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Una visione strategica per Milano? Improbabile

– Come era prevedibile, dopo il primo turno delle comunali si è subito riaperta la resa dei conti tra esponenti di Futuro e Libertà su come comportarsi al ballottaggio. Milano e Napoli gli oggetti principali del contendere, trattati appunto come oggetti e non come città in declino da rilanciare.

Se una cosa è certa è che, da una silloge di citazioni (che scegliamo di risparmiare a noi stessi e ai lettori) apparse nei mass media, emerge un partito spaccato tra centrodestra e centrosinistra, secondo due filoni precisi che, se vogliamo essere onesti intellettualmente, hanno entrambi contribuito alla nascita morale, prima ancora che pratica, di Fli: l’antiberlusconismo da una parte, il sogno di un centrodestra liberale à la ’94 dall’altra.

Da questi due filoni emergono comportamenti di voto al ballottaggio oggettivamente contraddittori: chi si fa trascinare dall’antiberlusconismo tout court, cioè dal “primum battere Berlusconi”, invita a votare Pisapia e De Magistris.
Chi, al contrario, ritiene che Fli debba rappresentare innanzitutto istanze di centrodestra invita a votare Moratti e Lettieri.

Due risposte che hanno entrambe un forte limite: sono costruite su ragionamenti nazionali, non locali. Si dirà che è stato Berlusconi a nazionalizzare le amministrative di Milano e Napoli, e che in fondo si tratta di due città talmente importanti per il Paese che una certa nazionalizzazione della competizione è inevitabile. Vero: ma per fortuna Fli non è del tutto autolesionista e quindi (dopo un incontro a Roma con Palmeri e Pasquino) ha fatto uscire un comunicato molto chiaro: non ci si espone a favore di nessuno, e oggi l’assemblea nazionale ratificherà la decisione che, a quel punto, sarà vincolante per tutti.

Non chiede, Fli, ai propri elettori di astenersi necessariamente. Chiede che non si colori di eccessi la decisione. E questo è saggio. Anche perché, pur con l’ovvia portata nazionale del voto del 29 maggio, si tratta pur sempre di decidere chi amministrerà due città, non l’Italia.

Il nucleo urbano rappresenta sempre più, nel mondo, il motore del successo di un Paese.
Si consolida una competizione tra città più che tra Nazioni. E’ degli anni ’90 (grazie all’intuizione di Saskia Sassen) la definizione di global cities, città influenti nel mondo grazie alla concentrazione di risorse e abilità a trecentosessanta gradi. Fino agli anni ’70 era piuttosto semplice individuare le città leader; nel contempo, la classifica era abbastanza immutabile. L’economia basata sulle fabbriche consentiva a Milano di restare capitale economica d’Italia a lungo e di non soffrire concorrenze interne. Il declino dell’economia fordista è tra i fattori principali del declino di Milano, pur in presenza di concause non irrilevanti.

Nel Ventunesimo secolo due sono i modelli principali e contrapposti di città: la città specializzata e la città globale. La prima è, come dice il nome, caratterizzata dalla predominanza di un fattore che può essere il turismo culturale (il classico esempio è Firenze), l’università (Oxford) o altro ancora.

Milano non può diventare una città specializzata, perché non ne possiede alcuna base solida. Può invece svilupparsi per competere con le città globali, ad esempio secondo la linea indicata dall’economista di Harvard Rosabeth Kanter secondo cui tre sono i sentieri attraverso cui una città può cercare il suo successo: essere buona pensatrice di idee, buona creatrice di competenze e buona collettrice di scambi con altre città.

Tre sentieri che non vanno pianificati, ma gestiti: vanno cioè create le condizioni perché si sviluppino da soli. Lo sanno bene, ad esempio, i sindaci cinesi, per i quali è diventato ovvio presentare progetti di crescita dei loro sistemi urbani da qui al 2025-2030. Un pensiero lungimirante, ecco ciò che serve. Una visione della città di domani.

La speranza che la campagna elettorale di Milano, almeno tra il primo turno e il ballottaggio, si trasformi in una competizione tra diverse visioni della città è destinata a rimanere una speranza. Si sentono già gli echi di cambi di strategia in casa Moratti, ma non si capisce bene in che direzione. La Lega, arrabbiatissima, non aveva esitato a definire “impresentabile” Lassini e “fesseria” l’uscita della Moratti al confronto su Sky, di nuovo c’è che adesso anche alcuni del Pdl si associano alle critiche.

In questo momento il centrodestra è troppo impegnato a leccarsi le ferite per parlare di visioni strategiche proiettate nel futuro. La coppia Sallusti-Santanché, ad esempio, consapevole di rischiare parecchio, si lancia in una inusuale campagna contro CL.
Da una parte l’accusa d’aver lasciato le persone a casa (provocando l’ira di Formigoni: “parlano quelli che hanno sostenuto Lassini”) e dall’altra parte ipotizza che sia stata l’agenzia di comunicazione Sec (formigoniana) ad aver suggerito alla Moratti il veleno su Pisapia. Due veleni, quelli del Giornale contro CL, infondati. Primo: i cinque candidati di CL saranno tutti eletti in caso di vittoria della Moratti e qualcuno, quindi, è andato a votarli. Secondo: la Sec, in precedenza artefice della vittoria di Pisapia alle primarie e specializzata semmai in campagne di stampo moderato, per deontologia non avrebbe mai consigliato alla Moratti di gettare veleno sullo sfidante (ed ex cliente).

Accanto a queste schermaglie, la Lega Nord ribadisce che adesso Pisapia deve annunciare in quale quartiere costruirà la moschea. E la coppia De Corato – Santanché si prepara, probabilmente, a risfoderare le dieci domande all’avvocato, tra cui spiccano quesiti di tal genere: “contrasterà il consumo di droga nelle zone della movida? Contrasterà le baraccopoli abusive di rom? Contrasterà la prostituzione sulle strade?”, incomprensibili se a farli è chi governa la città da quasi vent’anni.

Di questo si parla a Milano (e di “non lasciare la città in mano alla sinistra”, testuale dal manifesto di risposta apparso sui cartelloni). Altro che visione strategica. E dire che Milano un contenitore per costruire una strategia a lungo termine ce l’aveva. Si chiamava Expo 2015.


Autore: Massimiliano Melley

Nato a Milano nel 1975, si è laureato in Scienze Politiche a Milano e ha conseguito un master in Spettacolo Impresa Società alla Bicocca (facoltà di Sociologia). Ha scritto di politica lombarda ed estera su "L'Opinione" e attualmente collabora con il quotidiano online "Milano Today".

One Response to “Una visione strategica per Milano? Improbabile”

  1. Poche ore dopo avere scritto il pezzo, e poche ore prima che venisse pubblicato, ecco l’asso nella manica sfoderato dalla Moratti che mi ‘ ‘costringe’ ad aggiungere questa postilla: abolizione dell’Ecopass per i residenti.

    Era l’unica tassa che la Moratti poteva promettere di diminuire, e l’ha promesso. Peccato che, facendolo, si rimangia cinque anni di discorsi sul tema e l’appoggio ai referendum ambientali cittadini (tra cui la trasformazione di Ecopass in congestion charge).

    Da verificare infine se far pagare Ecopass ai soli non residenti (un quarto del totale) fa sì che non si coprano nemmeno i costi di gestione, come sostiene il Verde Enrico Fedrighini, e per quanti milioni di euro Ecopass sia già stato ascritto al bilancio 2011.

    Da ultimo non posso che ribadire ciò che ho scritto nel pezzo: altro che visione strategica a lungo termine.

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