato a criticarlo anche quando è diventato sostenibile!

 La decrescita non è un’alternativa, ma è una matrice di alternative: sintetizza in una sola parola d’ordine un insieme di aspirazioni. 

La decrescita non significa crescita negativa, è uno slogan che vuole rompere gli stereotipi della crescita, del fondamentalismo basato sullo sviluppo e dell’economicismo per mostrare la necessità di uscire da questa religione. Se si vuole essere rigorosi fino in fondo, bisognerebbe parlare di “a-crescita” come si parla di a-teismo. Perché è logico che i burkinabé, la cui impronta ecologica è meno di un decimo del pianeta, abbiano un diritto indiscutibile ad accrescerla e a conoscere una forma o l’altra di “crescita”, ossia di accrescimento dei loro raccolti, della loro produzione, del loro consumo, all’interno di una concezione più eguale di ripartizione delle ricchezze e delle risorse del pianeta.
A cominciare dal momento che sono uscito dall’economia, ero convinto del fatto che il modo di produzione capitalista e che la crescita economica erano distruttori dell’ambiente. Ci sono dei limiti esterni all’economia. Non è un caso se gli economisti sono tanto riluttanti all’ecologia: non arrivano a tenere conto di questi problemi che sono introdotti dall’esterno. Oggi comincio le mie conferenze sulla decrescita dicendo che stiamo vivendo la sesta estinzione delle specie, la quale è provocata dall’essere umano, e che l’essere umano stesso rischia di esserne la vittima. 
Affronto, infatti, il problema della compatibilità tra il funzionamento di una civiltà e lo spazio biologico disponibile, quindi una problematica perfettamente ecologista. E’ qui che mi avvicino a Nicholas Georgescu-Roegen quando dice “Chi crede che una crescita infinita è compatibile con un mondo finito, è un pazzo o un economista!” 

Ma sfortunatamente accade che gli economisti siano degli spiriti “cornucopisti” – come li chiama Yves Cochet – vale a dire che credono al corno dell’abbondanza. Se c’è una differenza tra il mio approccio e quello di Georgescu-Roegen, è che lui ha voluto rimanere dentro l’economia, nella bio-economia – come del resto anche Passet – e integrarvi la dodicesima legge della termodinamica. E’ la legge dell’entropia crescente d’ogni sistema chiuso, della degradazione dell’energia e dell’esaurimento delle risorse. 

Credo al contrario che sia necessario andare più lontano, ritrovando l’apporto del contributo di Illich: ossia la presa di coscienza che l’economia è una cultura e, ancor di più, una cultura occidentale. Per Roegen, l’economia non è né occidentale né bantu, ma scienza. Per questo resta uno scientista e probabilmente un universalista. Mentre personalmente penso che la decrescita implica una certa forma di relativismo.”

Finita l’intervista a Latouche, ora, posso farvi la domanda: la teoria della decrescita vi fa incazzare?